Iran, la vittoria del dialogo
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La rielezione di Rohani a presidente iraniano si pone è nel segno della continuità rispetto al suo precedente mandato ed è il riconoscimento della validità dell'accordo sul nucleare e della riconciliazione con il mondo da parte del popolo iraniano

Il moderato Hassan Rohani è stato confermato alla presidenza della Repubblica iraniana per il secondo mandato, con il 56,88% dei voti. Il candidato conservatore, Ebrahim Raisi, si è fermato al 38,55%. Si tratta, prima di tutto, di una vittoria della continuità per gli iraniani che hanno bocciato il ritorno al radicalismo degli ultra-conservatori vicini all'ex presidente Mahmud Ahmadinejad. «Sono state le prime elezioni senza una delle figure centrali dell'Iran dopo la Rivoluzione: Hashemi Rafsanjani. È un voto nel segno della continuità», ha spiegato ad Abo il docente dell'Università della California (Ucla), James Gelvin. Il secondo dato significativo di questo voto è stata l'alta affluenza alle urne: il 73%. Le immagini delle lunghe file, insieme all'estensione degli orari di chiusura dei seggi nelle grandi città iraniane, sono state un successo per la guida suprema iraniana, Ali Khamenei, che sin dalla vigilia del voto ha puntato tutto sulla partecipazione di massa al voto. Questo è anche un segno di maturità per il sistema politico iraniano post-rivoluzionario, in un contesto di dibattito politico che, specialmente in campagna elettorale, si fa sempre articolato.

Il discorso di insediamento di Hassan Rohani

L'Iran ha scelto la politica dell'apertura e del dialogo. «L'Iran è disponibile a rafforzare e ad ampliare i legami internazionali in tutti i campi», ha messo in chiaro Rohani dopo la sua rielezione. Queste aperture sono state al centro dell'accordo sul nucleare del luglio 2015 ma sono state messe in discussione dall'elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e dalle ulteriori sanzioni che sono state imposte a politici iraniani impegnati nello sviluppo dell'industria missilistica. Eppure, non sembra verosimile che una revisione dell'accordo di Vienna sia alle porte. «Rivedere l'accordo sul nucleare sarebbe troppo complesso per Trump. Le élites economiche in Europa e negli Stati Uniti apprezzano l'intesa di Vienna», ha aggiunto Gelvin.
Tuttavia, proprio mentre venivano resi ufficiali i risultati, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, in visita in Arabia Saudita, ha annunciato una maxi vendita di armi al suo alleato saudita. Il Segretario di Stato, Rex Tillerson, ha rincarato la dose aggiungendo che gli Usa vogliono che l'Iran smantelli le reti terroristiche sostenute dal regime, metta fine ai test di missili balistici e ristabilisca il rispetto dei diritti umani. In realtà l'Iran è tra i principali Paesi impegnati nella lotta contro lo Stato islamico (Isis) nella regione.
Il presidente iraniano ha poi assicurato che «le elezioni iraniane mostrano ai Paesi della regione che si può ripristinare la sicurezza attraverso la valorizzazione della democrazia» e ha ricordato l'ex presidente Muhammad Khatami che lo ha appoggiato in campagna elettorale. Khatami è bandito dalla scena pubblica e si è dedicato negli ultimi anni al sostegno della società civile. Rohani può vantare molti successi a suo favore. Il primo tra tutti è il riavvicinamento alla comunità internazionale con l'accordo sul nucleare. Ora gli investimenti esteri sono alle stelle, l'inflazione è calata drasticamente e il tasso di crescita dell'economia locale supera il 7%. Eppure restano molte incognite: a partire dai tassi di disoccupazione giovanile che restano molto elevati.

La campagna elettorale

La campagna che ha accompagnato lo sfidante conservatore Ibrahim Raisi ha tentato il tutto per tutto. I suoi sostenitori hanno fatto il porta a porta nei giorni precedenti al voto per convincere le classi disagiate e i tradizionali sostenitori degli ultra-conservatori a recarsi alle urne in massa nel venerdì elettorale. Raisi ha ottenuto il sostegno dei pasdaran e degli uomini di Mahmud Ahmadinejad, l'ex presidente radicale, escluso dalla competizione elettorale. Ma anche molti conservatori, vicini alla Fondazione Reza di Mashhad, guidata proprio da Raisi, hanno dato il loro sostegno al candidato dell'establishment. La guida suprema Ali Khamenei, deus ex machina della politica interna ed estera iraniana, ha scelto di non schierarsi per nessuno dei due candidati in gara. Eppure nel suo elettorato molti sono i simpatizzanti per Raisi. A sostenere il candidato conservatore si era schierato l'altro protagonista di questa campagna elettorale, il sindaco di Teheran Qalibaf. Alla vigilia del voto ha deciso di ritirarsi e dichiarare il suo sostegno per Raisi. Qalibaf è stato impegnato in un'altra complessa competizione elettorale: le elezioni municipali di Teheran che si sono svolte in concomitanza con il voto per le presidenziali.
Le elezioni presidenziali del 2017 segnano un importante passo per il riconoscimento della maturità e della stabilità del sistema politico iraniano. La rielezione di Hassan Rohani è nel segno della continuità sia rispetto al suo primo mandato sia in relazione alle presidenze del suo punto di riferimento sulla scena politica iraniana: Hashemi Rafsanjani. La vittoria di Rohani è il riconoscimento della validità dell'accordo sul nucleare e della riconciliazione con il mondo da parte del popolo iraniano. Conferma i successi in politica economica della presidenza moderata ma prepara anche la strada per ulteriori riforme che mettano definitivamente alle spalle la crisi economica e aprano nuove possibilità per i giovani iraniani.