Lanterne verdi
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Sono troppi gli interessi commerciali in gioco tra Pechino e Washington perché le eventuali decisioni della Casa Bianca in materia energetica possano incrinare i rapporti tra i due Paesi, nonostante la distanza in materia ambientale e i rispettivi rapporti con l'OPEC

Il neo presidente degli USA Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio. Non c’è ancora chiarezza sulla politica energetica che la nuova amministrazione attuerà, e ci si chiede se terrà fede ai propositi annunciati durante la campagna elettorale che mirano al raggiungimento dell’indipendenza energetica degli Stati Uniti mediante l’espansione del settore dei combustibili fossili, la riduzione della dipendenza dall’OPEC e la revisione della politica energetica ''verde'' di Obama. A questo punto ci si chiede quale piega prenderanno i rapporti con la Cina, sia che Pechino decida di confrontarsi con gli Stati Uniti in ambito energetico, sia che si imbocchi la via della collaborazione per affrontare insieme le sfide del cambiamento climatico. Il confronto è uno dei processi necessari per lo sviluppo delle relazioni bilaterali e il passaggio da un negoziato più animato a uno scambio più pacato in materia di energia sembra inevitabile per questi due paesi: ''giocare da antagonisti'' in ambito energetico sarà comunque parte del processo stesso. Nel discorso di Trump sulla politica economica americana, pronunciato a Detroit l’8 agosto 2016, sono stati affrontati i cinque punti principali della riforma della politica energetica: 1) salvare l’industria del carbone; 2) presentare nuovamente la richiesta di approvazione dell’oleodotto Keystone XL; 3) consentire lo sviluppo del petrolio e del gas con l’apertura di piattaforme continentali esterne; 4) annullare l’impegno preso in occasione dell’Accordo sul clima di Parigi firmato da Obama; 5) revocare varie restrizioni imposte all’industria energetica statunitense. Trump sosterrà un aumento della perforazione per l’estrazione di combustibili fossili, riducendo le regolamentazioni ambientali, abolendo le restrizioni imposte dall’amministrazione Obama al settore energetico, al fine di incentivare le esportazioni statunitensi di petrolio. Per portare gli Stati Uniti all’indipendenza energetica, il neo presidente prevede una rivalutazione della tecnologia di fratturazione idraulica.

Il capitolo Iran e il rilancio del carbone

L’eventuale rilancio delle sanzioni contro l’Iran potrebbe, però, causare tensioni tra i due paesi. I prezzi del petrolio aumenterebbero, intralciando l’affermazione degli USA nei confronti della Russia. D’altra parte, se gli Stati Uniti lasciassero il Golfo, si verificherebbe un incremento dei costi di assicurazione per il petrolio e si eleverebbero le imposte sull’energia per i consumatori. Allo stesso tempo, se i paesi del Golfo, insieme alla Cina e alla Russia, concorressero per aggiudicarsi il controllo dello Stretto di Hormuz, lo status di egemonia degli USA sarebbe duramente scalfito. In aggiunta a tutto ciò, si potrebbe assistere al completo rigetto della politica energetica di Obama e la priorità assegnata allo sviluppo dei combustibili fossili tradizionali implicherebbe una riduzione degli investimenti destinati alle energie rinnovabili e al nucleare. Sebbene Trump abbia parlato della costruzione di altre centrali atomiche, sarà dura per il nucleare e le energie rinnovabili competere con il gas naturale in un’economia basata sul carbonio. Il New Deal di Trump prevede un investimento di 500 miliardi di dollari statunitensi per la costruzione di nuove infrastrutture. Ciò comporterà, da un lato, l’aumento della domanda statunitense di carbone, contemporaneamente alla crescente domanda di acciaio ed elettricità nel settore delle infrastrutture; dall’altro, eliminando le restrizioni ambientali per l’industria del carbone, si sosterrà lo sviluppo delle centrali alimentate da questa materia prima, stimolando in particolar modo l’uso di carbone pulito, la cui domanda crescerà negli Stati Uniti, con il conseguente rilancio di tale settore. Tuttavia, la politica energetica di Trump sarà soggetta a vari fattori che ne contrasteranno l’applicazione a breve termine. In primo luogo, il rilancio dell’industria del carbone: dal 2008, a causa dei bassi costi dell’energia prodotta da gas naturale, la produzione energetica alimentata a carbone ha coperto meno di un terzo del totale dell’intero Paese. Prima del boom del gas di scisto, gli Stati Uniti producevano più della metà dell’energia mediante l’uso del carbone, e la produzione di energia da gas naturale rappresentava una quota inferiore al 20 percento. Secondo le previsioni dell’AIE, entro il 2017 l’energia prodotta dal carbone e dal gas sarà rispettivamente il 31 percento e il 33 percento. Il calo del consumo di carbone è strettamente legato alla rivoluzione statunitense del gas di scisto. Nell’attuale situazione di crisi dell’economia globale, la politica di Trump può soltanto impedire il drastico declino dell’industria del carbone, al fine di promuoverne il difficile rilancio.

