Un barile di incertezze
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Nonostante il rimpallo tra produttori Opec e Iran per stabilire una strategia di contenimento della produzione di petrolio non abbia sortito esiti di rilievo, le quotazioni hanno subito un lieve rialzo che fa tirare un sospiro di sollievo anche a Russia e Cina

A febbraio i prezzi del petrolio sono stati caratterizzati dalla volatilità. In particolare, il Brent ha aperto a 34,9dollari al barile, toccando il livello minimo con 31,42 dollari al barile (9 febbraio), e ha chiuso a 36,62 dollari al barile, mentre il WTI ha aperto a circa 33,14 dollari al barile, toccando il livello minimo con 29,75 dollari al barile (10 febbraio), e ha chiuso a 33,97 dollari al barile. Nella prima metà di febbraio, l’euro si è apprezzato rispetto al dollaro, passando da 1,08 euro a dolloro a un massimo di 1,13 euro a dollaro (11 febbraio). Il tasso di cambio euro/dollaro si è poi stabilizzato a 1,08 euro a dollaro, a dimostrazione che non vi è stato alcun rapporto reciproco tra il dollaro e il barile. Inoltre, la tendenza euro/dollaro ha fatto presagire la possibilità di una revisione del programma di economia politica da parte della Federal Reserve, che prevedeva 4 incrementi dei tassi di interesse nel 2016 a causa del peggioramento della situazione macroeconomica statunitense, come riferito da William Dudley, vicepresidente del comitato esecutivo della FED. Vista la situazione presente, auspico che non vi sia un quarto programma di quantitative easing poiché, secondo i dati a disposizione, il monetarismo non sembra essere la bacchetta magica in grado di risolvere tutti i problemi delle economie occidentali soltanto con l’aiuto di una formula annunciata da una banca centrale.

Ultimi dati e stime su petrolio e gas

Secondo l’Oil Market Report (9 febbraio), la domanda di petrolio ha toccato i livelli massimi da cinque anni pari a 1,6 milioni di barili al giorno nel 2015 e dovrebbe crescere gradualmente di 1,2 milioni di barili al giorno nel 2016. Nel primo trimestre del 2016 si stima che la domanda raggiunga i 94,5 milioni di barili al giorno.  L’offerta globale di petrolio è scesa di 0,2 milioni di barili al giorno raggiungendo i 96,5 milioni di barili al giorno a gennaio, in quanto la produzione superiore OPEC compensa solo in parte la produzione inferiore non-OPEC. Pertanto, l’attuale eccedenza dell’offerta rispetto alla domanda è di circa 2 milioni di barili al giorno.  Al momento, la produzione statunitense di greggio si aggira intorno a 9,1 milioni di barili al giorno, ma la produzione non convenzionale di petrolio e gas sta diminuendo secondo il Drilling Productivity Report dell’EIA. In base alle valutazioni di Baker Hughes, le piattaforme attive statunitensi sono diminuite ai livelli minimi (400) da dicembre 2009 e sono meno di 1/3 rispetto a un anno fa. Al contempo, le scorte americane hanno raggiunto i livelli massimi in oltre ottant’anni.

Valutazioni politiche ed economiche

Il 16 febbraio, i 2 maggiori produttori mondiali convenzionali di greggio hanno dichiarato di non volere aumentare la produzione petrolifera. In particolare, hanno deciso di congelare le loro produzioni ai livelli di gennaio 2016. Insieme alla Russia e all’Arabia Saudita, anche il Qatar e il Venezuela hanno concordato di congelare la produzione ai livelli di gennaio. Secondo il Ministro per l’Energia russo, “sarà raggiunto un accordo se gli altri produttori aderiscono all’iniziativa”. “Non vogliamo fluttuazioni significative dei prezzi. Non vogliamo la riduzione dell’offerta. Vogliamo soddisfare la domanda. Vogliamo un prezzo del petrolio stabile”, ha invece riferito la controparte saudita. In seguito all’adesione all’accordo di Doha da parte di Ecuador, Algeria, Nigeria, Oman, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, il 73% circa della produzione petrolifera mondiale potrebbe essere congelato. Iran e Iraq hanno guardato con favore all’iniziativa, ma non vi hanno aderito.

