Macron l'uomo della probabile riconciliazione

Macron l'uomo della probabile riconciliazione

Jean-Marie Colombani | Giornalista e saggista
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L'elezione di Macron è una buona notizia per l'Europa e, più in generale, per le democrazie occidentali. Prossima tappa, le elezioni legislative, è importante che i francesi diano al neo-eletto i mezzi per governare

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Nel 1981, quando François Mitterrand venne eletto Presidente della Repubblica - uno choc storico dopo 25 anni di regno incontrastato della destra - Jacques Lang, prossimo a diventare l’illustre ministro che tutti sappiamo, spiegò che la Francia stava per passare "dall’oscurità alla luce". E oggi, con la presidenza di Macron, non è né assurdo né eccessivo affermare che la Francia ha l’occasione di passare dal più cupo declinismo all’ottimismo di cui ha tremendamente bisogno. È solo un’impressione, beninteso, ma generata dall’impatto tangibile della sua elezione sull’opinione pubblica: sì, l’atmosfera transalpina sta vivendo un cambiamento percettibile. È come se la comparsa dell’UFO Emmanuel Macron nei cieli della politica avesse restituito il sorriso a un Paese che finora era schiacciato sotto il peso del suo stesso pessimismo, certo aggravato dalle conseguenze degli attentati terroristici.

Sarà la fase della ricostruzione?

Appena eletto, Macron ha ribadito le sue intenzioni, in particolare quella di lavorare al rilancio e alla strutturazione dell' #eurozona

D’altra parte, i francesi sono stati preceduti dalle reazioni della stampa internazionale, che salutava l’evento come "il ritorno della Francia". La stessa stampa che, per inciso, aveva sentenziato un po’ troppo in fretta che, dopo il voto pro-Brexit e l’ascesa al potere di Donald Trump, l’Hexagone non poteva sottrarsi all’ondata populista imperante. Ma aveva fatto i conti senza i francesi che, scrutinio dopo scrutinio, hanno sempre votato in larga maggioranza contro l’estrema destra di Marine Le Pen, dimostrando di non volerle consegnare le chiavi del potere - locale, regionale o nazionale che fosse.
E aveva fatto i conti senza quell’anonimo politico che era il giovanissimo ottavo presidente della Quinta Repubblica. Erede di François Hollande per alcuni, e quindi legato alla sinistra riformista; incarnazione del capitalismo "oligarchico" per altri, e quindi esponente della destra anti-sociale. Lui, per quel che lo riguarda, assicura di poter riunire "il meglio della sinistra e della destra", tanto da formare un governo con un Primo Ministro di destra, alcune figure della sinistra riformista, di centro e di destra, e persino numerosi rappresentanti della società civile.
Secondo la (giusta) analisi di Macron, la vita politica ormai va di pari passo con l’economia: è "schumpeteriana", cioè in una fase di distruzione e ricostruzione. Questa elezione è una buona notizia per l’Europa e, più in generale, per le democrazie occidentali, che vedono allontanarsi lo spettro del fascino delle dittature. Ed è una buona notizia perché solo un anno fa, avviando la sua ascesa politica, Emmanuel Macron aveva dichiarato di voler mantenere fede all’impegno della Francia in Europa. Da allora, nel corso della campagna elettorale ha riaffermato che ai suoi occhi solo l’Unione Europea rappresenta un contesto appropriato per chi vuole avere un futuro e che uscire dall’UE (come auspicherebbero l’estrema destra e l’estrema sinistra) significherebbe condannarsi al declino. In più, Macron ha aggiunto che l’attuale status quo dell’Europa non solo non è più sostenibile, ma tende a diventare un fattore di arretratezza e disgregazione. Questa opinione si discosta anche da quella di François Hollande, uno dei fautori di questo status quo, anche se al presidente uscente va riconosciuto il merito dell’insperato salvataggio della Grecia, e quindi della zona euro, nel peggior momento di crisi dei debiti sovrani - e non è un’impresa da poco!

Secondo la (giusta) analisi di Macron, la vita politica ormai va di pari passo con l'economia: è "schumpeteriana", cioè in una fase di distruzione e ricostruzione. Questa elezione è una buona notizia per l'Europa e, più in generale, per le democrazie occidentali, che vedono allontanarsi lo spettro del fascino delle dittature.

Una vittoria per l'europeismo e il fait majoritaire

Appena eletto, Macron ha ribadito le sue intenzioni, in particolare quella di lavorare al rilancio e alla strutturazione dell’eurozona. Da questo punto di vista dovrebbe beneficiare, ancora una volta, di circostanze favorevoli. La sua proclamazione infatti coincide con il momento in cui la Germania ha bisogno sì dell’Europa, ma ancora di più della Francia. Perché la Germania ha avuto paura: mentre Putin si fa sempre più ostile a Est, facendo leva in particolare su punti d’appoggio come l’ungherese Orban, e soprattutto mentre l’America di Trump minaccia un conflitto commerciale, ecco che anche la Francia rischiava di lasciarsi trascinare dall’estrema destra. È evidente che, in una congiuntura del genere, la Germania ha assoluto bisogno che la Francia tenga duro. E siamo pronti a scommettere che la aiuterà, e che di conseguenza aiuterà l’Europa e la zona euro a consolidarsi.
Comunque sia, questo europeismo è stato prontamente riaffermato al primo incontro tra Emmanuel Macron e Paolo Gentiloni, associando l’Italia alla posizione francese. L’inevitabile contropartita è che la Francia dovrà operare un certo numero di riforme strutturali avviate e imperfettamente completate nel quinquennio di François Hollande.
Ma prima, resta ancora una tappa decisiva da raggiungere: le elezioni legislative che si terranno l’11 e il 18 giugno prossimi. Il calcolo di Emmanuel Macron è al tempo stesso semplice e ambizioso: la Quinta Repubblica non consiste solo nell’elezione del presidente per suffragio universale diretto, ma si fonda anche sul "fait majoritaire", la congiunzione delle maggioranze. Ciò implica che i francesi diano al neo-eletto i mezzi per governare, ovvero una maggioranza all’Assemblea Nazionale. Tutti i presidenti ne hanno goduto. L’elezione presidenziale stessa provoca un vento, uno slancio che si ripercuote poi sulle urne al momento dell’elezione dei deputati. Il movimento inaugurato da Emmanuel Macron solo un anno fa ha quindi ottime probabilità di ottenere la maggioranza.

