L'Iran frena sui nuovi contratti petroliferi: investimenti stranieri a rischio

L'Iran frena sui nuovi contratti petroliferi: investimenti stranieri a rischio

Simone Cantarini (Agenzia Nova)
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Le compagnie petrolifere straniere potrebbero attendere ancora diversi mesi prima di poter dare il via ai piani di investimento in Iran. Il governo di Teheran ha annunciato più volte l'adozione di un nuovo modello contrattuale, più vicino agli standard internazionali, ma il progetto è ancora in fase di studio e per i nuovi contratti bisognerà aspettare.

Posizioni contrastanti

Il nuovo direttore della Compagnia petrolifera nazionale iraniana (Nioc), Ali Kardor, ha confermato nei giorni scorsi che, almeno nel breve periodo, sarà mantenuto il precedente modello contrattuale, noto come "buy-back", in vigore dagli anni ’90 e considerato particolarmente rischioso dalle principali compagnie energetiche internazionali. Kardor ha precisato in una conferenza stampa che il futuro sviluppo dei giacimenti petroliferi iraniani avverrà attraverso l’utilizzo di tre modelli di accordi: il classico buy-back, il cosiddetto contratto Epcf che impone alle aziende la costruzione, lo sviluppo e il finanziamento del progetto (Engineering procurement construction and financing), e il nuovo modello contrattuale ancora in fase di studio noto come Ipc (Iran petroleum contract). Kardor non ha offerto ulteriori precisazioni sull’Ipc e a quali condizioni esso verrà applicato, limitandosi a precisare che "i campi comuni", ovvero i giacimenti condivisi con altri Paesi, potranno vedere un primo utilizzo del nuovo di tipo di contratti. Il tono vago utilizzato da Kardor è stato interpretato dagli analisti come un congelamento della riforma, a causa delle pressioni delle frange più conservatrici del regime: uno sviluppo che potrebbe rallentare gli attesi investimenti futuri e quindi la produzione petrolifera. Le dichiarazioni di Kardor sono inoltre in contrasto con quanto dichiarato lo scorso 27 giugno in un’intervista all’agenzia di stampa iraniana "Isna" dallo stesso ministro del Petrolio iraniano, Bijan Zangeneh, secondo cui il Paese aveva in programma di lanciare una serie di offerte per lo sviluppo dei suoi giacimenti già quest’estate, rivelando l’intenzione di mettere in pratica il contratto Ipc il prima possibile. Nell’intervista Zangeneh aveva offerto diversi dettagli in merito, precisando che le autorità avevano intenzione di sviluppare per primi i giacimenti lungo i confini, compreso quello meridionale di Azadegan, vicino all’Iraq, rivelando la possibilità di offerte anche nell’ambito esplorativo. Il ministro aveva sottolineato: "Una delle sfide più importanti è quella di beneficiare dei campi comuni. L'Iran ha bisogno di aumentare la quantità di petrolio che può produrre e ha bisogno di tecnologia, di una migliore gestione e di più fondi. Per questa ragione abbiamo elaborato i nuovi contratti". Zangeneh aveva inoltre rivelato che la presentazione delle offerte per sviluppare dai 10 ai 15 giacimenti di petrolio e gas naturale sarebbe stata fissata entro luglio, precisando quali priorità di sviluppo la fase 11 del giacimento di gas naturale di South Pars e i rispettivi campi petroliferi e giacimenti di gas di Farzad. Il ministro aveva infine concluso ribadendo che l’obiettivo primario dell’Iran è quello di giungere a produrre circa 4,8 milioni di barili di petrolio al giorno e circa 1 milione di barili di condensato nei prossimi 5 anni.

