La "controrivoluzione" americana e la ripresa del barile

La "controrivoluzione" americana e la ripresa del barile

Demostenes Floros
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Dopo avere raggiunto, all'inizio del 2016, i minimi dal novembre 2003, i prezzi del petrolio sono aumentati sino quasi a sfiorare il raddoppio, nonostante gli esiti negativi dell'incontro di Doha e la Brexit
La vittoria del #Leave nel referendum britannico ha portato ad una immediata diminuzione dei #prezzi del #barile di quasi 3,5 dollari

Durante il primo semestre 2016, le qualità Brent Crude North Sea e West Texas Intermediate hanno toccato il loro minimo rispettivamente il 20 gennaio a 27,81 dollari al barile e l'11 febbraio a 27,23 dollari. I massimi invece sono stati raggiunti l'8 giugno: il benchmark europeo ha toccato i 52,72 dollari, mentre il riferimento nord americano ha raggiunto quota 52,08. Nel solo mese di aprile, i prezzi sono aumentati del 20 percento circa, registrando il maggior incremento mensile rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Tale trend ascendente ha in verità caratterizzato l'intero mese, sia prima del meeting di Doha, sia nei giorni seguenti il fallimento del summit tra i principali produttori di petrolio, tenutosi nella capitale del Qatar. Sulla scia di un aumento di circa 4 dollari per entrambe le qualità verificatosi a maggio, nemmeno l'incapacità di giungere ad un accordo in merito al congelamento della produzione o, perlomeno, nel ristabilire un tetto produttivo da parte dei paesi membri dell'OPEC ha invertito la rotta del barile che, al contrario, ha toccato i massimi da inizio 2016 proprio nei giorni seguenti la conferenza di Vienna del 2 giugno. La vittoria del Leave nel referendum britannico ha portato ad una immediata diminuzione dei prezzi del barile di quasi 3,5 dollari, che si è quasi completamente riassorbita durante gli ultimi giorni del primo semestre 2016. Il calo dei prezzi del barile verificatosi invece durante il mese di luglio pare essere la diretta conseguenza dell’accumulo di prodotti raffinati negli USA più che di greggio, oltre al ruolo della speculazione: infatti, al Nymex in particolare, dove viene scambiato il WTI, le posizioni corte (alla vendita) sono quasi triplicate rispetto a fine maggio, da 53 a 141 milioni di barili. Secondo l’Oil Market Report della IEA, a maggio l’offerta globale di petrolio è stata di 95,4 milioni di barili al giorno, in diminuzione di 590 mila barili rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Si tratta del primo significativo calo della produzione dall’inizio del 2013. Esso ha principalmente riguardato l’output dei paesi non-OPEC a partire dal Canada – il quarto estrattore al mondo con circa 4 milioni di barili al giorno di cui 2,2 milioni di sabbie bituminose ed il primo fornitore degli Stati Uniti con 3,169 milioni di barili al giorno nel 2015 – alle prese con gravi incendi boschivi. In secondo luogo, il calo ha interessato la produzione di greggio statunitense, che, dopo avere raggiunto il picco di 9,7 milioni di barili nell’aprile 2015, si situa attualmente attorno agli 8,622 milioni. Per quanto riguarda i paesi membri dell’OPEC, a maggio, l’offerta si è leggermente ridotta di 110 mila barili al giorno a 32,61 milioni. Le significative perdite della Nigeria dovute ai continui sabotaggi e, più in generale, all’instabilità politica che sta affrontando il paese, sono state sostanzialmente controbilanciate dalla costante, ed inaspettata, crescita della produzione dell’Iran, prossima ai 3,8 milioni di barili al giorno (+700 mila dall’inizio del 2016). Quest’ultimo dato contraddice in parte le affermazioni fatte a marzo dal vice presidente della Lukoil, Leonid Fedun. ''L’Iran – ha detto – non sarà in grado di incrementare significativamente il proprio output senza maggiori investimenti stranieri. Inoltre la domanda domestica iraniana è molto elevata data la popolazione numerosa. Di conseguenza il Paese potrà mettere sul mercato 3-400 mila barili in più, una quantità marginale''. Su base annua, mentre l’output dell’OPEC è aumentato di 500 mila barili al giorno, quello non-OPEC, nonostante la Federazione Russa abbia incrementato le proprie estrazioni, è calato di 1,3 milioni di barili. Nel 2016, si stima che quest’ultimo diminuirà di 0,9 milioni barili al giorno, di cui 500 mila barili riconducibili al tight oil statunitense. Nel corso del primo semestre 2016, la domanda è cresciuta di circa 1,6 milioni barili al giorno, passando da 93,62 a 95,17 milioni soprattutto in conseguenza della maggior richiesta di energia da parte delle economie emergenti. Nell’intero 2016, si prevede che la domanda globale aumenterà di 1,3 milioni di barili al giorno. Nel 2017 essa raggiungerà i 97,4 milioni. Questi dati confermano il lento, ma costante calo del surplus dell’offerta: dagli 1,5 milioni di barili al giorno di gennaio 2016, attualmente il surplus è stimato attorno agli 800 mila barili al giorno come effetto combinato di un iniziale rallentamento dell’output – poi trasformatosi in decrescita a maggio – e di un incremento più robusto della domanda di oro nero. Se le prossime stime confermeranno il tendenziale ribilanciamento del mercato petrolifero, senza dubbio, quest’ultimo agirà come un fattore di supporto ai prezzi nel corso della seconda metà dell’anno. Al momento, le previsioni di giugno indicano un incremento dell’offerta globale di petrolio pari a 600 mila b/g per un output globale che ha raggiunto i 96 milioni di b/g  mentre, nel secondo trimestre 2016, la domanda è aumentata di 1,4 milioni di b/g rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Tramonta il sogno dell'autonomia energetica

