La disgregazione e le sue opportunità

La disgregazione e le sue opportunità

Gary Hart | Politico, scrittore e ricercatore universitario
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I nuovi sistemi di governance possono ridurre le "disruption" e raggiungere un livello più alto di stabilità rispetto a quello odierno. La chiave sta nell'anticipare invece di reagire. Prepararsi è ormai diventato una necessità, se il mondo vuole evitare di essere vittima di ulteriori sconvolgimenti futuri

Sarà una parola brusca, eppure la disgregazione caratterizza l’epoca in cui viviamo. Le vecchie formule si stanno dissolvendo. I sistemi tradizionali si stanno disintegrando. Gli ordini consolidati si stanno frammentando. Le alleanze fidate si stanno sfaldando. Tutto questo è sinonimo di disgregazione. Sappiamo cosa sono le rivoluzioni. Come le guerre tradizionali, hanno un inizio e una fine. Ma l’epoca disgregativa dell’inizio del XXI secolo non ha avuto un inizio ufficiale e non sappiamo quando e come finirà. Si può affermare che quest’epoca di disgregazione e rivoluzione, in gran parte avvenuta sotto la superficie visibile, come lo spostamento delle placche tettoniche, abbia avuto inizio nel 1973-74 con l’embargo petrolifero dell’OPEC. Poi la sconfitta americana in Vietnam. Sul fronte interno gli Stati Uniti facevano i conti con il movimento per i diritti civili, il movimento per la parità dei sessi, l’alba dell’era dell’ecologismo nonché una diffusa perdita delle norme sociali tradizionali. Varianti di questi cambiamenti culturali hanno toccato la maggior parte dell’Occidente. Ma il mondo stava anche vivendo la disintegrazione dei confini nazionali. A livello economico questo fenomeno assunse il nome di globalizzazione. A livello sociale fu l’inizio delle migrazioni di massa sulla direttrice sud-nord. La dissoluzione dell’Unione Sovietica decretò quindi la conclusione della guerra fredda e la fine del mondo bipolare diviso tra democrazia e comunismo.
A tutto questo si aggiunse la rivoluzione dell’informazione. Alcuni sostengono che il fax abbia ricoperto un ruolo centrale nel crollo dell’Unione Sovietica. I governi autoritari richiedono il controllo delle informazioni; se le informazioni sono condivise diffusamente, i sistemi politici centralizzati perdono autorità. Dal punto di vista economico, l’esplosione delle tecnologie dell’informazione, soprattutto negli Stati Uniti, ha segnato il passaggio della base economica dalla produzione tradizionale al chip in silicio e a tutte le tecnologie che ne scaturirono. Mentre il centro geografico del potere economico negli Stati Uniti si spostava da Detroit e Pittsburgh alla Silicon Valley in California, l’Asia iniziava a dominare i beni di consumo del mercato di massa e le tecnologie a basso valore. Le barriere commerciali e il protezionismo non riuscirono a fermare la marea di navi portacontainer che trasportavano automobili, televisioni, prodotti tessili, calzature, elettrodomestici e un flusso infinito di prodotti di consumo.