Guardando più da vicino, la Federazione Russa congelerà la produzione a 10,99 milioni di barili al giorno, che rappresenta il massimo storico dal crollo dell’Unione Sovietica. L’Arabia Saudita stabilizzerà la produzione a 9,95 milioni di barili al giorno e l’OPEC a 32,335 milioni di barili al giorno, un valore leggermente inferiore al massimo storico di 32,426 milioni di barili al giorno raggiunto 2 mesi fa.

Detto questo, la lieve ripresa dei prezzi dal 17 febbraio fino alla fine del mese è da attribuirsi anche a questioni tecniche. Olivier Jakob, analista di Petromatrix, ha posto l’accento sull’interruzione involontaria delle forniture provenienti da un gasdotto nel Kurdistan iracheno, che di recente stava pompando circa 600.000 barili al giorno, comportando un calo della produzione di greggio di 280.000 barili al giorno durante la seconda metà del mese.

Nonostante il Ministro per l’Energia iraniano, Bijan Namdar Zanganeh, abbia definito l’intesa di Doha “ridicola”, il numero di Paesi che vi hanno aderito non rende necessario il coinvolgimento dell’Iran per raggiungere l’obiettivo di congelamento della produzione petrolifera.

Al contempo, Teheran sta pianificando di vendere 300.000 barili al giorno all’Europa utilizzando l’euro anziché il dollaro. “Molte aziende europee stanno accorrendo in Iran per le opportunità di business, quindi è sensato avere i ricavi in euro”, ha affermato Robin Mills, CEO della Qamar Energy, con sede a Dubai.

Il fronte dei produttori alla sfida dei prezzi

L’agenzia di rating Standard & Poor’s ha tagliato il rating dell’Arabia Saudita di due classi, da A+ ad A-, spiegando che il crollo dei prezzi del greggio continua a colpire le finanze del Regno. Il 23 febbraio, alla conferenza IHS CERAWeek, il ministro del Petrolio saudita, Ali al-Naimi ha dichiarato che “i produttori dei barili di petrolio [non convenzionale] ad alto costo devono trovare un modo per abbassare i costi, ottenere denaro in prestito o fallire”. Questa non è una novità, anche se è la prima volta che al-Naimi si è espresso così apertamente sulla politica petrolifera dell’Arabia Saudita pronunciandosi contro il fracking. Forse voleva sottolineare il disappunto dell’Arabia Saudita nei confronti del cessate il fuoco raggiunto dalla Russia e dagli Stati Uniti in Siria.  

Secondo l’Amministrazione generale delle Dogane della Cina, le esportazione petrolifere della Russia alla Cina sono aumentate del 15% in gennaio, mentre le importazioni di greggio di Pechino dall’Arabia Saudita sono diminuite. La Cina ha acquistato 3,36 milioni di tonnellate di greggio dalla Russia nell’ultimo mese (il 15% in più rispetto all’anno precedente). Le importazioni dall’Arabia Saudita nel mese di gennaio sono diminuite a 4,23 milioni di tonnellate, da 4,47 milioni di tonnellate a dicembre.

La Federazione Russa sta facendo fronte alla riduzione dei ricavi dovuta alla caduta dei prezzi del petrolio con la svalutazione del rublo a breve termine e l’esportazione di greggio, la cui produzione è in aumento, verso il mercato cinese.

Inoltre, a causa delle restrizioni sul prestito delle banche occidentali, le aziende russe si stanno rivolgendo alle banche cinesi, come dimostrato dall’accordo raggiunto tra Gazprom e la Bank China Limited (filiale di Londra), che ha concesso un prestito di 2 miliardi di euro per un periodo di cinque anni.      

Per quanto riguarda la produzione non convenzionale degli Stati Uniti, all’International Petroleum Week forum, Patrick Pouyanne, il direttore generale di Total, ha affermato che “da marzo 2015, negli Stati Uniti stiamo assistendo al collasso della produzione di petrolio di scisto, che è stata ridotta di 500.000 barili al giorno. Non sappiamo quanto veloce sarà il declino, ma quello che sappiamo è che due terzi degli impianti di trivellazione non è più in funzione”.

