L'Iran alla prova del voto
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Sulla nomina del nuovo presidente, la cui elezione è prevista per il 19 maggio, potrebbe pesare l'intenzione USA di rivedere l'accordo sul nucleare, anche se ciò non sembra possa avvantaggiare i conservatori, mentre si profilerebbe una riconferma di Rouhani, anche a fronte dei sorprendenti risultati in campo economico

In Iran è partita la campagna elettorale per le presidenziali del 19 maggio. La commissione elettorale ha annunciato la lista degli ammessi al voto nella quale non compare l’ex presidente radicale, Mahmud Ahmadinejad. Come al solito, le elezioni in Iran segnano una fase di relativa apertura in politica interna. Tuttavia, pesa sulla campagna elettorale la marcia indietro degli Stati Uniti che hanno promesso una revisione dell’accordo sul nucleare, raggiunto con Teheran nel luglio 2015. L’annuncio del presidente Donald Trump è arrivato in seguito all’inclusione dell’Iran nella lista dei sei Paesi per i quali è sospeso temporaneamente il rilascio di visti per gli Stati Uniti.

La minaccia USA sull'Accordo sul nucleare

Il presidente Usa, Donald Trump, ha prospettato una revisione dell’accordo sul nucleare con l’Iran. Il Segretario di Stato, Rex Tillerson, ha rivelato l’intenzione in una lettera al Congresso in cui si menziona la decisione di rivedere il sostegno assicurato dall’amministrazione Obama all’accordo di Vienna. Tillerson ha riconosciuto che l’Iran ha rispettato le richieste avanzate dall’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea) e dai sei Paesi negoziatori (Russia, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania e Cina). Tuttavia, ha ripetuto le accuse mosse da ambienti Repubblicani di un presunto sostegno iraniano a gruppi terroristici. Il presidente Trump aveva definito l’intesa di Vienna il "peggior accordo di sempre".
Nel gennaio 2016 le sanzioni internazionali contro il Paese dovevano essere cancellate in ottemperanza all’intesa. Ma gli Stati Uniti hanno deciso di non scongelare i miliardi di dollari iraniani fermi nelle banche Usa. Tillerson ha aggiunto che Donald Trump ha chiesto al Consiglio nazionale di Sicurezza Usa di valutare se il rispetto dell’intesa di Vienna sia oppure no negli interessi della sicurezza nazionale Usa. Già il 2 dicembre scorso, le autorità Usa avevano deciso di estendere le sanzioni contro Iran e Libia (Iran Libya Santion Act) per altri dieci anni, sebbene l’intesa di Vienna prevedesse una graduale fine delle misure sanzionatorie contro l’Iran. Il Paese continua ad essere decisivo per la soluzione dei principali conflitti regionali dalla Siria all’Iraq e Afghanistan.

I candidati alle presidenziali

Il nuovo corso della politica estera degli Stati Uniti potrà avere degli effetti sulle elezioni presidenziali iraniane del prossimo 19 maggio. Tuttavia per il momento non sta avvantaggiando il fronte ultra-conservatore. La candidatura dell’ex presidente Mahmud Ahmadinejad è stata infatti respinta dal Consiglio dei Guardiani, incaricato di approvare in via preventiva i candidati alle presidenziali. Questa decisione dovrebbe aprire la strada ad una rielezione del presidente in carica, Hassan Rouhani. In caso di mancata conferma del candidato moderato, sarebbe la prima volta nella storia post-rivoluzionaria che un presidente non venga rieletto per il secondo mandato. Il fronte moderato ha affrontato il voto in mancanza del suo leader storico, il tecnocrate Hashemi Rafsanjani, venuto a mancare in seguito ad un attacco cardiaco lo scorso gennaio. Eppure Rouhani potrebbe trovare un degno rivale nel sindaco di Teheran ed ex guida dei pasdaran, Mohammed Qhalibaf, o nella guida della Fondazione Quds Rezavi, Enrahim Raisi.

La presidenza Rouhani, oltre ad aver raggiunto l’obiettivo dell’accordo sul nucleare, ha conseguito risultati positivi in politica economica. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha definito "impressionante" la ripresa economica iraniana nel 2016. L'Iran ha raddoppiato l’output petrolifero, tornando a produrre circa 3,9 milioni di barili al giorno, livelli vicini al periodo pre-sanzioni. Questo ha contribuito al raggiungimento dell’intesa con l’Arabia Saudita per la riduzione della produzione petrolifera in sede Opec. Sono cresciuti poi gli investimenti esteri nel Paese, soprattutto provenienti dall’Europa, di circa 9,5 miliardi di dollari nel solo 2016. La ripresa degli investimenti esteri si è tradotta in un aumento del tasso di crescita, attorno al 7% nel 2016, con la prospettiva di una stabilizzazione attorno al 4,5% nel medio termine. Infine, i tassi di inflazione in Iran sono passati dal 40% della fine del secondo mandato di Ahmadinejad (2013) al 7,5% di marzo 2016. Ancora alti risultano tuttavia i dati sulla disoccupazione giovanile mentre irrisolta è la questione della riforma del sistema dei sussidi.

In conclusione

L’Iran si prepara al voto per le presidenziali del 19 maggio. L’amministrazione Trump ha promesso una revisione dell’accordo sul nucleare e decisioni imminenti sull’estensione delle sanzioni internazionali contro l’Iran. Il nuovo corso della politica estera Usa sembra non aver rafforzato il fronte ultra-conservatore in vista del voto. L’esclusione dell’ex presidente Mahmud Ahmadinejad potrebbe aprire la strada alla conferma del moderato Hassan Rouhani che pure ha fatto passi importanti in politica economica, con la riduzione dei tassi di inflazione e l’aumento degli investimenti esteri. Il clima della campagna elettorale sarà decisivo per assicurare la stabilità politica nel Paese e favorire un più ampio progetto di riforme in politica economica, come promesso dai moderati.