Il processo di sviluppo delle rinnovabili non può fermarsi

Grazie ai prezzi del #petrolio, la #Cina ha sviluppato un'economia efficace e continuerà a rispettare gli impegni dell'#Accordo di Parigi

Trump ha sempre assunto una posizione piuttosto controversa nei confronti dell’energia pulita, sostenendo che il ciclo di ritorno dei capitali investiti nell’industria del fotovoltaico è troppo lungo, i vantaggi non sono sufficienti (basti pensare che il rendimento sull’investimento per i pannelli fotovoltaici richiede ben 32 anni), l’energia eolica non genera ricavi sufficientemente elevati e, per di più, pregiudica il paesaggio. Secondo il magnate americano, il cambiamento climatico globale non è altro che una teoria cospirativa diffusa dai paesi in via di sviluppo. Per questo motivo, le aziende statunitensi che operano nei settori delle energie rinnovabili e delle auto elettriche si trovano ad affrontare una grave svalutazione sul mercato azionario. Tuttavia, non bisogna dimenticare che condurre una campagna elettorale e governare sono due cose ben distinte. L’amministrazione Bush, ad esempio, assunse una posizione favorevole al petrolio, ma nonostante ciò gli otto anni di mandato furono caratterizzati da un calo della produzione petrolifera. Lo sviluppo del gas di scisto potrebbe essere effettivamente attribuito proprio a George W. Bush, sebbene la rivoluzione vera e propria abbia avuto inizio con Obama. Pertanto, la decisione del nuovo governo Trump di ridurre le sovvenzioni destinate alle nuove fonti di energia potrebbe non rivelarsi così negativa. Le previsioni a breve termine non saranno positive, ma a lungo termine la riduzione delle sovvenzioni porterà l’energia eolica, fotovoltaica e gli ulteriori progressi tecnologici a ridurre i propri costi. Abolire il NAFTA (North American Free Trade Agreement - Accordo nordamericano di libero scambio), approvare la costruzione dell’oleodotto Keystone XL, respingere l’accordo sul nucleare iraniano o bloccare le sovvenzioni governative alle energie rinnovabili accrescerebbe la dipendenza dal petrolio e, di conseguenza, a un inevitabile aumento dei prezzi del greggio. Negli ultimi anni, grazie al vantaggio legato ai prezzi contenuti del petrolio, la Cina ha potuto sviluppare la propria economia industriale in modo efficace, motivo per cui continuerà a rispettare gli impegni assunti attraverso la sottoscrizione dell’Accordo di Parigi. Pertanto, il perno del programma energetico di Pechino non cambierà certamente solo per il volere di Trump.