Secondo un rapporto stilato dalla società di revisione Deloitte e citato da Reuters, quest’anno circa un terzo dei produttori petroliferi mondiali indipendenti potrebbe finire in bancarotta, in quanto i prezzi bassi delle materie prime hanno limitato l’accesso dei produttori al denaro contante e la capacità di ridurre il debito. Chesapeake, il secondo produttore di petrolio di scisto, è tra le società a rischio. I tassi di interesse sulle obbligazioni spazzatura emesse dal settore hanno superato per la prima volta nella storia il 20%, un livello superiore a quello toccato durante il culmine della crisi del 2008-2009 (17%), e le coperture si stanno esaurendo. A livello nazionale, soltanto il 15% della produzione di petrolio e gas risulta coperto nel 2016, rispetto al 28% della produzione nel quarto trimestre del 2015: “Oggi il nostro obiettivo è sopravvivere”, ha affermato Danny Campbell, presidente della Permian Basin Petroleum Association.

Malgrado questi dati e alla luce delle conseguenze sociali del crollo del petrolio, il 21 febbraio l’Agenzia internazionale per l’energia ha emesso un rapporto a medio termine in cui si afferma che la produzione statunitense di tight e shale tornerà ad aumentare a partire dal 2018: “Chi pensa che non ci sia più una crescita della produzione di shale oil dovrebbe ricredersi”.

Il mercato italiano ed europeo del gas

Secondo Snam Rete Gas, dopo 4 anni di contrazioni costanti, nel 2015 l’Italia ha visto un aumento dei consumi di gas naturale di 5,4 Gmc3, per un totale di 65,4 Gmc3 (+9% sul 2014). Tuttavia, il dato è ancora lontano da quello raggiunto nel 2008, prima dell’inizio della crisi (-17,2 Gmc3, -21%). L’incremento maggiore è stato registrato nel settore termoelettrico – 20,2 Gmc3, +2,9 Gmc3 rispetto al 2014 (+17%) – per l’aumento della domanda di elettricità e del settore residenziale – 30,6 Gmc3 (+2,5 Gmc3, +9% rispetto al 2014) –, a causa di un inverno più freddo. Al contrario, il consumo di gas naturale nel settore industriale, pari a 12,4 Gmc3 nel 2015, è diminuita, sia rispetto al 2014 (-0,4 Gmc3, -3%) sia rispetto al 2013 (-0,4 Gmc3, -3%), e al 2008, 14,2 Gmc3 (-1,8 Gmc3, -13%). Sfortunatamente questo ultimo dato dimostra il processo negativo della deindustrializzazione italiana che ha avuto inizio con l’attuale crisi e che ha portato il Paese a perdere il 18% circa del settore manifatturiero. Secondo le stime di Snam, il consumo di gas naturale in Italia raggiungerà 74,8 Gmc3 soltanto nel 2024. In base ai dati forniti dal Ministero italiano per lo sviluppo economico, nel 2015 le importazioni di gas naturale, che hanno coperto il 90,6% dei consumi totali, sono aumentate di +5,3 Gmc3, passando da 54,5 Gmc3 a 59,8 Gmc3. Per quanto riguarda l’origine delle importazioni, i fornitori dell’Italia sono (percentuale calcolata in termini di importazioni):

  1. Federazione Russa, 49%;
  2. Olanda e Norvegia, 17%;
  3. Algeria, 12%;
  4. Libia, 12%;
  5. GNL, 10%.

Tra i fornitori di gas, soltanto la Federazione Russa ha aumentato le sue esportazioni verso l’Italia dall’inizio della crisi. Stando ai dati preliminari del 2016, questa tendenza potrebbe continuare. Tra l’1 e il 20 gennaio del 2016, le esportazioni di gas sono aumentate del 24,5% rispetto allo stesso periodo nel 2015.

Inoltre, nel 2016 Gazprom prevede di incrementare la fornitura di gas alla Turchia e all’UE a 162,6 Gmc3, da 159,4 Gmc3 nel 2015 (31% dei consumi di gas naturale in Europa) e al di sopra del livello record di 161,5 Gmc3 nel 2013. Bloomberg ha citato il bilancio non pubblico della società che, secondo l’agenzia, è “molto più ambizioso rispetto a alle dichiarazioni fornite dall’azienda per mantenere la fornitura”.

Malgrado tutti i tentativi compiuti per sostituire l’ “oro blu” russo, vorrei suggerire ai politici italiani ed europei che il diritto di diversificazione deve essere raggiunto tenendo conto che il polmone russo sembra essere insostituibile. Forse sarà anche difficile diversificare mantenendo costante la sua quota attuale.