L'Iran: il frutto (ancora) proibito del mercato mondiale

L'Iran: il frutto (ancora) proibito del mercato mondiale

Marcello Vallese
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Il Paese, quarto al mondo per riserve petrolifere, cerca di riconquistare la ribalta dei mercati energetici globali, fra nemici storici, sanzioni passate e la necessità di adeguare le proprie tecnologie alla sfida dei costi produttivi in costante rialzo

Le braci nascoste sotto le ceneri lasciate dal mancato accordo di aprile a Doha sono ancora incandescenti e basterebbe un refolo di vento per alimentare nuovamente un fuoco di fila di effetti potenzialmente dirompenti sul mercato globale del petrolio. Il terreno di scontro è l’Opec e i contendenti sono i nemici storici di sempre: Arabia Saudita da una parte, Iran dall’altra. Ad aprile il mondo guardava con un misto di speranza e scetticismo alla riunione straordinaria dell’Opec convocata a Doha, organizzata nella speranza che i membri del cartello congelassero i propri livelli di produzione per fermare il calo nelle quotazioni del greggio, passato in meno di 2 anni da 115 dollari al minimo di 27 dollari al barile di fine gennaio. La speranza aveva lasciato il campo allo scetticismo quando il principe Saudita bin Salman dichiarava che il raggiungimento dell’accordo avrebbe necessitato il via libera da tutti i membri dell’Opec, Iran incluso. Da parte sua, Teheran rispose all’invito saudita disertando in toto il meeting, dichiarando la sua intenzione di aumentare la produzione fino ai livelli pre-sanzioni. Il mercato del petrolio si dimostra tutt’ora estremamente dinamico e soggetto a diversi fattori destabilizzanti, alcuni di questi scarsamente prevedibili. Basti pensare ai giganteschi incendi nell’Alberta che hanno tagliato di ben un milione di barili al giorno la produzione canadese o la perdurante instabilità di produttori di rango come il Venezuela o la Nigeria, per non parlare della situazione libica che oscilla da uno stallo a un altro. Così, nell’arco di poche settimane, il mercato globale ha quasi eroso l’eccesso di produzione quantificabile in oltre 2 milioni di barili al giorno, provocando un rimbalzo nei prezzi, oggi prossimi ai 50 dollari al barile. In una fase di tale incertezza, il ritorno in grande stile della produzione iraniana dopo l’accordo sul nucleare firmato con i Paesi occidentali dovrebbe servire a bilanciare il mercato e favorire il raggiungimento di un accordo in sede Opec il 2 giugno.

Le prospettive future della produzione petrolifera

 "Dall’Opec non mi aspetto nient’altro che un disaccordo generalizzato. L’Arabia Saudita e l’Iran sono acerrimi nemici e rimarranno tali". Parole di Fadel Gheit, analista della Banca d’Investimenti Oppenheimer, che non lasciano molte speranze sull’esito del prossimo meeting. "L’Iran difficilmente acconsentirà a congelare la propria produzione perché il suo livello attuale è abbondantemente al di sotto della quota accordata in sede Opec. Molto probabilmente l’Iran la innalzerà di un milione di barili e con la revoca delle sanzioni internazionali potrebbe incrementarla ulteriormente di oltre 2 milioni di barili nei prossimi 2 o 3 anni." E sul confronto fra Arabia Saudita e Iran, Gheit afferma che: "i 2 Paesi hanno il costo di produzione al barile più basso del mondo e possono permettersi una fase di prezzi bassi prolungata rispetto a qualsiasi altro produttore ma", e in questo caso l’avvertimento dell’analista si ricollega all’incipit dell’articolo,"entrambi hanno bisogno di prezzi decisamente più alti per mantenere il loro attuale livello elevato di spesa pubblica, per non rischiare sollevazioni popolari o addirittura un cambio di regime".  Fra le note positive sono da registrare le rosee previsioni di crescita per l’Iran fornite dal Fondo Monetario Internazionale, che prevede il 4% di crescita media del PIL fino al 2021, mentre la Banca Mondiale va oltre, pronosticando un segno positivo del 6% fino al 2017.  I riflessi di tale crescita sulla produzione petrolifera Iraniana sono spiegati in modo eloquente da Gheit: "Se l’Iran fornirà interessanti incentivi finanziari, potrebbe attirare capitali e tecnologie straniere capaci potenzialmente di raddoppiarne la produzione nei prossimi 5-7 anni ".

Le sanzioni sono un problema ancora irrisolto

Se all’equazione si aggiunge l’immenso potenziale di energia rinnovabile che l’Iran è in procinto di sfruttare in collaborazione con numerose aziende europee e asiatiche, le previsioni per l’Iran, è il caso di dirlo volgono al sereno. Ma all’orizzonte ci sono ancora nuvole che rischiano di gettare ombre inquietanti sulle prospettive di crescita dell’Iran. Stiamo parlando delle sanzioni internazionali, ma non di quelle legate al programma nucleare recentemente revocate, quanto piuttosto a quelle relative alla supposta attività terroristica di Teheran. Ai primi di maggio il segretario di stato americano Kerry ha invitato le maggiori banche europee a fare affari con gli Iraniani con la raccomandazione che siano "legittimi". Resta da capire con quale grado di affidabilità queste riuscirebbero a determinare se un’azienda iraniana non sia in qualche modo legata alle Guardie Rivoluzionarie, onnipresenti nell’economia del Paese e tutt’ora considerate dagli Stati Uniti come un’organizzazione terroristica. Oltretutto, a rendere il quadro ancora più nebuloso, è la predominanza del dollaro come valuta di riferimento per qualsiasi transazione commerciale, petrolio compreso, rendendo obbligatorio per gli istituti di credito occidentali un passaggio attraverso il sistema bancario americano. Questo spiega la difficoltà che hanno trader e compagnie petrolifere occidentali ad accedere al greggio Iraniano, a tutto vantaggio di Cina e India. Con una tale spada di Damocle sospesa sulle sue prospettive di sviluppo, l’Iran si trova a dover rispondere alla voglia di cambiamento di una popolazione giovane e in crescita, al braccio di ferro politico fra conservatori e riformisti e la comunità internazionale, che vede nel Paese mediorientale l’ultimo grande mercato al quale partecipare.