Il petrolio e le nuove vie di navigazione

Il petrolio e le nuove vie di navigazione

Sebastiano Fusco (Agenzia Nova)
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Il progressivo scioglimento dei ghiacci, dovuto ai cambiamenti climatici, sta determinando un interesse crescente delle superpotenze per il Polo Nord, che sarà attraversato dalle future autostrade del mare. La regione detiene, inoltre, ingenti riserve di idrocarburi

La Russia il 17 giugno scorso ha varato nei cantieri Baltijskj Zavod, a San Pietroburgo, la nave rompighiaccio più grande e potente del mondo, almeno per ora. È stata battezzata Artika: un immenso leviatano d’acciaio lungo 173 metri e largo 34, con la prora simile al muso di uno squalo. È propulsa da due motori nucleari, abbastanza potenti da permetterle di sbriciolare lastre di ghiaccio spesse fino a quattro metri. L’entrata in servizio nei mari attorno al Polo Nord è prevista nel 2017. Si tratta della prima di tre unità analoghe, l’ultima delle quali sarà consegnata nel 2020. Il valore del contratto è di 85 miliardi di rubli, circa un miliardo e 300 milioni di dollari. Quasi un terzo rispetto a quanto costeranno le rompighiaccio ancor più grandi, in numero ancora non definito, che intendono varare gli Stati Uniti, come annunciato dal presidente Barack Obama in persona: ciascuna costerà un miliardo di dollari. Gli Usa possiedono già tre rompighiaccio nucleari, due sole delle quali operative. Evidentemente non bastano, come ha sottolineato sempre Obama nel corso di una sua visita in Alaska nel settembre scorso: "Le navi rompighiaccio sono quel tipo di cose che non possono essere rinviate", ha detto, perché servono alla "protezione degli interessi nazionali e della gestione delle risorse naturali". Anche i cinesi sono d’accordo: da tempo la China Shipbuilding Industry Corp, una delle due principali società cinesi di cantieristica navale, ha fatto sapere che uno dei suoi centri di ricerca ha ottenuto dal governo l’approvazione e i finanziamenti per avviare lo studio della propulsione nucleare, con l’obiettivo di realizzare una rompighiaccio nucleare di produzione interamente nazionale. È ovviamente il progressivo scioglimento dei ghiacci polari a determinare l’interesse delle superpotenze verso la regione più inospitale del globo. Dall’epoca dei primi rilevamenti satellitari specifici, alla fine degli anni Settanta, i ghiacci dell’Artico hanno perso metà del loro volume e l’andamento non sembra fermarsi. Rispetto al resto del mondo, il ghiaccio di quelle zone si scioglie a velocità doppia, sia pure con oscillazioni che i climatologi stanno valutando, alla ricerca di un modello che sappia spiegarle e soprattutto prevederle.

Le due rotte che attraversano il Mar Glaciale

Nel 2007 l’Agenzia spaziale europea (Esa) ha dichiarato ormai totalmente transitabile il cosiddetto "Passaggio a nord-ovest", ovvero la rotta che collega l’Atlantico al Pacifico passando attraverso l’arcipelago artico canadese, all’interno del Mar Glaciale, che in tempi storici era risultata sempre bloccata dai ghiacci. La prima nave vi è transitata nel 2008, e nel 2013 è passato il primo cargo commerciale. Oggi, in estate, il passaggio è diventato meta di crociere turistiche.
Un po’ più complessa la situazione del "Passaggio a nord-est", la rotta che raggiunge l’Oceano Pacifico partendo dal Mare del Nord e proseguendo nel Mare Glaciale Artico lungo la costa della Siberia, fino ad attraversare lo Stretto di Bering e il mare omonimo per giungere alle coste orientali dell’Asia. Fino a non molto tempo fa era considerata una rotta pericolosa per via della presenza di ghiacci e iceberg, e non veniva compresa nelle rotte commerciali ordinarie fra la Cina e l’Europa: negli ultimi 50 anni però, a causa del riscaldamento globale, la temperatura nelle zone attorno al Polo Nord si è alzata di circa quattro gradi, e questo fa sì che per alcuni mesi l’anno i ghiacci non si formino. Da luglio a novembre la navigazione è ora possibile anche alle normali navi mercantili, con grandi vantaggi per le compagnie commerciali che trasportano le merci dalla Cina all’Europa. Il 10 settembre del 2013 un cargo cinese da 19 mila tonnellate, lo Yong Sheng, ha raggiunto Rotterdam dopo essere partito l’8 agosto dal porto di Dalian sul Mar Giallo, percorrendo la rotta di nord est: ha impiegato 35 giorni invece dei 48 che prevede la consueta rotta a sud, che passa per il Mar Cinese, lo Stretto di Malacca, l’Oceano Indiano, Suez, il Mediterraneo, Gibilterra e costeggia l’Europa fino ad attraversare la Manica. Non solo ha risparmiato tempo e combustibile, ma ha anche evitato i costi del passaggio attraverso il canale di Suez. È ancora presto per dire se la rotta di nord est diventerà la via privilegiata per le merci di Pechino dirette via mare in Europa, ma il cargo cinese è stato il primo a dimostrarne la percorribilità, con vantaggio, almeno nei mesi estivi. Una percorribilità destinata a espandersi: secondo i climatologi, se il global warming continuerà ai ritmi attuali, fra il 2030 e il 2050 il Passaggio a nord-est sarà navigabile in piena sicurezza in tutti i mesi dell’anno. Un tempo abbastanza lungo, ma non tanto perché le nazioni che costeggiano l’Artico e che possono accampare diritti sui mari che lo circondano non si diano già da fare per difendere i loro interessi.