Quando è la politica ad arrivare in ritardo

Un esame della politica pubblica degli Stati Uniti dalla metà degli anni ’70 ad oggi rivela un modello di ritardo nel rispondere alle forze della disgregazione. Qualche giovane leader politico statunitense invocò politiche economiche come la riforma dell’istruzione, con una maggiore attenzione verso i laboratori, le scienze e la tecnologia, e la riqualificazione professionale per i lavoratori più anziani così da facilitare la transizione da un’economia industriale ad una basata sulle informazioni. Nessuno prestò attenzione a tali iniziative. Analogamente, durante gli anni di Mikhail Gorbaciov nell’Unione Sovietica, qualche funzionario eletto americano suggerì di pensare diversamente al ruolo dell’America nell’epoca post-guerra fredda. A prevalere tuttavia furono le tradizionali politiche in materia di difesa e affari esteri, spesso fomentate dai tradizionali “cold warrior”, tanto che alcuni arrivarono a sentire la mancanza della certezza del mondo bipolare e a cercare opportunità per ricrearlo.
Per quanto riguarda le forze armate e la sicurezza nazionale statunitense, i tentativi di istituire riforme militari serie in previsione dell’aumento di conflitti non convenzionali e armamenti irregolari, alla luce dell’erosione dei confini e della sovranità degli stati-nazione, si scontrarono con le resistenze e le posizioni convenzionali. Persino in una nazione come gli Stati Uniti, che fa dell’innovazione un punto d’orgoglio, lasciarsi alle spalle le politiche tradizionali per affrontare eventi disgregativi incontra una certa resistenza. Lo status quo affonda solide radici nelle menti di persone dal pensiero convenzionale impegnate a preservare le cose così come stanno. Machiavelli osservava “l’incredulità degli uomini, i quali non credono in verità le cose nuove, se non ne veggono nata esperienza ferma”. E l’americano Ralph Waldo Emerson scriveva di “gravità, abitudine e paura” che rendono difficile portare avanti la sperimentazione e l’innovazione. Tutte queste disgregazioni contribuirono ad avviare l’erosione di quelle che, fin dalla Pace di Vestfalia del 1648, sono state le componenti strutturali basilari della politica globale, gli stati-nazione. Man mano che la finanza e l’economia diventavano onnipresenti e fuori dal controllo dei ministeri delle finanze nazionali, la sovranità politica iniziò a indebolirsi. Lo stato-nazione richiede un monopolio sulla violenza. Questo monopolio si sgretolò quando le persone disilluse sostituirono la propria lealtà verso gli stati con quella verso il fondamentalismo religioso, il nazionalismo etnico e persino tribù, clan e gang. Considerando la crescente incapacità degli stati-nazione, compresi i potenti Stati Uniti (l’11 settembre), di fornire sicurezza per i propri cittadini, praticamente dalla sera alla mattina nacque un ampio settore internazionale di sicurezza privata per individui e comunità. Dal crollo sovietico emersero nuove mafie. I cartelli della droga si fecero strada come sostituti dell’autorità statale in parti dell’America centrale. Gli armamenti della guerra fredda vennero messi a disposizione delle nazioni senza stato. L’ascesa del terrorismo come forma di guerra sembra quasi inevitabile. Le vecchie ideologie di socialismo nazionale e comunismo del XX secolo hanno lasciato il passo al fondamentalismo religioso che in parti del mondo musulmano è diventato un principio organizzativo centrale, soprattutto per le masse di giovani disoccupati. Non tutta la disgregazione è immediatamente politica o economica. Questo nuovo secolo si trascina la zavorra dei costi posticipati dell’era industriale. L’umanità sta alterando il clima da cui dipende il suo stesso benessere. Stiamo depositando carbonio nella nostra biosfera ad un ritmo superiore a quello a cui può essere assorbito, e lo facciamo da diverso tempo. Sembra che non vi sia sufficiente volontà politica, in particolare nei Paesi sviluppati, di modificare sostanzialmente i nostri modelli di consumo. Per di più, i Paesi in via di sviluppo cercano di raggiungerli e per farlo richiedono maggiore combustione di carbone. Climatologi seri prevedono un aumento del livello dei mari in tutto il globo, mentre la desertificazione porterà siccità e carestie nelle parti interne. Abbiamo schivato pandemie legate ai virus HIV ed Ebola. Ma i moderni viaggi aerei rendono praticamente inevitabile che si verifichi una nuova epidemia virale e che si diffonda più velocemente della capacità della medicina moderna di contenerli e metterli in quarantena. E sono pochissime, se non nessuna - compresi gli Stati Uniti - le nazioni che abbiano a disposizione il personale e le attrezzature, inclusi i vaccini, per gestire mutazioni virali ignote. Attualmente gli scienziati affermano che ci stiamo avvicinando all’inizio di un’epoca di biologia sintetica in cui virus inesistenti in natura possono essere prodotti in piccoli laboratori nascosti e diffusi da individui e gruppi ostili tra la popolazione sana dei loro nemici. La nuova era dell’informazione ha portato con sé trasformazioni a dir poco magiche. Oggi le infrastrutture critiche, come le comunicazioni, i trasporti, la finanza e l’energia, sono tutte gestite da computer. Ma adesso sappiamo che questi magici sistemi operativi computerizzati sono vulnerabili di fronte ad hacker e pirati informatici pubblici e privati. Al momento i sistemi critici da cui dipendono i Paesi sviluppati sono sicuramente più efficienti, ma anche più vulnerabili alla nuova minaccia della guerra cibernetica. È difficile immaginare cosa potrebbe succedere se sistemi bancari internazionali interconnessi o l’intero sistema di controllo del traffico aereo venissero improvvisamente interrotti o spenti. Questo abbozzo superficiale delle rivoluzioni – disgregazioni se vogliamo – fa sembrare il futuro davvero cupo.

