Mare del Nord, il futuro energetico è nel vento

Mare del Nord, il futuro energetico è nel vento

Arianna Pescini
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Sempre più Paesi puntano sulle pale installate in mare. E nel 2030 gli impianti che sfruttano i venti nordici potrebbero generare il 7% dell'intero fabbisogno energetico dell'Europa

Una vera e propria riconversione energetica. Nel Mare del Nord i giacimenti di combustibili fossili potrebbero presto lasciare il posto a un importante bacino di energia eolica offshore. Dalla Gran Bretagna all’Olanda, passando per Danimarca e Norvegia, i centri di turbine, che sfruttano i possenti venti nordici per generare elettricità, sono la scommessa del futuro. Un business che potrebbe, da qui al 2030, fornire il 7% dell’intero fabbisogno elettrico dell’Europa (ora la percentuale è dell’1,5): ''Negli ultimi anni questa capacità energetica è cresciuta molto - spiega il professor David Reiner, vicedirettore dell' Energy Policy Research Group'' presso l’Università di Cambridge - Nel Regno Unito, per esempio, gli impianti eolici offshore hanno ricevuto i sussidi maggiori tra tutte le tecnologie pulite, per addirittura tre volte il prezzo complessivo di produzione''.

Il vento al posto del petrolio

Secondo uno studio dell’associazione WindEurope, alle 3000 pale già attive, generatrici di 10 GW di potenza, se ne aggiungeranno altre ancora e non saranno poche, per una media di altri 4 GW all’anno. Nel complesso, il Mare del Nord arriverà a ospitare nei prossimi 15 anni più di 60 GW di energia derivante dal vento. Un boom sollecitato anche dalla recente caduta del prezzo del greggio, che sta spingendo le compagnie petrolifere dell’area ad abbandonare i giacimenti, in quanto ormai poco convenienti: 50 potrebbero venire dismessi già entro la fine dell’anno, ma gli analisti prevedono 140 pozzi chiusi per il 2020.

Luogo simbolo del cambiamento è Aberdeen, in Scozia, finora la capitale petrolifera europea, che sta lentamente modificando il suo assetto industriale: “Con il declino della produzione di gas e petrolio – continua Reiner - c’è da aspettarsi che le piccole aziende sostituiscano le grandi che se ne andranno. I finanziamenti che prima sostenevano il mercato del petrolio nell’area, sono stati implementati a favore dell’eolico. Non credo comunque che le imprese saranno facilmente di grado di passare da petrolio e gas al vento, ci sono ancora diversi fattori da considerare, come i rischi del business in sé o la predominanza, in termini di know how, di ingegneri petroliferi rispetto a quelli elettrici”.

I progetti più promettenti

I parchi eolici più produttivi si trovano al largo delle coste di Scozia, Inghilterra, Danimarca e Olanda. In Gran Bretagna, Paese che già possiede la più grande centrale di turbine offshore al mondo (la London Array, 175 pale eoliche), le aziende energetiche stanno lavorando, tra gli altri, ai progetti Race Bank e Dogger Bank, due complessi di wind farms che, una volta completati, produrranno rispettivamente 0,5 e 2,4 GW di energia elettrica. Dogger Bank sorgerà a 125 km dalle rive inglesi, ma verrà superata presto dalla Hornsea, gioiellino della danese Dong Energy, 407 chilometri quadrati di estensione (l’isola di Malta è più piccola) per arrivare al 2020 con 6 GW di potenza. Il parco eolico di Hornsea vedrà installate fino a 240 turbine, capaci in teoria di fornire elettricità a più di un milione di case britanniche. La “colonizzazione” rinnovabile del Mare del Nord sta avvenendo anche al largo dell’Olanda: Gemini sarà un sito con 150 turbine (la conclusione dei lavori è prevista per il 2017) e 600 megawatt di potenza; i costi di installazione arriveranno complessivamente a 2,8 miliardi di euro, ma Gemini consentirà di risparmiare in emissioni di Co2, riducendole di 1,25 milioni di tonnellate all’anno. I campi eolici Borssele 1 e 2, invece, si stanno rivelando tra i più economici in Europa, anche grazie agli incentivi del governo di Amsterdam: solo 7,27 centesimi di euro per Kw/h.

Una riconversione costosa?

La transazione energetica nel Mare del Nord sta avvenendo con la progettazione di impianti eolici offshore, preferiti dalle autorità locali rispetto a quelli onshore (che hanno minori costi di installazione). Nonostante alcune proteste (sebbene i siti siano a diverse miglia dalla costa, le pale in alcuni casi sono visibili in lontananza, così come le strutture di supporto), i progetti sono fortemente sostenuti dai Paesi dell’area, e non verranno bloccati, anche se non è possibile prevedere quanto i costi continueranno a essere ammortizzabili: “Non sappiamo se i prezzi potranno scendere ulteriormente – conclude Reiner – in Gran Bretagna la pratica delle aste ha consentito di creare un mercato competitivo, ma l’eolico offshore non è ancora su larga scala come quello onshore. Non mancano però le sperimentazioni, come l’utilizzo di turbine galleggianti, anche se sono in una fase primordiale”.

L'Europa leader da sempre

Il vecchio continente è stato precursore dell’energia eolica, sia offshore che onshore. La prima wind farm nacque infatti in Danimarca, nel 1991. E dei 25 parchi eolici in mare aperto più importanti, 24 sono su territorio europeo (l’altro è cinese), di cui ben dieci si trovano in Gran Bretagna e nove in Germania. Attualmente sono installati complessivamente 142 GW di potenza eolica, 131 in impianti onshore e 11 offshore. I Paesi dell’area attorno al Mare del Nord guidano ora il cambiamento più decisivo, anche grazie all’accordo in Commissione Europea, raggiunto nel giugno scorso, per rafforzare i rapporti commerciali, creare degli hub di interconnessione e realizzare strategie comuni sul mercato energetico.