L'ago della bilancia è Washington
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L'accordo, fortemente spinto da Mosca, è stato una straordinaria impresa diplomatica che ha unito Paesi non sempre "amici". Quest'intesa durerà? Dipende molto dalle nuove direttive della Casa Bianca

Ferventi avversari durante la Guerra Fredda, la Russia e l’Arabia Saudita hanno unito le loro forze a novembre per far approvare il taglio storico della produzione di greggio. Una straordinaria impresa diplomatica che ha coinvolto 13 membri dell’OPEC e 11 paesi non-OPEC e si è consumata al di fuori dei consueti forum multilaterali. E ancora più sorprendente è il fatto che l’accordo abbia superato le nette divisioni geopolitiche tra i firmatari. La cerimonia ha messo insieme molti dei combattenti per procura che sostengono le fazioni opposte della guerra civile siriana: da un lato Russia e Iran, entrambi sostenitori del governo siriano di matrice sciita e dei suoi alleati, dall’altro l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo, che supportano principalmente i ribelli sunniti. Come ci sono riusciti? La risposta più diretta risiede nel semplice interesse economico. Tuttavia, archiviare questo successo come una semplice mossa finanziaria ne sminuirebbe l’importanza.

Un'intesa tra avversari. Un miracolo nella storia energetica

I protagonisti dell'#accordoOPEC hanno concordato di condividere il peso di 1,8 milioni di barili al giorno (mbg) di tagli alla #produzione

Vincolare la fornitura petrolifera globale ha sempre rappresentato una questione di azione collettiva alquanto ingarbugliata, che però è diventata più complessa dai giorni in cui un cartello OPEC più ristretto, o la Texas Railroad Commission, o persino la Standard Oil, potevano porre un freno ai produttori affinché mantenessero i prezzi petroliferi ''ragionevoli''. L’accordo di novembre ha messo insieme non meno di due dozzine di stati, molti dei quali avversari strategici e persino acerrimi rivali. I protagonisti hanno concordato di fidarsi l’uno dell’altro abbastanza a lungo da condividere il peso di ben 1,8 milioni di barili al giorno (mbg) di tagli alla produzione in cambio della prospettiva di un incremento sproporzionato degli utili. Questa larga intesa, di portata storica, non si sarebbe mai materializzata senza l’importante impegno da parte dei due attori principali - l’Arabia Saudita e la Russia - per trovare un terreno comune e coinvolgere altri protagonisti. Ora resta da chiedersi se la collaborazione della Russia con il Cartello petrolifero è stata solo un’impresa opportunistica studiata ad hoc o se il legame russo-saudita è destinato a restare stabile per lungo tempo ancora. Da un lato, il successo dell’accordo di novembre – congegnato da due Paesi che si trovano sempre più in contrasto con Washington – segnala una maggiore volontà di cooperazione tra Russia e OPEC. Inoltre, l’intesa rappresenta un’opportunità senza precedenti per Mosca di creare un legame con l’Arabia Saudita, uno dei suoi più acerrimi nemici durante la Guerra Fredda. Dall’altro lato, l’impegno della Russia di combattere insieme alle forze religiose sciite in Siria, compreso l’Iran e la milizia libanese Hezbollah, implica orientamenti geopolitici opposti che peserebbero a sfavore di un allineamento più stretto. L’accordo di novembre è stato raggiunto nel modo in cui solitamente vanno a finire i compromessi politici, ossia con i leader che forzano la mano e offrono bustarelle per creare coalizioni. L’Arabia Saudita - il leader de facto dell’OPEC per via della sua capacità produttiva di riserva - ha tutelato la propria posizione di figura dominante. Il regno si è assicurato il coinvolgimento delle monarchie del Golfo e degli altri membri arabi del cartello, nonché di altri paesi come l’Oman, il Sudan e il Bahrain che producono petrolio al di fuori dell’OPEC. La collaborazione russa è entrata in gioco con il presidente Vladimir Putin, che intuì gli ovvi vantaggi per il proprio Paese. In cambio di un taglio graduale di 300.000 barili al giorno - pari al 2,6 percento circa della sua produzione massima nel 2016, nel momento in cui i tagli raggiungeranno il picco - la Russia ha già iniziato a raccogliere i frutti di un aumento del 20 percento dei prezzi di vendita del greggio degli Urali. Per Mosca l’accordo di novembre ha già dimostrato la sua utilità a livello economico. Per contro, i sauditi hanno accettato di tagliare 486.000 barili al giorno. A gennaio il regno ha annunciato di aver già superato tale livello. Altri tagli consistenti sono stati promessi dagli Emirati Arabi Uniti (139.000 barili al giorno) e dal Kuwait, che ha assicurato di tagliare 131.000 barili, sorpassando questo livello già a gennaio. Inoltre, la Russia ha compreso pienamente l’opportunità unica di sfruttare il proprio vantaggio geopolitico nel Golfo, il cuore strategico della sicurezza energetica statunitense. Le monarchie del Golfo Persico sono infatti così importanti per Washington che la protezione della loro sovranità diede vita nel 1980 alla dottrina Carter. Tale prescrizione affermava, in caso di necessità, l’uso della forza da parte degli Stati Uniti per tutelare i propri interessi nel Golfo Persico; in effetti, venne proclamata in risposta a una minaccia russa: l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. La dottrina Carter venne poi messa in atto nel 1991, quando una forza multinazionale guidata dagli Stati Uniti cacciò gli invasori iracheni dal Kuwait. Attualmente, sembra che l’America, traboccante di petrolio di scisto e sempre più stanca dei vari tentativi falliti per rimodellare il Medio Oriente, stia assumendo un atteggiamento più rilassato nei confronti delle incursioni russe nel Golfo.