Nel solo 2015, quaranta imprese statunitensi hanno fatto ricorso alla procedura fallimentare ''Chapter 11'', nonostante i fracker americani fossero riusciti a ridurre al contempo i costi di estrazione del 40 percento e ad aumentare la produttività dei pozzi del 48 percento. Secondo le previsioni di Wolfe Research, all’incirca un terzo delle imprese USA impegnate nell’estrazione di greggio attraverso il metodo non convenzionale potrebbero fare ricorso al Chapter 11 entro la metà del 2017 se i prezzi del barile non si manterranno almeno attorno ai 50 dollari. Altri analisti invece ritengono anche questa soglia insufficiente per continuare a pompare. Ad esempio, Fadel Gheit, senior oil e gas analyst presso la Oppenheimer & Co, ha detto alla CNBC che ''la metà degli attuali produttori ha bisogno del barile a 70 dollari per sopravvivere e non ha dunque alcun diritto legittimo a restare in un business in cui le previsioni di prezzo, seppure in ripresa, oscillano tra i 50 e 60 dollari''. In base a un report di Goldman Sachs, sebbene "limitate capacità di magazzinaggio e un eccesso di offerta ancora significativo continueranno ad alimentare la volatilità e l’instabilità dei prezzi nei prossimi mesi", il mercato petrolifero si sta lentamente ribilanciando in parallelo alla diminuzione della produzione non-OPEC e, in particolare modo, di quella statunitense. ''Non importa cosa fa l’OPEC. L’offerta calerà a causa della diminuzione della produzione USA. Quest’ultima non arresterà la sua caduta finché i prezzi non si attesteranno intorno ai 45-50 dollari al barile, e a quel punto si stabilizzerà soltanto'', ha dichiarato Roland Morris, commodities strategist del centro VanEck, al Wall Street Journal. Il 24 maggio scorso, il prezzo del WTI ha raggiunto i 49,04 dollari al barile, superando temporaneamente quello del Brent (a 49,01 dollari) per la prima volta dal settembre 2010. Secondo la U.S. Energy Information Administration, durante questo lasso di tempo, lo spread tra le due qualità di greggio ha incorporato l’eccesso di offerta verificatosi presso il terminale di Cushing, a sua volta dovuto alla rivoluzione del fracking e alle sabbie bituminose canadesi, oltre al trend del dollaro e all’instabilità geopolitica del Nord Africa e del Medio Oriente che avevano influenzato il Brent più del WTI. L’attuale caduta della produzione non convenzionale americana ha notevolmente ristretto tale spread. Secondo Bloomberg, i produttori di oil & gas statunitensi annunceranno perdite per un totale di oltre 15 miliardi di dollari nel solo 2015. Se così fosse, la speranza è che Nouriel Roubini si sbagli quando afferma che la nuova crisi finanziaria globale potrebbe nascere dai fallimenti delle aziende per l’estrazione di petrolio e gas da scisti. L’impressione è che comunque il sogno di indipendenza energetica fondato sulla rivoluzione della tecnica del fracking si stia lentamente spezzando e non solo a causa dei problemi di inquinamento delle acque e dell’aumento dei fenomeni sismici. È alquanto probabile che il prossimo Presidente degli Stati Uniti dovrà attuare la propria strategia politica futura in un contesto energetico nazionale non più favorevole come nell’ultimo decennio.