La risposta degli avversari

Senza contare che non c’è più solo un’opposizione, ma tante. La destra del governo, quella di Nicolas Sarkozy o François Fillon, ha reagito male alla nomina di un Primo ministro di destra vicino ad Alain Juppé: il sindaco di Le Havre, Edouard Philippe. Così come a quella di Bruno Lemaire, ex ministro di Nicolas Sarkozy ed ex candidato alle primarie di destra, alla prestigiosa carica di Ministro dell’economia. Fin da subito quindi la destra, invece di adottare un approccio costruttivo, si è arroccata in un’opposizione radicale. Per altro, questo feroce dissenso d’emblée ha ottenuto l’effetto contrario di scoraggiare una parte dell’elettorato di destra.
L’estrema destra, per parte sua, sta ancora elaborando lo scacco di Marine Le Pen. Scacco che, tuttavia, ha permesso di svelare finalmente la verità sui sentimenti europeisti dei francesi. Ormai da anni la Francia viveva sotto una pressione mediatica e politica sovranista, tanto che la Le Pen aveva ritenuto opportuno promuovere una campagna per l’uscita dall’euro. Ciononostante, i sondaggi d’opinione dimostravano che due francesi su tre non erano d’accordo. E guarda caso due francesi su tre si sono pronunciati contro Marine Le Pen. Forse finalmente riusciremo a dimenticare il declinismo e il sovranismo serpreggiante. Questa situazione costringerà Marine Le Pen, sempre che voglia avvicinarsi al potere, a modificare sensibilmente l’orientamento politico del suo partito per trovare quello che le manca: degli alleati nella destra.
Quanto all’estrema sinistra, incarnata da Jean-Luc Mélenchon, il cui modello politico rispecchia vagamente quello di Hugo Chavez, cerca di sostituirsi al partito socialista sulle orme di Syriza in Grecia, e per farlo ha scelto la strada della demagogia e dei discorsi carichi d’odio, come accadde contro François Hollande. Emmanuel Macron è il nemico per il solo fatto di essere stato un banchiere. Come Georges Pompidou a ben vedere, ma anche come l’ex presidente socialista dell’Assemblea Nazionale, Henri Emmanuelli, Macron ha lavorato per la Rothschild prima di lasciare i suoi agi per servire lo Stato e la politica. È dunque dall’estrema sinistra che dobbiamo aspettarci le più forti tensioni, in special modo contro l’emblema della riforma voluta da Emmanuel Macron: la semplificazione del codice del lavoro. Evidentemente si tratta di una lotta simbolica, che verrà considerata da fuori una prova delle effettive capacità di riforma di Emmanuel Macron e che l’estrema sinistra, fortemente presente in almeno due dei grandi sindacati del Paese (Force Ouvrière e CGT), farà di tutto per veder fallire. È un dato di fatto che la Francia sia piagata da sacche di rabbia pronte a degenerare rapidamente, perciò non si possono escludere atti di violenza. Anche se il programma di Macron è sostanzialmente moderato: liberale, sociale, europeo.
Mai come ora l’esercizio del potere è irto di pericoli. Le esigenze politiche dei cittadini-consumatori non sono più univoche, a destra come a sinistra. Attingono a una o all’altra fazione indistintamente. Sono complesse, diversificate, corporative. E non c’è una Francia agiata e aperta da un lato opposta a una Francia precaria e chiusa dall’altro. Ci sono molteplici fratture che si intersecano e si scontrano: territoriali, culturali, di categoria, di identità.
Nonostante tutto, Macron è portatore di speranza. Grazie al rinnovamento, ha il potenziale per rispondere almeno in parte alla crisi della rappresentanza grazie all’ottimismo, può consentire alla nazione di dire basta al declinismo che la sta divorando, e restituire ai cittadini quella fiducia che è il vero motore della crescita. Grazie a un rinnovato spirito europeista, può diventare l’uomo della riconciliazione con questo grande progetto storico. Avendo l’accortezza di non dimenticarsi mai che, alla vigilia del mandato di François Hollande, la principale preoccupazione dei francesi era la disoccupazione. E lo è tuttora, alla soglia di questo nuovo quinquennio. Conterà solo il risultato!

L'estrema sinistra, incarnata da Jean-Luc Mélenchon, il cui modello politico rispecchia vagamente quello di Hugo Chavez, cerca di sostituirsi al partito socialista sulle orme di Syriza in Grecia, e per farlo ha scelto la strada della demagogia e dei discorsi carichi d'odio, come accadde contro François Hollande.