La domanda del mercato energetico cinese spingerà le aziende statunitensi a esportare petrolio e gas naturale, e la forte dipendenza energetica dell'attuale modello economico affievolirà il confronto commerciale da entrambi i lati

Le contromisure della Cina: fenomeni e fantasticherie

L’elevato surplus commerciale tra la Cina e gli Stati Uniti sta però portando i due paesi a un vero e proprio confronto commerciale, del quale non è ancora possibile prevedere vincitori e vinti, ma che si ripercuoterebbe su tutte le controversie commerciali internazionali. Le forti relazioni in ambito energetico tra la Cina e gli USA, più volte rinnegate da Washington, non condurranno però le due nazioni ad una vera e propria guerra commerciale nell’immediato futuro. Dall’11 dicembre 2016 la Cina ha pieno accesso all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), dopo un periodo di transizione di 15 anni, acquisendo lo status di economia di mercato con le relative concessioni, come la possibilità di aprirsi al mercato al dettaglio. Allo stesso tempo, ciò consentirà alle aziende statunitensi che operano nel settore delle energie rinnovabili di avere accesso al mercato cinese, uscendo così da quello americano. È ben noto, infatti, che alcuni esponenti di vertice del partito repubblicano americano hanno investito fortemente nel mercato energetico della Cina, il quale potrebbe assistere a un periodo di larghi guadagni se i due Paesi pongono fine a questo ''gioco conflittuale'', che i repubblicani non avevano previsto in alcun modo. L’apertura ai servizi professionali cinesi per gli USA avrà un effetto positivo, riducendo al contempo il surplus commerciale della Cina. La domanda del mercato energetico cinese spingerà le aziende statunitensi a esportare petrolio e gas naturale, e la forte dipendenza energetica dell’attuale modello economico affievolirà il confronto commerciale da entrambi i lati. Se gli Stati Uniti riaprissero il contenzioso con l’Iran e altre potenze energetiche, si assisterebbe ancora una volta alla formazione di una coalizione composta da Cina, Iran, India e Russia per la creazione di un grande consorzio energetico euroasiatico che prenderebbe il nome di ''CIIR + OPEC''. Ciò spingerebbe a un nuovo confronto con gli Stati Uniti nell’ambito dell’industria energetica tradizionale, a cui Trump non vuole proprio arrivare, poiché non gli consentirebbe di affermare la propria supremazia sulla Russia, oltre che sulla Cina. La Cina deve comunque prepararsi a un confronto globale con gli Stati Uniti. Nel settore energetico, dovrebbe sostenere la diffusione del concetto di ''Gas naturale-RBM'', seguendo l’esempio del ''petrodollaro''. Il ''Gas naturale-RBM'' servirebbe a promuovere l’uso del renminbi (RBM) come valuta di riferimento del gas, aumentando il potere di determinazione dei prezzi di commercializzazione del gas naturale della propria moneta. Dal punto di vista del consumo di materie prime della futura produzione energetica mondiale, il ''Gas naturale-RBM'' porterebbe all’internazionalizzazione della valuta cinese come importante e costante vettore di materie prime, al fine di sviluppare la nuova Via della Seta. L’internazionalizzazione del renminbi, e la conseguente svalutazione del petrodollaro, porterebbe a un nuovo inizio di rapporti con i maggiori paesi importatori di gas, favorendo il tentativo di Cina, Russia, Venezuela, Arabia Saudita e altri paesi a determinare il rafforzamento del renminbi. Inoltre, la Cina dovrebbe sfruttare a pieno il potenziale della Shanghai Futures Exchange per promuovere la commercializzazione dei future del gas naturale, con l’emissione di obbligazioni e l’uso di vari strumenti finanziari volti a promuovere la commercializzazione del gas naturale sul mercato internazionale usando il renminbi come valuta di riferimento internazionale. Qualora la Cina raggiungesse una quota di consumo energetico sufficientemente elevata a livello mondiale, il ''Gas naturale-RBM'' potrebbe sfidare il petrodollaro sul mercato finanziario, provocando un confronto che condurrebbe a una vera e propria guerra commerciale sul fronte energetico: ''Cina vs Stati Uniti''. Dal confronto energetico a quella finanziaria, si giungerebbe ad un duello su tutti i fronti: è proprio questo lo scenario che Trump non è disposto ad affrontare.