Nel solo 2015, quaranta imprese statunitensi hanno fatto ricorso alla procedura fallimentare ‘Chapter 11', nonostante i fracker americani fossero riusciti a ridurre al contempo i costi di estrazione del 40 percento e ad aumentare la produttività dei pozzi del 48 percento

Il mercato del petrolio ritroverà più stabilità verso la fine del 2017. La crescita della domanda e il calo della produzione contribuiscono a ridurre l'eccesso di offerta registrato dal 2014.

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La politica monetaria, il dollaro e l'euro

Il cambio euro/dollaro ha aperto il 2016 fissandosi a quota 1,086. Il 23 giugno, l’euro si attestava a 1,142 dollari. In conseguenza dell’esito elettorale sulla Brexit, la moneta comune europea si è immediatamente deprezzata sul biglietto verde sino a scendere sotto quota 1,10 mentre la sterlina inglese ha toccato il minimo dal lontano settembre 1985 a 1,32 dollari. Il cambio euro/dollaro ha quindi chiuso il semestre a 1,11 (1,108 €/$ a fine luglio). In questo arco di tempo, il biglietto verde si è quindi parzialmente deprezzato nei confronti della moneta unica (minimo a 1,1569 €/$ il 3 maggio) malgrado, il 10 marzo, la Banca Centrale Europea avesse tagliato l’intera struttura trilaterale dei tassi di interesse, incrementato il cosiddetto corridoio, e portato l’ammontare del proprio programma di Quantitative Easing da 60 a 80 miliardi di euro. Tenuto conto della relazione inversa che solitamente intercorre tra l’andamento del dollaro ed il prezzo del barile, l’indebolimento del primo potrebbe avere favorito in una certa misura l’incremento del secondo. In precedenza, il 16 dicembre 2015, la Federal Reserve aveva tuttavia deciso di alzare i tassi di interesse di 25 punti base per la prima volta dall’inizio della crisi finanziaria. Quest’ultimi infatti erano fermi allo 0-0,25 percento dal 16 dicembre 2008. In aggiunta alla fine del programma di Quantitative Easing, parecchi analisti ritennero – erroneamente – che questa opzione sarebbe stata la prima di una prolungata serie di aumenti dei tassi da parte della FED che avrebbero dato il via ad una fase caratterizzata da un apprezzamento del dollaro. In effetti, nei giorni successivi la decisione dell’istituto centrale il biglietto verde raggiunse il massimo sulla moneta unica a quota 1,0742 (6 gennaio 2016). Per quale motivo la Federal Reserve ha interrotto l’avvio di una politica monetaria tendenzialmente restrittiva, nonostante le prese di posizione dei Presidenti della FED di Atlanta, Dennis Lockhart, e di San Francisco, John Williams? Di fatto, Janet Yellen, Governatrice della Banca Centrale USA, ha successivamente deciso di non innalzare i tassi, sia nel corso della riunione del Federal Open Market Commette (FOMC) del 16 marzo, sia durante quella del 15 giugno scorso, sebbene le aspettative del mercato fossero per un rialzo dei saggi come dimostrato dal temporaneo apprezzamento del dollaro in febbraio e soprattutto, in maggio. È opportuno notare che durante questi due mesi non si è verificato un corrispondente calo del costo del barile. Il motivo principale che ha portato ad una interruzione del nuovo corso monetario della FED risiede nei dati provenienti dal mercato del lavoro statunitense, i quali non sono stati del tutto confortanti. Ad aprile, sono stati creati soltanto 160.000 nuovi impieghi, molto meno degli oltre 200.000 previsti in media dagli analisti, mentre il Dipartimento del Lavoro ha altresì rivisto al ribasso i nuovi occupati dei mesi precedenti. A dispetto di un tasso di disoccupazione rimasto invariato al 5 percento, il tasso allargato di disoccupazione – che comprende sottoccupati e part-time forzato – è al 9,7 percento, seppur in calo dal 9,8 percento di marzo, mentre il tasso di partecipazione alla forza lavoro è nuovamente diminuito al 62,8 percento (era al 63 percento), ai minimi da circa quarant’anni. Le prime stime relative al mese di maggio invece, indicano solamente 38.000 nuovi posti di lavoro, ai minimi da sei