La nuova era del greggio low cost

La nuova era del greggio low cost

Ian Bremmer | Presidente del Gruppo Eurasia
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Un'anticipazione da Oil 32. L'analisi del politologo americano sulle disruption energetiche: "Dobbiamo prepararci a un mondo in cui il greggio si negozia a un prezzo inferiore, il che implicherà conseguenze sempre più rilevanti"

''Quando si esaurirà il petrolio mondiale?'' È difficile credere che un tempo questa domanda fosse all'ordine del giorno, ma gli analisti dei decenni scorsi non hanno preso in considerazione nelle loro previsioni le nuove tecnologie rivoluzionarie. Negli ultimi anni, il mondo ha scoperto una quantità di petrolio ampiamente superiore a quella consumata, grazie alla fratturazione idraulica, alle nuove tecniche di trivellazione orizzontale e ad altri fattori che hanno reso possibile estrarre e portare sul mercato riserve precedentemente inaccessibili.

Inoltre, la crescita della domanda petrolifera ha rallentato. La sfida di Pechino di passare da un modello economico trainato dall'industria manifatturiera e dalle esportazioni a un'economia alimentata dai consumi interni ha rallentato (come era immaginabile) la crescita economica. I tempi dei tassi di crescita a doppia cifra sono ormai passati così come quelli della fame di materie prime di ogni tipo, tra cui il petrolio. Si tratta di un cambiamento irreversibile, oggi la Cina non può tornare al vecchio modello senza rimettere in discussione i guadagni faticosamente ottenuti dalla classe media e provocare una ricaduta pubblica.

La frenata dell’economia cinese ha colpito gli esportatori di materie prime in America Latina, Medio Oriente, Africa subsahariana e Asia orientale e sudorientale. Dal Brasile al Cile, dall'Australia alla Malesia, dal Sudafrica alla Russia, i governi e le economie soffrono i contraccolpi del progressivo aggravamento del rallentamento del colosso asiatico. L'incertezza che ne deriva va ad aggiungersi alle incognite sul futuro dell’Europa su cui pesano l'avvio delle negoziazioni sulla Brexit, il rischio di un ritorno della crisi dei migranti ora che l'accordo UE con la Turchia comincia a vacillare, e una ripresa non ancora completamente stabile degli Stati Uniti. In questo scenario è quindi difficile capire da dove potrebbe venire una futura domanda petrolifera.

Dobbiamo inoltre considerare la situazione dell'offerta. In passato, i grandi produttori petroliferi, l'Arabia Saudita in primo luogo, potevano ribilanciare i mercati in maniera rapida e facile con un semplice aumento o taglio della produzione. Dopo l'invasione dell'Iraq nel 1990 da parte di Saddam Hussein i prezzi erano schizzati alle stelle, ma l'Arabia Saudita era riuscita a calmare le acque immettendo altro petrolio sul mercato. A seguito del crollo dei prezzi causato dalla crisi finanziaria del 2008, l'Arabia Saudita aveva tagliato la produzione per alleviare la gravità della situazione.

Oggi, però, la situazione è ben diversa. La resilienza delle imprese statunitensi più piccole in prima linea nella rivoluzione del fracking e la velocità relativa con cui possono incrementare la produzione in risposta ai prezzi più alti, fa sì che l'Arabia Saudita non possa più influenzare a lungo termine i prezzi del petrolio. Se l'Arabia Saudita taglia la produzione, i prezzi si innalzano, il fracking statunitense ritorna operativo e l'offerta più ampia fa scendere i prezzi. Il primo effetto netto è la perdita saudita in termini di quota di mercato, e la consapevolezza che, dopo i picchi di 147 dollari USA al barile nel 2008 e di 115 dollari USA nel 2014, i prezzi del petrolio non raggiungeranno più le tre cifre nel prossimo futuro.

Vi sono quattro implicazioni degne di nota. In primo luogo, i giganti petroliferi statali sono in grande difficoltà poiché non sono abbastanza agili o resistenti per prosperare in un mercato dove la produzione è, oggi più che mai, sensibile ai prezzi. L'inefficienza non è mai stata più costosa di così.

In secondo luogo, la situazione in Arabia Saudita diventerà ancora più tesa nei prossimi anni. Il Paese infatti non può tagliare la produzione di petrolio per raggiungere prezzi adeguati a fornire i profitti necessari al governo. Al contempo l'Iran, aspro rivale storico del Regno wahabita, dopo la revoca delle sanzioni internazionali sta rapidamente incrementando la propria produzione e la quota di mercato a spese dell'Arabia Saudita. Ad aggiungere instabilità vi è anche lo spettro del ricambio generazionale nella leadership dell'Arabia Saudita a seguito dell'eventuale decesso del re Salman, accompagnato da dubbi sul fatto che suo figlio Mohammed bin Salman riesca a portare il Regno e la sua economia nel XXI secolo.

In terzo luogo, il calo dei prezzi del greggio lascia l'economia russa in una situazione insostenibile. Vladimir Putin rimane estremamente popolare e il suo governo può contare su sostanziose riserve finanziarie ma nel lungo termine la Russia dovrà affrontare la stessa pressione per modernizzare e diversificare la sua economia dipendente dalle esportazioni energetiche dell'Arabia Saudita e di molti altri paesi. A differenza dei Sauditi, però, Mosca non ha ancora accettato di avere un grave problema.

Infine, vi è una nazione produttrice di petrolio che è già sull'orlo del baratro. Il Venezuela importa praticamente tutto a parte il greggio e le carenze di elettricità, acqua, alimenti e altri beni di prima necessità hanno quasi portato il Paese al conflitto aperto. Inoltre i membri del movimento chavista potrebbero presto sacrificare il Presidente Nicolas Maduro per preservare la loro supremazia. Solo un aumento molto consistente del prezzo del greggio potrà tuttavia garantire al regime una vita più lunga, ma questo non è uno scenario possibile.

Viviamo in un'era di cambiamenti apparentemente continui nella quale però tutti noi, produttori petroliferi e consumatori, dobbiamo prepararci a un mondo in cui il greggio si negozia a un prezzo inferiore, il che implicherà conseguenze sempre più rilevanti.