La Libia riapre i terminal della "mezzaluna petrolifera"

La Libia riapre i terminal della "mezzaluna petrolifera"

Alessandro Scipione
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Il Governo ha annunciato la ripresa delle esportazioni di greggio dai porti più importanti del Paese. La loro capacità arriva a 600.000 barili al giorno

La Libia cerca di tornare alla normalità dopo anni di crisi e conflitti riaprendo i terminal della Mezzaluna petrolifera. Il Paese potrebbe presto aggiungere tra i 100.000 e i 200.000 barili di petrolio al giorno alla sua attuale produzione, stimata intorno ai 300.000 350.000 barili. Il governo di accordo nazionale di Tripoli ha infatti annunciato la ripresa delle esportazioni di greggio dai siti controllati dalle Guardie delle strutture petrolifere (Pfg), in particolare dai porti di Sidra e Ras Lanuf.

Si tratta dei più importanti terminal del Paese, data la capacità di esportazione che tocca i 600.000 barili di petrolio al giorno. Jonathan Winer, inviato speciale degli Stati Uniti per la Libia, ha recentemente dichiarato che per mantenere la propria economia la Libia dovrebbe pompare almeno 800.000 barili di petrolio al giorno. Un obiettivo che appare difficilmente raggiungibile nel breve periodo. Le Pfg non controllano infatti tutta la filiera e molti pozzi sono gestiti da milizie tribali ostili a Ibrahim Jadhran, capo delle guardie nella Mezzaluna petrolifera, accusato da alcuni di aver favorito la chiusura dei giacimenti petroliferi tra il 2013 e il 2014, causando un danno economico che il presidente della National Oil Company (Noc), Mustafa Sanallah, ha stimato in oltre 100 miliardi di dollari.

Secondo Mattia Toaldo, analista dello European Council on Foreign Relations di Londra, "l'accordo rischia di creare tensioni irreparabili tra la Noc e il governo, senza che quest'ultimo abbia al momento solidi strumenti legali per sostituire il management della Noc". Il presidente della National Oil Company, Mustafa Sanallah, ha respinto l’accordo "perché è sbagliato pagare Jadhran che ha chiuso i terminal petroliferi". Il governo "orientale" libico di al Bayda, non riconosciuto dalla comunità internazionale, si è detto profondamente contrario alla vendita di greggio senza l'autorizzazione della Noc. Secondo Toaldo, la prossima reazione dell'entità governativa della Cirenaica è "imprevedibile" e non sono escluse possibili "azioni di disturbo".

Ibrahim Jadhran, da parte sua, sfrutta l'intesa per acquisire prestigio e legittimazione politica. "Abbiamo voltato pagina", ha detto, aggiungendo che la ripresa delle esportazioni di greggio “avviene in applicazione degli accordi politici libici‘. Le sue dichiarazioni sono state però ridimensionate dal presidente delle Pfg, colonnello Ali al Ahrash, il militare che fa da raccordo fra il governo di Tripoli e gli uomini di Jadhran. "Noi come Guardie petrolifere non abbiamo mai firmato alcun accordo politico", ha detto al Ahrash parlando ai media libici. Il ministro della Difesa del governo di accordo nazionale libico, Mahdi al Baraghouti, è intervenuto per placare le polemiche: "Non abbiamo subito alcuna provocazione né ceduto a condizioni poste da Ibrahim Jadhran e dalle Guardie petrolifere per arrivare a firmare questo accordo‘.

La Libia dipende quasi totalmente dalla produzione d’idrocarburi. Nel 2012, secondo stime del Fondo monetario internazionale, petrolio e gas hanno rappresentato il 96% degli introiti statali e il 98% di quelli delle esportazioni. La riduzione delle attività estrattive ha portato nel 2011, anno d’inizio della guerra civile, a un calo del 62% del Prodotto interno lordo, che negli anni successivi ha avuto una parziale ripresa, annullata tuttavia nel 2014. La maggior parte del greggio libico – dal 70% all’80% – è destinata all’Europa, in particolare a Italia, Germania e Francia. Secondo dati del ministero dello Sviluppo economico di Roma, in Italia nel 2010 venivano mediamente importati dal Paese africano 380.000 barili di greggio al giorno, pari al 25% delle importazioni nazionali. Nel 2014 si è arrivati ad appena 80.000 barili al giorno, ovvero l’8% delle importazioni.