anni e contro attese per 160.000. Non tragga in inganno quindi il calo del tasso di disoccupazione al 4,7 percento, vista la contemporanea ulteriore diminuzione del tasso di partecipazione della forza lavoro al 62,6 percento. In vero, l’eventualità che la Federal Reserve rivedesse il programma di politica monetaria – che prevedeva inizialmente quattro rialzi dei tassi di interesse nel corso del 2016 – era già stato chiaramente esplicitata dal vice presidente del direttorio della Fed, William Dudley, il quale aveva giustificato ciò, facendo riferimento al peggioramento del contesto macroeconomico americano. Di seguito, alcuni dati macroeconomici che sembrerebbero supportare le preoccupazioni di W. Dudley. In base alle stime riportate dal Bureau of Economic Analysis, la seconda lettura del Prodotto Interno Lordo reale statunitense ha segnato una crescita dello 0,8 percento nel I trimestre del 2016, in aumento rispetto allo 0,5 percento precedentemente calcolato. Nel 2015, la crescita complessiva è stata del 2,4 percento, identica al 2014 e prossima alla deludente media del 2,1 percento registrata in tutta la fase post-recessione, dal 2009 ad oggi. Senza dubbio, si tratta di cifre più positive rispetto a quelle verificatesi nell’Euro zona, ma che presentano alcune ombre. Il 13 novembre 2015, lo US Department of Commerce comunicava che il rapporto tra scorte e vendite era ai massimi dal 2009, precisamente 1,38: a fronte di beni in magazzino pari a 1.800 miliardi di dollari, aspetto che già di per sé potrebbe sovrastimare il calcolo del PIL, le vendite fino ad ottobre erano pari a 1.300 miliardi di dollari. La crisi da sovra-produzione si affaccia nuovamente anche negli Stati Uniti? Secondo i dati forniti dallo US Treasury Department, il debito del governo Federale – stimato attorno ai 10,6 trilioni di dollari nel momento in cui Barack Obama assumeva la carica di Presidente – ha ufficialmente toccato i 19 trilioni. Tenendo conto che l’output 2015 è stato di 17,9 trilioni, il rapporto debito pubblico/PIL ha attualmente oltrepassato il 106 percento. In base alle stime del Congressional Budget Office, il record di 8 trilioni di dollari di ulteriore debito continuerà verosimilmente ad aumentare nel prossimo futuro. Nel dopoguerra (1952), 1,3 dollari di debito creavano 1 dollaro di PIL mentre nel 2014 il rapporto era aumentato a 3,5:1. Cioè, gli Stati Uniti creano 3,5 dollari di debito per avere 1 dollaro di prodotto interno lordo addizionale. Il deficit di Partite Corrente USA è ulteriormente incrementato di altri 13 miliardi di dollari nel corso del III trimestre 2015, giungendo ad un totale di 124,1 miliardi di dollari. Da ultimo, non possiamo però escludere che durante il meeting di Shanghai dello scorso febbraio, le principali banche centrali mondiali non abbiano segretamente deciso di evitare un forte apprezzamento del biglietto verde viste le conseguenze negative che ciò avrebbe portato all’economia globale, attenuando di fatto quella guerra delle valute che vedeva la FED come momentanea vincitrice, circostanza che giova anche all’economia della Cina. L’impressione è che il valore del cambio euro/ dollaro si stia allontanando da quella parità ipotizzata come imminente a novembre 2015. Inoltre, per quanto attiene alle prospettive future della politica monetaria statunitense, la stessa J. Yellen ha fatto marcia una parziale indietro rispetto alla sue dichiarazioni del 27 maggio scorso in cui definiva “probabile” una mossa della FED già nei mesi successivi, sostenendo, appena 10 giorni dopo che i tassi di interesse aumenteranno solo gradualmente ed evitando ogni riferimento ad una possibile data. Le politiche monetarie illustrate e gli effetti che potrebbero avere sul dollaro, inducono a ritenere che esse possano svolgere un ruolo tendenzialmente favorevole al mantenimento dei prezzi correnti del barile. Detto ciò, nel medio periodo non si può certamente escludere che gli effetti della Brexit possano assumere, viceversa, un ruolo di controtendenza.

