Libia: una mappa per uscire dalla crisi

Libia: una mappa per uscire dalla crisi

Editorial Staff
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Il convegno organizzato dallo Iai a Roma è stata l'occasione per fare un bilancio dei primi 75 giorni del Governo di Sarraj. Gentiloni: "sono stati fatti passi avanti che la comunità internazionale deve cogliere e coltivare"

"Lentamente, con contraddizioni e problemi politici ancora aperti, negli ultimi 2 mesi e mezzo in Libia sono stati fatti passi avanti che la comunità internazionale deve cogliere e coltivare, senza illudersi con aspettative di soluzioni miracolose a breve". A 75 giorni dal rocambolesco insediamento del Governo di Fayez Al-Sarraj a Tripoli, è questo il quadro tracciato dal ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, in occasione di un convegno organizzato dallo Iai a Roma sulla crisi libica. "La partita è molto complessa", ammette Gentiloni, e "considerare vinta la scommessa perché ci sono stati passi avanti sarebbe imprudente", ciononostante dei segnali positivi ci sono sia sul piano politico, con il riconoscimento a livello internazionale dell’autorità del Governo di accordo nazionale (Gna), sia su quello della sicurezza, con le recenti vittorie sull’Isis. "È molto incoraggiante che le forze libiche abbiano guadagnato moltissimo terreno verso Sirte", ha spiegato il ministro, sottolineando che a condurre l’operazione contro Daesh sono state le milizie di Misurata e le guardie delle risorse petrolifere, mentre il generale Khalifa Haftar, principale oppositore del Gna, "non ha avuto alcun ruolo, è stato assente".

La Libia deve restare unita

Il percorso di stabilizzazione iniziato 6 mesi fa con gli accordi di Skhirat e proseguito con l’insediamento del Gna deve ora riuscire a "includere" le fazioni ancora in contrasto tra loro, a partire proprio da quella che fa capo a Haftar. Le diplomazie "stanno lavorando" per indurlo a riconoscere il Governo di Sarraj, immaginando per  il generale "un ruolo nel futuro della Libia". D’altra parte, avverte Gentiloni, "l’unica alternativa alla mancata stabilizzazione è la divisione, che sarebbe un fatto negativo per tutti, ma in primo luogo per l’Italia". L’unità del Paese è "fondamentale" per evitare il "rischio" che si creino diverse "realtà perennemente in conflitto" e perché la Libia possa sfruttare al meglio le sue "importanti risorse". Arrivare dunque ad una intesa con le forze del generale Haftar, che gode di grande sostegno in Libia Orientale e può contare sull’appoggio di Emirati Arabi ed Egitto, "sarebbe un passo rilevante ed è questo il momento per tentare", avverte Gentiloni, assicurando che "l’Italia può dare un contributo significativo" in tal senso.

Una riconciliazione che parta "dal basso"

Inoltre, il processo di riconciliazione, passa necessariamente attraverso soluzioni che diano risposte alle esigenze delle varie realtà locali e facciano crescere il consenso della popolazione per il Governo. "Il Consiglio presidenziale ha il riconoscimento internazionale", spiega l’ex consigliere del Primo ministro libico sulla Sicurezza, Abdul Rahman al-Ageli, "ma questo non basta, deve ottenere la sua legittimazione ricostruendo un rapporto con le identità locali". È necessario dunque "un processo che parte dal basso" e che coinvolga gli attori che sono più a contatto con il territorio. Per contenere le spinte centrifughe e accompagnare la Libia nel suo percorso di stabilizzazione resta infine fondamentale il ruolo della comunità internazionale che, dice Gentiloni, deve "cogliere e coltivare" i passi avanti fatti. "Pur rimanendo differenze fra i diversi attori internazionali, il livello di convergenza sulla crisi libica è abbastanza soddisfacente" afferma il ministro italiano. Mentre il direttore del Programma Nord Africa dell’International Crisis Group sottolinea che "se ufficialmente tutti gli attori internazionali sostengono il Gna, dal punto di vista de comportamenti concreti ci sono sfumature diverse". Ancora più esplicita Claudia Gazzini, senior analyst a Tripoli dell’International Crisis Group: "Se ci fosse un supporto internazionale univoco e consistente verso il Governo il cerchio si chiuderebbe, ma il problema è che questo sostegno c’è a parole ma non nei fatti".