L'energia a stelle e strisce
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Con Trump c'è stata un'improvvisa svolta a destra per le politiche energetiche e climatiche ma, di fatto, il loro impatto sarà comunque limitato dalle influenze del mercato. Importante puntare su mercati energetici integrati a livello globale o regionale

Gli Stati Uniti vantano un enorme patrimonio di risorse naturali, un’economia forte, un vivace sistema di università e associazioni della società civile, e imprese private di qualità eccellente. Ognuno di questi fattori ha contribuito a rendere gli USA uno dei principali produttori e consumatori di energia al mondo, nonché fonte principale di tecnologie energetiche innovative. Gli Stati Uniti si trovano ad affrontare un mondo con un sistema energetico in piena evoluzione. I mercati petroliferi stanno lentamente tornando in equilibrio dopo due anni di offerta in eccesso accompagnata da un drastico calo dei prezzi. L’andamento futuro dei prezzi è incerto, nonostante la recente decisione dell’OPEC di ridurre la produzione. Un percorso accidentato con livelli dei prezzi inferiori sembra probabile e non si può ignorare la possibilità di forti impennate favorite da interruzioni dell’approvvigionamento. Le congiunture economiche sfavorevoli e l’incertezza nelle economie principali come quella cinese andranno probabilmente a pesare sulle aspettative di aumento della domanda energetica in tutto il mondo. I cambiamenti che coinvolgono le tecnologie, le politiche e i mercati continuano a rimodellare i settori dell’energia elettrica consolidati e in via di sviluppo in termini di mix energetico, efficienza e complessità della rete. Il fermento geopolitico in alcune delle più importanti regioni produttrici di energia del mondo continuerà a mantenere i mercati del petrolio e del gas in bilico. Un’ondata di populismo, anti-globalizzazione e malcontento politico continua a indebolire le istituzioni e a mettere in crisi la governabilità in molti Paesi del mondo. Sul fronte del clima, gli Stati Uniti si sono imposti come leader dell’azione globale per la tutela del clima e la riduzione delle emissioni, ma serviranno ancora enormi passi in avanti per rispettare gli obiettivi globali dichiarati. Al contempo, il centro di gravità della crescita della domanda energetica globale si è spostato nei Paesi in via di sviluppo, cosicché queste regioni sono diventate lo scenario della maggior parte dei nuovi investimenti energetici, mentre tutti gli stakeholder del settore energetico si concentrano sulle modalità per dotare i più poveri del mondo di moderni servizi energetici.