Così come per le politiche monetarie, anche l'insieme di tali considerazioni geopolitiche ci inducono a ritenere che difficilmente, nella seconda metà del 2016, il barile potrà sprofondare nuovamente ai minimi di gennaio

La geopolitica dell'energia tra strategie e trattative

Il 17 aprile scorso, le trattative avviate tra principali produttori petroliferi con l’obiettivo di congelare la produzione sono falliti dopo che Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di giungere ad un accordo in cui non fosse incluso l’Iran. In realtà, Teheran aveva espresso l’intenzione di aumentare la propria produzione fino ai livelli precedenti l’inizio delle sanzioni, equivalente a 4 milioni di barili al giorno, ben prima del meeting, in modo da poter trarre un vantaggio dalla revoca delle medesime in seguito all’accordo sul nucleare. Le ragioni per le quali il prezzo del barile è aumentato anche durante la seconda metà di aprile potrebbero essere le seguenti:

La Federazione Russa, l’Arabia Saudita e l’Iraq, il secondo produttore dell’OPEC, stavano producendo a ritmi molto elevati, sia nel gennaio 2016, sia nel primo trimestre dell’anno in corso. Nel caso in cui si fosse raggiunto un accordo in Qatar, i russi avrebbero dovuto congelare il proprio output a 10,99 milioni di barili al giorno (record dalla fine dell’Unione Sovietica), i sauditi a 9,95 milioni e gli iracheni a 4,46 milioni, uno dei livelli più elevati dall’era post-Saddam Hussein. Gli investimenti finanziari degli hedge fund, la cui esposizione totale delle posizioni speculative all’acquisto, sia sul Brent sia sul WTI, aveva raggiunto i 656 milioni di barili al giorno, circa 7 volte la produzione petrolifera globale giornaliera, hanno fatto sì che le scommesse sui barili di carta favorissero il rialzo del barile reale. Il mantenimento dei tassi di interesse allo 0,25-0,50 percento annunciato dalla Federal Reserve il 27 aprile, in seguito alla debole crescita del prodotto interno lordo registrata dall’economia americana durante il I° trimestre del 2016 (+0,5 percento), in aggiunta al declino della produzione non convenzionale nord Americana, non ha favorito il rafforzamento del dollaro. Al contrario, la domanda cinese – raggiungendo a marzo i 7,7 milioni di barili al giorno, pari al 22 percento in più rispetto allo stesso mese del 2015 – ha trainato i prezzi. La strategia dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati all’interno dell’OPEC – Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti – di schiacciare i prezzi verso il basso e difendere le proprie quote di mercato grazie ai costi di produzione più bassi ha certamente ottenuto dei risultati significativi: i dati inerenti l’output non-OPEC riportati parlano chiaramente. Tale rischiosa strategia ha esplicitamente agito anche contro gli interessi di una parte del Cartello, ma senza riuscire nell’obiettivo principale di indebolire l’Iran. Inoltre, essa ha avuto pesanti ripercussioni sui budget nazionali di tutti i membri dell’OPEC, che hanno accusato le prime cospicue perdite da 18 anni a questa parte, come dimostrato dal deficit di conto corrente di 99,6 miliardi di dollari rispetto al surplus di 238,1 miliardi di dollari nel 2014. Ciò ci induce a ritenere che Riyadh stia raggiungendo solo una parte dei propri obiettivi e non tanto rapidamente quanto pensasse. Da un punto di vista più strettamente militare, non possiamo non osservare che in Siria, i sauditi e i loro alleati – ad eccezione della Turchia – sono gli stessi Stati appartenenti all’OPEC che stanno soccombendo contro l’esercito lealista della Repubblica Araba, la Federazione Russa, l’Iran ed Hezbollah. Prima o poi, la petromonarchia wahabita e l’Iran sciita dovranno scendere a patti? Teheran – che, se effettivamente uscisse vincitrice dal conflitto in Siria, accrescerebbe la propria influenza politica ed economica nell’intero Medio Oriente – non è troppo distante dal raggiungimento dei 4 milioni di barili al giorno. A marzo 2016, le importazioni di greggio statunitensi hanno raggiunto gli 8,042 milioni di barili al giorno rispetto i 7,910 milioni di febbraio e i 7,675 milioni di b/g di gennaio. L’ultima volta che gli Stati Uniti avevano importato più di 8 milioni di barili al giorno era stato nell’agosto 2013. Tenendo conto che, nel 2015, le importazioni USA di greggio erano state di 7,351 milioni di barili (7,344 milioni b/g nel 2014), il rischio concreto è che il trend della domanda sia ascendente e che quindi gli Stati Uniti necessiteranno di maggiori importazioni di greggio dall’estero, nonostante il dato di aprile indichi una diminuzione dell’import a 7,637 milioni di b/g comunque, superiore alla media del 2015. Così come per le politiche monetarie, anche l’insieme di tali considerazioni geopolitiche ci inducono a ritenere che difficilmente, nella seconda metà del 2016, il barile potrà sprofondare nuovamente ai minimi di gennaio, sebbene durante il vertice OPEC del 2 giugno a Vienna, gli Stati membri non siano riusciti a trovare un accordo, né sul congelamento della produzione, né sul ritorno ad un tetto di produzione. Brexit quindi, dollaro e speculazione permettendo.