Resta da chiedersi se la collaborazione della Russia con il Cartello petrolifero è stata solo un'impresa opportunistica studiata ad hoc o se il legame russo-saudita è destinato a restare stabile per lungo tempo ancora. Da un lato, il successo dell'accordo di Novembre segnala una maggiore volontà di cooperazione tra Russia e OPEC.

Un lavoro alacre partito strategicamente da Mosca

Com’era prevedibile, Putin ha preso l’iniziativa: lui e il ministro dell’Energia russo, Aleksandr Novak, sono stati tra quelli che hanno lavorato più alacremente per raggiungere l’accordo, dimostrando la credibilità dell’intenzione della Russia di tagliare la produzione, facendo aderire un recalcitrante Iran e i produttori dell’ex blocco sovietico, come Azerbaijan e Kazakistan. Questa volta, la posizione di Mosca è risultata più credibile rispetto alle promesse fatte nel 1998, quando per l’ultima volta la Russia partecipò a un accordo dell’OPEC sul taglio della produzione di greggio. All’epoca, gran parte del settore petrolifero russo era in mani private. La raffazzonata privatizzazione post-sovietica aveva consegnato le chiavi dell’economia a una manciata di oligarchi poco interessati a promuovere gli interessi strategici dello Stato. In quell’occasione si sosteneva che gli imbrogli sulla quota della Russia fossero dilaganti. Dal graduale ritorno alla nazionalizzazione delle più grandi compagnie del petrolio e del gas attuato da Putin, e dalla scelta di mettere i suoi sottoposti politici chiave a capo di tali imprese, le promesse di taglio alla produzione da parte del presidente hanno acquisito un peso maggiore. L’applicazione delle quote è inoltre reso più facile dalla proprietà pubblica di Transneft, il proprietario-operatore monopolistico degli oleodotti russi. Si dice che Novak e la sua controparte saudita, Khalid al-Falih, abbiano elaborato i principi fondamentali dell’accordo di novembre nel corso di riunioni tenutesi nell’arco di un anno, incontrandosi spesso in segreto. Dopo i tagli, entrambi i ministri hanno rilasciato dichiarazioni che suggeriscono che tale cooperazione continuerà. Novak si è spinto persino a descrivere la stretta collaborazione nel campo energetico come un primo segnale di una ''partnership strategica'' in nuce. ''È un momento storico, a mio parere'', ha affermato Novak. Sorprendentemente, al-Falih ha ribadito questa visione, dichiarando che l’accordo ''rinsalda il rapporto e ci prepara per una cooperazione a lungo termine''. A gennaio, al- Falih ha nuovamente invocato una partnership di lungo periodo con Mosca, ma stando attento a inquadrare la cooperazione in termini OPEC-Russia, piuttosto che come russo-saudita. ''Noi dell’OPEC miriamo a ottimizzare i nostri rapporti con la Russia a lungo termine'', avrebbe dichiarato al-Falih, aggiungendo che ''una soluzione temporanea non è certamente un grande obiettivo. Vogliamo che questa sia una partnership duratura. Dobbiamo essere flessibili nei nostri interventi. La nostra collaborazione si evolverà nel tempo''. Tali dichiarazioni sollevano la questione di quali potrebbero essere i parametri definitivi di questa partnership. La partecipazione di Putin ha consentito all’accordo di superare la crescente animosità tra l’Arabia Saudita e l’Iran. Sette mesi prima, le dispute tra sauditi e iraniani avevano fatto fallire il tentativo di forgiare un’intesa analoga a Doha. All’epoca, l’Arabia Saudita aveva chiesto che l’Iran applicasse dei tagli, e la risposta di Teheran fu che li avrebbe presi in considerazione quando la propria produzione avrebbe raggiunto 4 milioni di barili al giorno, il livello vantato prima dell’imposizione delle sanzioni internazionali sul proprio programma nucleare. Tali sanzioni sono state cancellate nel 2016. Questa volta Putin ha convinto l’Iran ad aderire accertandosi prima che l’Arabia Saudita avrebbe davvero accettato di farsi carico del taglio della produzione più consistente di tutti i partecipanti. Tuttavia, i sauditi non volevano che si pensasse che stessero concedendo troppo all’Iran. Si dice che Putin, venutone a conoscenza, abbia telefonato al presidente iraniano Rouhani, con il quale è in buoni rapporti, e si sia rapidamente assicurato il suo consenso. L’Iran avrebbe acconsentito - senza che gli fosse chiesto di applicare alcun taglio - e avrebbe evitato di gongolare per essersi aggiudicato una ''vittoria nei confronti dei sauditi''. Il sorprendente risultato: i sauditi finiscono per tagliare più di mezzo milione di barili al giorno, mentre all’Iran viene consentito un aumento della produzione di 90.000 barili al giorno.