Rivoluzioni, quali miglioramenti hanno portato

Una valutazione imparziale, tuttavia, deve anche tenere conto del miglioramento degli standard di vita in tutto il mondo, anche in molti dei Paesi in via di sviluppo. La scienza e la tecnologia, che stanno portando nuovi dispositivi come i cellulari a moltissime persone, rendono le masse più sane e più in grado che mai di partecipare alle economie dei mercati locali. Gli standard di istruzione e sanità sono in aumento. I tassi di nascita in molte grandi nazioni si stanno assestando su modelli più sostenibili. Nuove fonti di energia sostenibili, in particolare l’eolico e il solare, sono disponibili in misura crescente a livello comunitario. Le principali nazioni produttrici di petrolio, tra le quali l’Arabia Saudita, vedono avvicinarsi l’era solare più velocemente di quanto avrebbero immaginato solo pochi anni fa. Solo in alcune parti del mondo sono in corso esperimenti con fonti di energia micro-geotermica. In senso cosmico, è possibile vedere la nostra epoca di disgregazione come una gara. Una gara tra le forze distruttive scatenate negli ultimi 3 o 4 decenni e il genio inventivo umano costruttivo in grado di evitare disastri naturali o artificiali. Abbiamo la scienza, la tecnologia, l’immaginazione e l’invenzione dalla nostra parte. Ma non abbiamo tempo infinito. E siamo carenti dal punto di vista dell’arte di governare, della leadership morale e dell’apprezzamento della nostra comune umanità. Per oltrepassare queste disgregazioni dobbiamo ripensare i sistemi di governance. Le dichiarazioni nazionali e internazionali di indipendenza, dei diritti umani e delle libertà democratiche sono gli elementi fondanti, ma questi principi adesso devono essere messi al servizio di nuove modalità di governance e di affrontare le necessità comuni e universali. Per esempio, ora dobbiamo pensare al mondo come un bene globale comune (“Global Commons”), un luogo virtuale creato dal desiderio universale dell’umanità di sicurezza fisica ed economica. Nessuna nazione o organizzazione sovranazionale esistente può arrestare il surriscaldamento globale. Nessuna alleanza regionale, da sola, può fermare un’epidemia virale. Nessuna coalizione democratica può estirpare l’estremismo e il terrorismo. Queste sono minacce che richiedono la partecipazione appassionata di tutte le nazioni, i gruppi etnici, le religioni e le tribù. L’approccio Global Commons alle sfide della disgregazione del XXI secolo si basa su un unico principio cardine: tutti gli esseri umani hanno più interessi in comune che differenze. Tali interessi trascendono la razza, l’etnia, le identità storiche, le ideologie politiche, la geografia e le culture tradizionali. Nell’ambito della sicurezza internazionale, il fulcro di una coalizione Global Commons sarebbe composta da democrazie avanzate impegnate reciprocamente a perseguire la sicurezza collettiva, la soppressione del terrorismo e l’eliminazione della criminalità organizzata. Altre nazioni impegnate a tutelare lo stato di diritto e la protezione dei diritti umani sarebbero le benvenute sotto l’egida di sicurezza di Global Commons. I vantaggi di unirsi alla coalizione sarebbero più importanti alla nozione ormai superata di sovranità e solo nazioni rinnegate come la Corea del Nord rimarrebbero sole e isolate. Per quanto concerne la sovranità nazionale, all’alba della guerra fredda le nazioni appartenenti all’Alleanza atlantica si accorsero rapidamente che avrebbero potuto partecipare appieno ad una alleanza per la sicurezza collettiva senza sacrificare la propria autorità e sovranità nazionale. Globalizzazione, informazione, erosione dei confini e migrazioni di massa rappresentano minacce all’ordine prestabilito. Ma rappresentano anche opportunità per un’intesa reciproca. Ciò che serve di più adesso sono capacità di governo, autorità morale e leader dotati di coraggio, integrità e visione.

La strategia è anticipare le insurrezioni

Nel nostro complesso mondo non esisterà mai la stabilità assoluta. Ma nuovi sistemi di governance possono ridurre le disgregazioni e raggiungere un livello più alto di stabilità rispetto a quello odierno. La chiave sta nell’anticipare invece di reagire. Troppo spesso all’inizio del XXI secolo persino le nazioni più avanzate hanno aspettato che un evento disgregativo si verificasse per poi rispondere con qualunque risorsa avessero a disposizione. Gli eventi però si stanno verificando sempre più rapidamente, e i tempi di preavviso si stanno restringendo, così come i tempi di reazione. Ritardare e cercare rimedi è diventato un lusso. Anticipare e prepararsi è ormai diventato una necessità se il mondo vuole evitare di essere vittima di ulteriori disgregazioni future. Dovranno passare anni prima che noi o le generazioni future riusciremo a valutare adeguatamente le molteplici trasformazioni epiche che stiamo vivendo. Un secolo fa l’economista Joseph Schumpeter accoglieva le “tempeste di distruzione creativa” nella trasformazione economica. Da queste, riteneva che avrebbero potuto sorgere opportunità economiche e sistemi economici nuovi e talvolta persino migliori. Questo è l’atteggiamento che dobbiamo assumere nei confronti della nostra epoca di disgregazioni. Magari non accoglieremo le tempeste di distruzione creativa, ma sta di fatto che queste esistono. Se saremo in grado di non farci ammaliare dalle politiche e dai programmi passati, pur mantenendo la nostra dedizione nei confronti di principi senza tempo, e di utilizzare la nostra immaginazione collettiva per inventare nuovi sistemi e politiche, il XXI secolo potrebbe ancora spiccare come una delle epoche più illuminate della storia dell’uomo. Le disgregazioni devono tornare a nostro vantaggio. Non abbiamo altra scelta.

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