Sfida al mondo
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Dal bando di ogni restrizione al fracking e alle estrazioni di petrolio, al rigetto dei vincoli ambientali, gli Stati Uniti si preparano a ribaltare ogni paradigma energetico dell'amministrazione Obama

Il drastico cambiamento della politica energetica americana con la nuova amministrazione Trump può esse-re riassunto in tre concetti: liberalismo, combustibili fossili e riscaldamento globale. Benché su diversi dettagli di questa politica il magnate americano abbia scelto di non scoprirsi troppo, la dichiarazione forse più diretta in relazione alle politiche energetiche era contenuta in un discorso tenuto, nel maggio 2016, in Nord Dakota. In quell’occasione, Trump ha dichiarato l’intenzione di abrogare praticamente tutte le normative federali che disciplinano i combustibili fossili e il nucleare, descrivendole, peraltro, come norme "ingiustificate" e "distruttrici di posti di lavoro", espressioni il cui significato rimane impresso nella mente dell’oratore e dei suoi ascoltatori. Il tycoon newyorkese ha però evitato di specificare che quasi tutte queste normative rientrano nelle categorie che mirano alla salvaguardia dei lavoratori, dell’Ambiente e della della pubblica sicurezza. Trump ha promesso di riaprire le trattative con TransCanada, la società la cui richiesta per la realizzazione del controverso oleodotto Keystone XL, che dovrebbe attraversare il Canada occidentale fino a raggiungere le raffinerie di Houston, in Texas, è stata rigettata dopo un approfondito studio da parte dell’amministrazione Obama. Questa dichiarazione implica che il nuovo presidente molto probabilmente la approverà.

La regolamentazione in tema di energia

Trump promette di sbloccare i 50.000 miliardi di dollari di riserve inutilizzate di scisto, #petrolio e #gasnaturale che gli #USA detengono

Il neo presidente intende inoltre abolire le normative di limitazione sulle "nuove tecnologie di perforazione", applicate presumibilmente alle operazioni di fratturazione per l’estrazione di gas naturale che, a suo parere, potrebbe creare "milioni di posti di lavoro". L’unico principio che deve guidare qualsiasi regolamentazione riguardante la produzione energetica è la possibilità che produca nuovi posti di lavoro e poiché le regole – per definizione – hanno l’obiettivo di proteggere i lavoratori, l’ambiente e la sicurezza pubblica, seguire tale logica significa bandire praticamente ogni normativa in campo energetico.
In breve, una politica liberistica definirà la produzione energetica nella nuova amministrazione Trump. Il neo eletto presidente promette di "sbloccare" i 50.000 miliardi di dollari di riserve inutilizzate di scisto, petrolio e gas naturale che gli Stati Uniti detengono, oltre alle riserve di carbone che potrebbero servire per centinaia di anni. Con l’avvento, qualche anno fa, del fracking, gli Stati Uniti sono passati dalla dipendenza dal petrolio, importato principalmente dal Golfo Persico, alla quasi totale indipendenza energetica. La politica annunciata da Trump promette il completo affrancamento del Paese da importazioni di risorse energetiche, condizione che, in realtà, è già un dato di fatto. Il magnate americano promette di "salvare" il settore del carbone attraverso l’abrogazione delle normative di Obama e della Clinton, che garantiscono la sicurezza dei minatori e mirano ad abbattere le emissioni di carbonio. Trump dimostra così di non riconoscere che la minore competitività del carbone è imputabile al nuovo sviluppo del gas naturale nazionale e agli obiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica.
Nel complesso, la politica di Trump favorisce ampiamente un ritorno alla dipendenza da petrolio, gas e carbone, oltre che dall’energia nucleare, invece di impegnarsi per la transizione verso fonti rinnovabili e sostenibili, come il solare e l’eolico, al fine di ridurre le emissioni di CO2. Non una parola viene spesa riguardo alla riduzione degli sprechi.
Non ci si rende conto che se per diversi anni non è stata presentata alcuna domanda di realizzazione di centrali nucleari è per via dei costi di costruzione estremamente elevati e dell’impossibilità, per l’energia nucleare, di presentare un vantaggio competitivo senza che vi sia il sostegno di consistenti sussidi pubblici. Sono già disponibili fonti più economiche e più affidabili.