L'equilibrio dei poteri tra i produttori OPEC e non-OPEC

Mentre la vecchia ostilità tra la Russia e i produttori del Golfo sembra scemare, occorre chiedersi quale sarà l’equilibrio dei poteri tra i produttori OPEC e non-OPEC. Nel lungo periodo, la duplice pressione proveniente dal cambiamento climatico e dalla scoperta di enormi risorse al di fuori dell’OPEC non fa ben sperare per il potere di mercato del cartello. Tuttavia, l’accresciuta cooperazione - in particolare con la Russia - potrebbe erodere l’influenza di Washington sui sauditi e, per estensione, sul mercato petrolifero stesso. Dieci o venti anni fa ciò sarebbe stato impensabile. Nell’era sovietica, l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti erano legati in una partnership strategica che agiva praticamente in blocco. In ogni occasione i sauditi sostenevano gli sforzi statunitensi per contrastare le intromissioni sovietiche e comuniste in tutto il mondo, ad esempio in Egitto, Congo, Angola, Nicaragua e, con maggiore successo, in Afghanistan. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita utilizzava la propria capacità di riserva petrolifera per supportare diversi interventi statunitensi in Medio Oriente. Che si trattasse della perdita di produzione del Kuwait nel 1990, delle interruzioni causate dalla guerra civile in Libia dal 2011, o delle sanzioni per il nucleare in Iran, l’America lavorava di concerto con l’Arabia Saudita per accertarsi che le interruzioni della fornitura petrolifera potessero essere coperte senza gravare eccessivamente sugli stati importatori, e in particolare sugli automobilisti americani. In cambio, gli Stati Uniti garantivano un forte sistema di protezione alle altrimenti deboli monarchie del Golfo. Il vecchio accordo ''petrolio in cambio di sicurezza'' si è sempre fondato su un tacito principio: la Russia doveva essere tenuta a debita distanza. Come è noto, nel 1951 il re saudita Abdul Aziz disse a un generale statunitense al comando della base aerea a Dhahran: ''Se riuscite a trovare un comunista in Arabia Saudita vi consegnerò la sua testa''. Oggi sono numerosi i russi nel Golfo, sebbene pochi possano essere definiti comunisti. Da tempo i resort del Golfo, in particolare a Dubai, attirano i gonfi portafogli dei turisti russi. Il Burj al-Arab, con camere da 1.500 dollari a notte, è così popolare tra i russi che l’hotel stesso assume personale di lingua russa. Il traffico funziona in entrambe le direzioni. A dicembre l’OPEC ha essenzialmente comprato una quota della produzione petrolifera russa - benché una rimane sotto il controllo pubblico russo. La Qatar Investment Authority si è unita a Glencore, società svizzera di commercializzazione di materie prime, in un accordo da 11 miliardi di dollari per acquistare una quota del 19,5 percento di Rosneft, una delle principali compagnie petrolifere quotate al mondo, della quale il governo russo detiene la maggioranza. Se l’accordo andrà in porto, la vendita di Rosneft rappresenterebbe una delle principali operazioni energetiche degli ultimi mesi nonché un modo plateale per aggirare le sanzioni occidentali imposte alla Russia. L’accordo è degno di nota in parte perché, a quanto pare, il Qatar, uno sceiccato alleato agli Stati Uniti, si è sentito a proprio agio a investire in Russia, pur ospitando il quartier generale del Comando Centrale degli Stati Uniti presso l’estesa base aerea di al-Udeid, fuori Doha.