La repentina virata

L’elezione di Donald Trump alla presidenza è stata caratterizzata da un’improvvisa svolta a destra per le politiche statunitensi sull’energia e il cambiamento climatico. Le promesse elettorali di Trump includono un ridimensionamento delle normative ambientali, l’apertura di più aree di sviluppo petrolifero e del gas, la rivitalizzazione del settore del carbone, il ritiro dall’Accordo di Parigi sul clima e l’indipendenza energetica degli Stati Uniti. In realtà, per quanto l’amministrazione Trump possa prendere delle misure per realizzare questi obiettivi, il loro impatto sarà comunque limitato dalle influenze del mercato. Ad esempio, il processo per abrogare le politiche sulle licenze e le normative ambientali dell’era Obama è oneroso e controverso, e al contempo offre pochissime certezze a lungo termine per gli investitori nei settori interessati. Il climate change è l’ambito più colpito da questi cambiamenti, nonostante l’incertezza appena menzionata. Le politiche federali sul clima, che nel caso di un’amministrazione Clinton sarebbero state estese, non saranno molto probabilmente portate avanti (si fanno ipotesi sull’eventualità che le disposizioni complementari di tali politiche a livello statale e locale possano continuare a resistere). Nel contesto dell’agenda climatica globale, che mirava a ottenere riduzioni delle emissioni persino superiori a quelle promesse a Parigi, limitarsi a mantenere la riduzione delle emissioni raggiunta dagli Stati Uniti fino ad oggi è un risultato subottimale, mentre adottare azioni che aumentano le emissioni potrebbe risultare disastroso. Un altro esempio è la promessa di ottenere l’indipendenza energetica, un obiettivo che gli Stati Uniti non sono mai stati così vicini dal raggiungere negli ultimi 40 anni. Oggi, gli Stati Uniti producono più energia che mai in rapporto ai loro consumi, eppure rimangono legati al destino degli altri Paesi tanto quanto lo erano un decennio fa, quando la loro dipendenza dalle importazioni di energia era ai massimi livelli. Non è chiaro se una delle vaghe dichiarazioni di Donald Trump sulla possibilità di opporsi all’OPEC e di rivendicare l’indipendenza energetica si materializzerà semplicemente in politiche di sostegno alla produzione energetica, che saranno ben accolte dal settore del petrolio, del gas e del carbone. Tuttavia gli investimenti potrebbero essere limitati da un mercato globale in sovrapproduzione, almeno nei prossimi due anni, e gli effetti sulla produzione attuale potrebbero essere limitati dai cicli a lungo termine relativi alla realizzazione di nuovi investimenti. Per quanto concerne la posizione degli Stati Uniti nei confronti dell’OPEC e degli altri produttori e consumatori principali di petrolio, è probabile che questa venga fortemente influenzata da altre questioni di politica estera, come la posizione sul commercio, le modifiche all’accordo sul nucleare con l’Iran e altre questioni di sicurezza. Come per le altre nuove amministrazioni, Trump erediterà un sistema energetico con le proprie dinamiche e problematiche, solo alcune delle quali sono sotto il controllo federale. Attualmente, il settore energetico sta attraversando alcuni cambiamenti profondi che daranno vita a ostacoli e a opportunità e permetteranno alla nuova amministrazione di determinare il futuro energetico collettivo. Pensiamo ad esempio al settore dell’elettricità statunitense. Solo pochi anni fa, metà della produzione elettrica statunitense era legata al carbone; questo valore è sceso al 32 percento a causa delle abbondanti risorse di gas naturale, degli standard ambientali più restrittivi per le centrali a carbone e dell’aumento della capacità solare ed eolica. La tendenza ad abbandonare il carbone, probabilmente, continuerà senza un supporto governativo molto consistente. Gli Stati Uniti hanno abbondanti risorse di gas, e le politiche e gli incentivi fiscali esistenti a livello statale e federale - insieme alla diminuzione del costo delle rinnovabili - manterranno competitive le risorse rinnovabili. Gli stati federali stanno sperimentando nuovi modelli di prezzi e normative per adattarsi alla quantità di risorse di energia distribuita, dalle tecnologie solari sui tetti a quelle per lo stoccaggio di energia e per gestire la domanda. Nel frattempo, la domanda di elettricità negli Stati Uniti è stabile con tendenza a diminuire a causa di una minore crescita economica e dell’aumento dei tassi di efficienza, il che comporta l’estromissione di altre fonti a causa di grandi cambiamenti nel mix di combustibili. Tali tendenze continueranno a mettere in discussione il ruolo del carbone e dell’energia nucleare. Otto reattori nucleari hanno annunciato piani di chiusura, e secondo alcune stime altri 15-20 impianti potrebbero fare lo stesso. All’inizio del prossimo anno, il Tribunale distrettuale degli Stati Uniti deciderà il destino del primo standard di settore per la regolamentazione dell’anidride carbonica nell’ambito del Clean Power Plan. L’amministrazione Trump ha promesso di abrogare sia questa che molte altre normative ambientali che colpiscono il settore elettrico statunitense. Benché la nuova amministrazione abbia l’autorità di intraprendere tale deregolamentazione, il processo sarà lungo e il governo sarà citato in giudizio dagli stati e dalle organizzazioni ambientali. Il risultato sarà solo una maggiore incertezza invece di un chiaro segnale su una maggiore o minore regolamentazione sul clima nel corso della durata degli investimenti a lungo termine. Gli stakeholder dell’intero settore si rendono conto che tali cambiamenti stanno mettendo sotto pressione un sistema la cui struttura fisica e normativa è stata concepita per un’epoca diversa, e che sono necessari cambiamenti per adattarsi alle nuove realtà di un sistema in transizione.