Con l'avvento, qualche anno fa, del fracking, gli Stati Uniti sono passati dalla dipendenza dal petrolio, importato principalmente dal Golfo Persico, alla quasi totale indipendenza energetica.
I prossimi passi dell'amministrazione Trump

I prossimi passi dell'amministrazione Trump

-Abrogazione di tutte le normative federali che disciplinano la produzione di combustibili fossili e di energia nucleare; -Ripresa delle trattative con TransCanada, per la realizzazione dell'oleodotto Keystone XL; -abolizione delle normative di limitazione sulle "nuove tecnologie di perforazione", applicate presumibilmente al fracking per l'estrazione di gas naturale; -"sblocco" dei 50.000 miliardi di dollari di riserve inutilizzate di scisto, petrolio e gas naturale, oltre alle consistenti riserve di carbone; -ritiro del sostegno degli Stati Uniti all'Accordo sul clima di Parigi del 2015 e stralcio del Climate Action Plan dell'amministrazione Obama.

Sempre più lontani da Parigi

Forse il più sconcertante tra i propositi espressi da Trump è la prospettiva di rifiutare di collaborare alle iniziative globali sul cambiamento climatico. Secondo quanto dichiarato in campagna elettorale, una delle prime cose che farà quando si insedierà a gennaio, sarà ritirare il sostegno degli Stati Uniti all’Accordo sul clima di Parigi del 2015 e stralciare il Climate Action Plan dell’amministrazione Obama. Con grande gioia dei suoi sostenitori, negazionisti rispetto al cambiamento climatico, Trump ha definito il contributo umano al riscaldamento globale una "bufala". Nonostante l’Accordo di Parigi preveda un percorso, in quattro anni, per chiunque dei Paesi firmatari voglia ritirarsi dal patto, pare che Trump non voglia attenervisi e che intenda ritirare unilateralmente il sostegno degli Stati Uniti. Se ciò avvenisse, dobbiamo aspettarci che qualsiasi possibilità di salvaguardia ambientale concertata a livello internazionale decada, almeno per i prossimi quattro cruciali anni, così che le nazioni che producono una quantità maggiore di emissioni di anidride carbonica saranno libere di perseguire il proprio piano di produzione e consumo energetico indipendentemente dall’impatto a lungo termine sul clima. Secondo quanto osservato dall’Institute for Energy Research, un centro di ricerca sulle politiche del settore energetico, il neo eletto presidente promette che il suo "piano energetico America First" raggiungerà i seguenti obiettivi:

- | un incremento pari a 700 miliardi di dollari della produzione economica annua nei prossimi 30 anni;
- | un aumento superiore a 30 miliardi di dollari delle retribuzioni annue nei prossimi 7 anni;
- | più di 20.000 miliardi di dollari di attività economiche aggiuntive e 6.000 miliardi di dollari di nuovo gettito fiscale.

Il partito repubblicano controllerà sia la Camera dei Rappresentanti che il Senato e non c’è motivo di credere che il Congresso contrasterà o capovolgerà le sue iniziative di politica energetica, che rappresentano una sterzata radicale rispetto a decenni di sforzi per ridurre le emissioni di anidride carbonica e proteggere l’Ambiente. A meno che Trump non scelga di circondarsi di un gruppo di consulenti energetici nettamente diverso da quello su cui ha fatto affidamento finora, gli americani, e coloro che osservano le politiche statunitensi da tutto il mondo, dovrebbero aspettarsi un programma energetico in netto contrasto con quello seguito fino a oggi. Anche in altri importanti settori, come l’economia, la politica estera e la sicurezza nazionale, osserveremo considerevoli scostamenti rispetto alla precedente rotta seguita dagli Stati Uniti sulla scia di un ampio consenso. Ma in nessuno di questi ambiti il cambiamento sarà accentuato quanto in quello della politica energetica nazionale.