Baghdad regge all'urto

Baghdad regge all'urto

Giorgia Lamaro
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L'Iraq aveva chiesto l'esonero dai tagli alla produzione previsti dell'accordo OPEC, ma ha dovuto accettare un tetto giornaliero di 4,35 mln di barili. A gennaio ha rispettato l'impegno al 53 percento

Secondo maggiore produttore di petrolio dell’OPEC, l’Iraq ha promesso di tagliare il suo output di 210 mila barili al giorno in base all’accordo siglato il 30 novembre scorso a Vienna. Nel corso delle trattative con gli altri Paesi esportatori, il governo di Baghdad, che aveva chiesto di essere esonerato dai tagli per via degli alti costi della guerra contro lo Stato Islamico (Is) e della difficile situazione interna, non è riuscito ad ottenere l’esito sperato, ma ha dovuto accettare un tetto giornaliero di 4,35 milioni di barili, rispetto alla produzione di ottobre pari a 4,7 milioni di barili. Ciò nonostante, almeno per ora, l’obbligo assunto nei confronti degli altri paesi membri dell’OPEC non dovrebbe avere ripercussioni negative sull’industria petrolifera irachena e sulle entrate derivanti dall’export di greggio. Con un prezzo medio del Brent a 55 dollari al barile – che secondo alcune stime potrebbe aumentare ancora fino a raggiungere i 60 dollari – Baghdad può contare infatti su un’alta liquidità, necessaria per far fronte alle spese belliche e di ricostruzione. È peraltro probabile che nei prossimi mesi l’Iraq sia comunque obbligato a ridurre la produzione di petrolio a causa di fattori contingenti.

La manutenzione dei giacimenti e la questione del Kurdistan

Con un #prezzo medio del #Brent a $55/barile, #Baghdad può contare su un'alta liquidità

Le esportazioni di greggio irachene, nel mese di marzo di quest’anno, dovrebbero scendere al livello più basso degli ultimi sette mesi, per via dei lavori di manutenzione previsti in alcuni dei maggiori giacimenti del Paese e per il fisiologico calo stagionale della produzione. Nel giacimento "supergigante" di Rumaila, operato da Bp, Petrochina e dall’irachena South Oil Company (SOC), i lavori di manutenzione sono già iniziati a gennaio scorso e dovrebbero concludersi a giugno. Quelli nel campo supergigante di Majnoon, dato in concessione alla società anglo-olandese Royal Dutch Shell in partnership con la malese Petronas e l’irachena Missan Oil, dovrebbero invece iniziare a febbraio e finire ad aprile. A pieno regime, i due giacimenti producono insieme una media di circa 1,5 milioni di barili al giorno, quota che diminuirà durante i lavori di manutenzione.

In base alle previsioni degli esperti, a marzo le esportazioni di greggio dai terminal di Bassora, nel sud del Paese, dovrebbero scendere a 3 milioni di barili giornalieri (dai 3,28 milioni attuali), dato il calo della produzione. A queste vanno aggiunte le esportazioni dai campi sotto il controllo della regione autonoma del Kurdistan iracheno, sulle quali tuttavia non c’è ancora accordo tra i due Paesi. L’intesa raggiunta nel dicembre del 2014 tra Erbil e Baghdad sulle esportazioni petrolifere è infatti bloccata.

In base all’accordo, il Kurdistan iracheno dovrebbe esportare 550 mila barili di petrolio al giorno attraverso la Somo, la compagnia di Baghdad per la commercializzazione del petrolio, in cambio del 17% del bilancio federale. Attualmente invece le esportazioni dalla regione curda e dai campi di Kirkuk (in gran parte controllati dalle autorità di Erbil) fluiscono sulla conduttura di collegamento con la Turchia, l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan, anche perché la pipeline che passava per Mosul, città ancora sotto il parziale controllo dello Stato islamico nel nord dell’Iraq, è chiusa almeno dal 2014 per via della guerra. Il governo di Baghdad continua quindi a bloccare lo stanziamento del 17% del bilancio statale destinato alla regione curda in base alla Costituzione.
Per quanto la mancanza di un accordo tra il governo federale e quello regionale curdo possa avere delle conseguenze per la stabilità politica interna del Paese, è improbabile che esso abbia ripercussioni sul rispetto dell’accordo siglato in sede OPEC. A favore dell’Iraq gioca anche il fatto che finora l’OPEC ha ridotto più del previsto la produzione di petrolio, grazie al contributo dell’Arabia Saudita che si è impegnata il 30 novembre scorso a ridurre l’output di circa 500 mila barili giornalieri.
Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), a gennaio Riad ha tagliato l’output più del necessario e i dati mostrano il compimento del 90% dell’accordo OPEC, il cui obiettivo è un taglio della produzione media, nei primi sei mesi del 2017, di circa 1,2 milioni di barili, cui si dovrebbe aggiungere una riduzione dell’output di 558 mila barili giornalieri da parte dei Paesi che non fanno parte del Cartello, tra cui la Russia. L’Iraq quindi, almeno per ora, si è potuto permettere di non portare completamente a compimento l’impegno assuntosi in sede di accordo, fermandosi al 53% dell’obiettivo (-0,11% di produzione a fronte del -0,21% richiesto).

Le sfide internazionali

Sul fronte geopolitico, nonostante i recenti successi militari ottenuti nella guerra contro lo Stato Islamico, con l’appoggio della coalizione internazionale a guida USA, l’Iraq va incontro a tempi impegnativi.
L’offensiva per la liberazione di Mosul, ultima vera roccaforte del gruppo jihadista nel nord, è infatti quasi giunta al termine con la parziale liberazione del centro cittadino ma, una volta ripreso il controllo dell’intera provincia, Baghdad dovrà iniziare un’opera di "ricostruzione politica" non facile, che tenga conto delle richieste e delle rivendicazioni dei diversi gruppi religiosi ed etnici. Sarà necessario riconoscere un ruolo importante alla comunità sunnita, anche al livello delle più alte cariche istituzionali, in modo da allontanare, una volta per tutte, il riaccendersi delle violenze tra le diverse componenti religiose del Paese.
Anche con i curdi sarà necessario trovare un nuovo equilibrio, poiché nella guerra contro lo Stato islamico, la Regione autonoma del Kurdistan iracheno ha assunto un ruolo più forte, sia dal punto di vista delle relazioni internazionali – con la Turchia ma anche con gli Stati Uniti – e sia dal punto di vista strettamente militare. Certo è che, una volta sconfitte le milizie del "califfato", per il Paese potrebbe aprirsi un periodo di crescita e di stabilità che non potrà non favorire la ricostruzione.

Per ora, l'obbligo assunto nei confronti degli altri paesi membri dell'OPEC non dovrebbe avere ripercussioni negative sull'industria petrolifera irachena e sulle entrate derivanti dall'export di greggio