Il peggioramento del rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita si è esacerbato con la presidenza Obama, ancora più allarmante per Riyadh è stata la partecipazione statunitense all'accordo del 2015 in virtù del quale l'Iran ha congelato lo sviluppo nucleare in cambio della cancellazione delle sanzioni occidentali. L'accordo nucleare ha spianato la strada al ritorno dell'Iran sui mercati petroliferi e, cosa più importante, come concorrente strategico dei regimi sunniti in tutto il Golfo

La posizione "comprensibile" degli Stati Uniti

Nel frattempo, sembra che gli Stati Uniti stiano consentendo le incursioni russe, allontanandosi dal Medio Oriente e allentando gradualmente i propri legami con l’Arabia Saudita. La posizione americana è parzialmente comprensibile. I rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita hanno perso gran parte della loro ragion d’essere strategica dopo la dissoluzione nel 1991 dell’Unione Sovietica. Da allora, l’America è stata danneggiata dal coinvolgimento in guerre costose e infruttuose che non hanno in alcun modo placato il caos in Siria, Libia, Yemen e Iraq.  Il peggioramento del rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita si è esacerbato con la presidenza Obama, che ha apertamente disprezzato questo legame. Obama ha ritirato le forze statunitensi dalla regione e ha simpatizzato apertamente con i manifestanti della Primavera araba in Egitto e Tunisia. Tale posizione pro-rivoltosi ha allarmato l’Arabia Saudita, in particolare il ritiro del sostegno statunitense al presidente egiziano Hosni Mubarak, deposto nel 2011. I sauditi hanno inoltre condannato l’indisponibilità di Obama a intervenire con la forza nella guerra civile siriana. Ancora più allarmante per Riyadh è stata la partecipazione statunitense all’accordo del 2015 in virtù del quale l’Iran ha congelato lo sviluppo nucleare in cambio della cancellazione delle sanzioni occidentali. L’accordo nucleare ha spianato la strada al ritorno dell’Iran sui mercati petroliferi e, cosa più importante, come concorrente strategico dei regimi sunniti in tutto il Golfo. L’ex ambasciatore saudita a Washington, il principe Bandar bin Sultan, aveva previsto che l’accordo nucleare avrebbe “gettato scompiglio in Medio Oriente” perché aiuta l’Iran, ''un protagonista di rilievo nella destabilizzazione della regione''. L’OPEC è stato inoltre attirato verso la Russia e altri stati non OPEC perché due dei principali produttori petroliferi, gli Stati Uniti e il Canada, non hanno i mezzi per controllare la produzione petrolifera all’interno dei propri confini. Washington e Ottawa non hanno praticamente nessuna influenza sulle decisioni produttive di più di 10.000 operatori privati che ne costituiscono il settore petrolifero. La rivoluzione dello scisto ha consentito all’America di ottenere l’autosufficienza nel settore del gas naturale e di avvicinarsi a quella petrolifera. Benché l’Arabia Saudita rimanga la seconda fonte principale delle importazioni petrolifere statunitensi, sta cedendo terreno al Canada. Se l’oleodotto Keystone XL verrà costruito, potrebbe perdere altre quote dello strategico mercato statunitense. Con Donald Trump alla Casa Bianca, non è facile immaginare se i rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita siano destinati a progredire o a vacillare ulteriormente. Da un lato, Trump ha basato la propria campagna elettorale sull’ulteriore riduzione del coinvolgimento americano nella regione e ha rilasciato commenti denigratori sull’Arabia Saudita, affermando che le importazioni statunitensi di petrolio saudita – e forse il supporto militare statunitense – sarebbero state subordinate all’intervento saudita nella lotta contro lo Stato islamico o ISIS. Dall’altro lato, la nomina a Segretario di Stato di Rex Tillerson, ex amministratore delegato di Exxon Mobil, suggerisce la possibilità di un rafforzamento dei legami non solo con la Russia, ma anche con l’Arabia Saudita e altri paesi produttori di petrolio con la cui leadership Tillerson è in buoni rapporti. I cambiamenti nella dinamica dei rapporti USA-Arabia Saudita-Russia si realizzeranno nel lungo periodo, trattenuti unicamente da ostacoli strutturali. Le risorse della Russia per penetrare nel Golfo, alleato degli Stati Uniti – con le basi statunitensi e i militari nazionali che rimangono interoperabili con quelli americani – sono limitate. Al momento, anche il sostegno della Russia ai rivali sciiti delle monarchie sunnite impedisce ulteriori intromissioni. In definitiva, se ci sono problemi in Medio Oriente, è ancora Washington a rispondere alla chiamata.