A chi interessano le rotte tra i ghiacci

Per ovvi motivi di contrapposizione strategica, le nazioni maggiormente coinvolte sono gli Stati Uniti e la Russia, che fra l’altro proprio nell’Artico hanno il loro unico punto di contatto geografico, lo Stretto di Bering. Le due superpotenze evidenziano un differente approccio, legato a quelle che storicamente sono le loro vocazioni in materia di strategia militare. La Russia investe sulle navi rompighiaccio e lo schieramento di basi permanenti nell’Artico, mentre gli Usa si affidano a sistemi tecnologicamente avanzati, come sommergibili nucleari e velivoli stealth. Mosca punta sulle navi rompighiaccio per creare, in caso di conflitto, passaggi nella banchisa atti a spostare più velocemente le proprie unità navali. Washington si affida ai sommergibili per contrastare il naviglio nemico e fungere da piattaforme per operare nelle distese artiche. Per questo, nel nuovo documento di strategia militare approvato dal Cremlino, viene sottolineata la necessità di negare all’Alleanza atlantica il dominio delle "acque profonde", dal Mediterraneo all’estremo nord. Quelle che fra vent’anni potrebbero essere le nuove principali rotte navigabili del globo evitano strettoie pericolose come lo Stretto di Malacca, tuttora infestato dai pirati; aree politicamente instabili o contese, come il Mar della Cina; passaggi sottoposti a noli gravosi, come gli stretti di Suez e Panama, e in più accorciano i tempi di navigazione. Al di là dello sforzo per controllare le future autostrade del mare, c’è un altro fattore che sta rendendo rapidamente il Polo Nord una delle regioni più importanti del pianeta dal punto di vista geopolitico. Secondo stime che risalgono a una decina d’anni fa, nell’Artico sono racchiuse il 30% di tutte le riserve convenzionali di gas, il 13% di quelle di petrolio, e grandi giacimenti di una varietà di minerali come uranio, oro o tungsteno. Stime certamente al ribasso, perché mancano analisi precise per la mancanza di esplorazioni. In questo senso, il paese che è più interessato a conoscere la situazione è la Russia, che già ricava circa il 15% del Pil da risorse che si trovano oltre il Circolo polare artico. Il 15 giugno scorso l’amministratore delegato di Rosneft, Igor Sechin, ha detto che il potenziale del maggiore campo petrolifero offshore della Siberia occidentale, nel Mare di Kara, equivale a quello dell’intera Arabia Saudita. "La compagnia sta consolidando la propria posizione nella regione dell’Artico. Diciotto mesi fa abbiamo scoperto il giacimento di Pobeda, nel Mare di Kara, come risultato delle esplorazioni nell’estremo nord della Federazione russa", ha spiegato Sechin. Il Mare di Kara è una parte del Mar Glaciale Artico compresa tra il 60º e il 90º meridiano est, delimitato ad ovest dall’isola della Novaja Zemlja, che lo separa dal Mare di Barents. In quest’ultimo, in un punto a 85 chilometri dalla costa settentrionale della Norvegia, c’è qualcuno che già estrae petrolio. Il 13 marzo scorso, l’Eni ha annunciato l’avvio della produzione del giacimento Goliat, nella Licenza 229, in una zona priva di ghiacci. Goliat, il primo giacimento di petrolio ad entrare in produzione nel Mare di Barents, è stato sviluppato attraverso la più grande e sofisticata unità galleggiante di produzione e stoccaggio cilindrica del mondo, che ha una capacità di un milione di barili di petrolio e che è stata costruita con le più avanzate tecnologie per affrontare le sfide tecnico-ambientali legate all’operatività in ambiente Artico. La produzione giornaliera raggiungerà 100 mila barili di petrolio al giorno (65 mila dei quali in quota Eni). Secondo le stime, il giacimento contiene riserve pari a circa 180 milioni di barili di petrolio. La produzione avverrà attraverso un sistema sottomarino composto di 22 pozzi (17 già completati), di cui 12 sono pozzi di produzione, 7 serviranno a iniettare l’acqua nel giacimento e tre ad iniettare gas. Goliat, inoltre, utilizza le soluzioni tecnologiche più avanzate per minimizzare l’impatto sull’ambiente. Riceve energia elettrica da terra per mezzo di cavi sottomarini, il che permette di ridurre le emissioni di CO2 del 50% rispetto ad altre soluzioni, mentre l’acqua e il gas prodotti sono re-iniettati nel giacimento. L’avvio di Goliat, rappresenta una tappa importante nel piano di crescita di Eni e contribuirà in modo significativo alla generazione di cash flow. Nella Licenza 229 Eni detiene una quota del 65%, mentre la norvegese Statoil detiene il rimanente 35%. Al di là delle considerazioni economiche legate al prezzo del petrolio, ciò che è importante in un investimento del genere è il primato tecnologico raggiunto con la realizzazione della struttura estrattiva più a nord del globo. Quando i mari artici saranno più accessibili e le condizioni climatiche meno proibitive, a contare, più che i dollari, sarà l’esperienza acquisita nel lavorare in condizioni estreme, nel pozzo più a nord che sia mai stato sfruttato.