Trasporti e infrastrutture, cosa cambierà

Il cambiamento sta attraversando anche il settore dei trasporti. Per la prima volta in decenni, il parco veicoli statunitense ha raggiunto i suoi concorrenti internazionali in termini di efficienza. Ride e vehicle sharing sono fenomeni in crescita in gran parte dei centri urbani e la loro tecnologia è diffusamente considerata come anticipatrice di un’esperienza di trasporto completamente nuova, grazie alla futura apparizione di veicoli del tutto autonomi. Sullo sfondo di questo enorme cambiamento, il sistema nazionale dei trasporti è bloccato in una distorsione temporale. Le autostrade, i ponti e le ferrovie rimangono miseramente vittime di sotto manutenzione e rappresentano dei rischi per la sicurezza, nonché una pesante zavorra per l’intera economia. Molte comunità statali e locali stanno modernizzando la propria infrastruttura dei trasporti, ma si può e si dovrebbe fare molto di più. La campagna di Trump si fondava sulla promessa di investire nelle infrastrutture della nazione che, in gran parte, includono il settore dei trasporti. Le politiche infrastrutturali e gli investimenti intelligenti potrebbero costituire un progresso molto gradito e necessario in questo settore. Nel frattempo, la rivoluzione della produzione statunitense di petrolio e gas continua rimanendo, nonostante due anni di prezzi del petrolio e del gas naturale bassi, ai livelli più alti degli ultimi decenni. La produzione petrolifera USA, attualmente, riveste un ruolo centrale nelle dinamiche del mercato petrolifero globale, mentre le esportazioni di gas naturale sono sbandierate come simbolo della potenzialità, per questa risorsa, di rivestire un ruolo più importante nei prossimi decenni. I timori riguardanti l’impatto ambientale della produzione, soprattutto onshore, hanno dato vita agli sforzi delle lobby per interrompere la produzione di tutti i combustibili fossili. Ironia della sorte, ciò avviene nello stesso momento in cui buona parte dell’infrastruttura del petrolio e del gas della nazione sta raggiungendo lo stadio di maturità e necessita di essere sostituita. Diverse fuoriuscite di petrolio e perdite di gas, avvenute recentemente, dimostrano la necessità di aggiornare e sottoporre a manutenzione tali infrastrutture. La costruzione di nuovi oleodotti, come Keystone XL e Dakota Access, riceverà la massima attenzione politica sotto la nuova amministrazione, ma la sfida di modernizzare la rete di oleodotti e gasdotti esistenti e di continuare a migliorare le prestazioni dal punto di vista ambientale sarà di importanza altrettanto fondamentale. La nuova amministrazione ha un’eccezionale opportunità di sfruttare questi cambiamenti ed effettuare alcuni re-investimenti, tanto necessari, che andranno a beneficio dell’economia statunitense, e potrebbe persino scegliere di farlo in modo accettabile per entrambi le parti politiche. Una delle poche aree di intesa nella profonda spaccatura generata durante la corsa alla presidenza di quest’anno, infatti, è stata proprio la necessità di ricostruire le infrastrutture della nazione e di utilizzare il settore energetico per creare posti di lavoro e favorire la crescita. Diverse proposte di legge promosse dall’attuale Congresso, nonché dal Dipartimento dell’Energia statunitense nel suo Quadrennial Energy Review e dal Dipartimento dei Trasporti statunitense con il suo report Beyond Traffic, hanno presentato alcune idee riguardanti le sfide dell’infrastruttura energetica del futuro. L’amministrazione Trump farebbe bene ad affidarsi a questi documenti e alle informazioni in essi riportate per operare delle scelte consapevoli.

L'Agenda dell'innovazione

Un’altra area di accordo bipartisan è l’Agenda dell’innovazione. Gli Stati Uniti sono leader mondiali nelle tecnologie energetiche, automobilistiche e agricole di tutte le tipologie. Il governo federale riveste un ruolo importante nel suo apporto a tale ecosistema dell’innovazione. Sarebbe un errore perdere il vantaggio competitivo che gli Stati Uniti possiedono nell’innovazione energetica, arrendendosi a miopi esercizi di tagli del budget. Un’ultima lezione fondamentale da trarre dall’esperienza elettorale di quest’anno è che, in entrambi i partiti, si è diffuso un forte malcontento per quanto riguarda la condizione della mobilità economica e sociale. Tale preoccupazione permeerà, probabilmente, i dibattiti energetici a livello nazionale e locale, sia a destra che a sinistra, dello spettro politico, perché l’energia è spesso legata a opportunità economiche e alla creazione di posti di lavoro. In occasione delle tornate elettorali più recenti, entrambi i partiti hanno suggerito che la crescita economica, sia a livello nazionale che locale, potrebbe essere raggiunta alternativamente tramite l’utilizzo di energia a basse emissioni oppure con una produzione energetica basata sui combustibili fossili e bassi prezzi dell’energia. Ciò che nessun politico è disposto ad ammettere è che la nostra comprensione di come l’energia si adatti alla mobilità economica e sociale è insufficiente e opportunista. Questo è un ambito in cui avrebbe particolarmente senso uno sforzo bipartisan per comprendere davvero il ruolo dell’energia nella mobilità economica e sociale e per migliorare le nostre politiche e i nostri investimenti. Infine, è fondamentale che la nuova amministrazione non perda di vista gli importanti rapporti energetici che ha stretto in tutto il mondo. Per gran parte degli ultimi quarant’anni, la politica energetica statunitense è stata guidata dall’esigenza di fornire sicurezza energetica tramite rapporti commerciali estesi e aperti, soprattutto per il petrolio, all’interno del mercato globale. Grossomodo, negli ultimi dieci anni, questo obiettivo principale è stato affiancato dalla priorità generale di ridurre le emissioni legate al consumo di energia per contrastare il cambiamento climatico. L’attuale amministrazione non è guidata da nessuna di queste priorità, al contrario si concentra sullo sfruttare al massimo le risorse energetiche statunitensi. Un concetto collegato molto strettamente all’idea di indipendenza energetica. A prescindere dalla quantità di energia in mano agli Stati Uniti, sarebbe sbagliato ignorare i benefici economici e di sicurezza derivanti da mercati energetici integrati a livello globale o regionale. L’energia riveste un importante ruolo strategico nell’economia statunitense e nei rapporti con gli altri Paesi. Se da un lato l’agenda elettorale dell’amministrazione Trump verrà limitata dalle tendenze del mercato, dall’altro anche un settore dell’energia dinamico offre moltissime opportunità, che vale la pena di cogliere.