La necessaria partecipazione delle compagnie internazionali

In maggio l’Iran ha raggiunto una produzione petrolifera pari a 3,8 milioni di barili di greggio al giorno mentre le esportazioni sono passate dai 970.000 barili del 2014 ai 2 milioni del mese di maggio. La velocità di aumento dell’output ha stupito gli analisti del settore, compresa l’Agenzia internazionale per l’energia, che aveva sottostimato le capacità di Teheran di aumentare la produzione a soli 6 mesi dall’attuazione del Piano globale d’azione congiunto (Jcpoa) che ha dato il via alla cancellazione delle sanzioni economiche legate al programma nucleare iraniano. Tuttavia il livello di produzione è stato raggiunto portando gli impianti al massimo limite di capacità, rendendo di fatto impossibili ulteriori aumenti considerevoli nei prossimi mesi. Per raggiungere la quota di 4,8 milioni di barili entro i prossimi 5 anni, Teheran ha l’assoluta necessità di attrarre fino a 200 miliardi di dollari di investimenti per sviluppare gli obsoleti impianti di estrazione. Tale mole di investimenti è possibile solo attraverso il coinvolgimento di compagnie petrolifere internazionali, che però rifiutano di investire nel Paese sulla base dei contratti di "buy-back". Le principali compagnie petrolifere internazionali attive sul mercato iraniano prima delle sanzioni, hanno registrato notevoli perdite proprio a causa delle condizioni imposte dai contratti, i cui effetti sono venuti alla luce dopo la decisione da parte della Comunità internazionale di imporre restrizioni all’economia iraniana. Nonostante le visite compiute dai leader delle compagnie occidentali a Teheran, dopo che un anno fa sono stati firmati gli accordi sul nucleare, l’ipotesi di tornare ad investire nei giacimenti iraniani resta legata all'applicazione dei nuovi contratti Ipc. Il tema dei nuovi contratti Ipc si presenta sempre più come un nodo politico, oltre che economico. I sostenitori di un’apertura dell’Iran ai mercati internazionali e alle sue regole sono anzitutto i fedeli del presidente Hassan Rohani che hanno guadagnato consensi alle ultime elezioni parlamentari dello scorso febbraio, grazie alle prospettive dell’accordo sul nucleare iraniano, tra cui appunto il ritorno degli investitori stranieri. La struttura politica iraniana, dipendente dal giudizio ultimo del Consiglio degli esperti e della guida suprema, Ali Khamenei, per quanto riguarda le riforme nei settori strategici come quello energetico, determina però un vantaggio degli esponenti della linea radicale, i cui seguaci detengono diverse posizioni di prestigio nei principali settori dell’economia iraniana.

Come funziona l'Ipc

Il nuovo modello di contratto è stato proposto nel novembre 2015 in una conferenza a Londra, nella quale però sono state rivelate solo le parti generali. In quell’occasione Zangeneh aveva assicurato che l’approvazione ufficiale sarebbe avvenuta entro 6 mesi. Il contratto Ipc è fondamentale per poter realizzare lo sviluppo dell’intero settore e poter concorrere alla pari nel medio periodo con concorrenti del calibro di Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. Il nuovo modello contrattuale prevede l’istituzione di una joint-venture tra la società straniera e la compagnia statale Nioc, che sarà proprietaria per il 51%. La compagnia nazionale parteciperà alle fasi di esplorazione, sviluppo e produzione. I contratti tra società straniere e Nioc dureranno dai 20 ai 25 anni e offriranno una flessibilità di pagamento sul rischio assunto per le esplorazioni e lo sviluppo di giacimenti con alti costi di investimento. Una volta avviata la produzione, la compagnia straniera riceverà un pagamento per il suo servizio e per i costi di esplorazione e sviluppo. Un comitato di gestione della joint-venture composto da membri della società straniera e della Nioc esaminerà i costi della fase di esplorazione e sviluppo al fine di approvare eventuali sforamenti rispetto al budget iniziale. Il nuovo contratto petrolifero al vaglio del parlamento rappresenta una forma modificata del cosiddetto contratto di "condivisione della produzione", al fine di rispettare la Costituzione iraniana, che non consente la condivisione della produzione di petrolio con realtà straniere. I contratti di condivisione sono attualmente in uso nel Kurdistan iracheno, in Oman e in Egitto. Per quanto riguarda il contratto proposto dall’Iran, i costi relativi allo sviluppo sono coperti al 50% dalla produzione annuale della joint venture, mentre il costo del servizio è pagato attraverso i volumi di produzione.

La formula studiata da Teheran non è tuttavia priva di difetti: ambiguità sui compensi base pagati dalla società statale alla compagnia straniera; supervisione e attendibilità del comitato di gestione della joint venture; mancanza di chiarezza sulla vendita indipendente della produzione di petrolio e sulla possibilità da parte delle società straniere di mettere a bilancio le riserve petrolifere. Quest’ultimo aspetto è di particolare importanza perché offrirebbe la possibilità alle aziende di sfruttare le riserve per il finanziamento del progetto. Tuttavia in base alla Costituzione iraniana, tutte le riserve energetiche del Paese appartengono allo Stato, anche se il contratto cerca i aggirare la regola, utilizzando contratti di produzione a lungo termine.