Prezzo del petrolio, le conseguenze dell'Accordo

Prezzo del petrolio, le conseguenze dell'Accordo

Demostenes Floros | Analista geopolitico ed economico
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La decisione di attestare il nuovo tetto di produzione del petrolio a 32,5 milioni di b/g, dei Paesi Opec, dovrebbe, insieme, all'ipotetico taglio dei paesi non-Opec di 600.000 b/g, aprire a un nuovo scenario: entro la metà del 2017 potremmo assistere a un ribilanciamento del mercato petrolifero

A novembre, così come a ottobre, i prezzi del petrolio hanno evidenziato una certa volatilità. In particolare, il Brent Crude North Sea ha aperto a 47,90 $/b (dollari al barile) e ha chiuso a 51,36 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 46,93 $/b e ha chiuso a 49,36 $/b. Al momento della redazione dell'articolo, i prezzi del petrolio erano in aumento sulla scia dell'accordo raggiunto tra i membri dell'OPEC (esclusi Libia, Nigeria e la sospesa Indonesia). In particolare, il 30 novembre, a Vienna, l'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio ha deciso il primo taglio della produzione petrolifera in 8 anni, un accordo in base al quale il nuovo tetto di produzione dell'Organizzazione si attesterà a 32,5 milioni di barili al giorno, mentre i produttori non OPEC hanno promesso di ridurre drasticamente l’attività di estrazione di 600.000 barili al giorno. L'11 novembre, entrambi i tipi di greggio hanno raggiunto il loro minimo dal 10 agosto – nello specifico, il livello di riferimento europeo è stato scambiato a 44,52 $/b, mentre il riferimento americano ha registrato una quotazione di 43,14 $/b – a causa delle seguenti ragioni:

- Lo scetticismo intorno alla concreta possibilità che l'OPEC avesse raggiunto un accordo, perché alcuni membri – come l'Iraq, che è il secondo produttore con circa 4,6 milioni di barili al giorno – hanno affermato che avrebbe dovuto essere esonerato da un freno alla produzione di greggio come precedentemente deciso dall'Organizzazione solo per l'Iran e la Libia, colpite dalle sanzioni e dalle conseguenze della guerra;
- Secondo l'Oil Market Report, pubblicato dall'Agenzia internazionale per l’energia il 10 novembre, l'offerta mondiale di petrolio è salita raggiungendo i 97,8 milioni di barili al giorno a ottobre. A settembre l'offerta era di 97,2 milioni di barili al giorno;
- Sulla base dei dati forniti da Baker Hughes, le piattaforme petrolifere totali negli Stati Uniti sono aumentate fino a quota 593 il 23 novembre. Erano 557 alla fine di ottobre, ma ben 744 un anno fa;
- Durante la seconda settimana di novembre, le posizioni speculative attive nette degli hedge fund (acquisto di barili di carta), sia sul WTI che sul Brent, sono diminuite di 149 milioni di dollari.

Successivamente, i prezzi al barile sono aumentati perché gli investitori si aspettavano un taglio della produzione dall'OPEC come conseguenza delle voci positive provenienti dagli incontri collaterali del Gas Forum a Doha nel corso dei quali, secondo Reuters, numerosi ministri del petrolio dell'OPEC – incluso il saudita Khalid al-Falih – hanno proposto all'Iran di imporre un tetto alla propria produzione di greggio a 3,92 milioni di barili al giorno. Tre giorni dopo, il Presidente russo, Vladimir Putin, a seguito del summit dell'Asia-Pacific Economic Cooperation a Lima ha dichiarato: ''non sono sicuro al 100% che verrà raggiunto un accordo, ma c'è un'elevata probabilità che ciò accada. Le principali contraddizioni all'interno dell'OPEC possono essere eliminate, se ancora non lo sono state. Per quanto riguarda la Russia, non abbiamo alcuna difficoltà a congelare la produzione''.

Il dollaro si rafforza

A novembre, il dollaro si è apprezzato rispetto all'euro in maniera forte e costante. In particolare, il tasso di cambio €/$ ha aperto a 1,1025 €/$ e ha chiuso a 1,0635 €/$.

 

Il 24 novembre, la banconota verde ha raggiunto il suo massimo nell'arco di quasi 14 anni attestandosi a quota 1,0548 €/$ e guadagnando quasi il 6% dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni dell'8 novembre. Inoltre, il 30 novembre i rendimenti decennali del debito statunitense hanno raggiunto il 2,3809%, il valore più alto dell'anno.

La presidente della FED, Janet Yellen, ha comunicato al Comitato economico congiunto del Congresso che è possibile un aumento dei tassi ''relativamente presto'', perché ''in questa fase, ritengo che l'economia stia facendo ottimi progressi verso gli obiettivi che ci siamo prefissati, e che il giudizio che il comitato [di politica della FED] ha raggiunto a novembre sia ancora pertinente''. Dopo la vittoria di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, la reciproca e consueta correlazione tra il dollaro e il barile non si è verificata: al contrario, si è trattato di una correlazione positiva tra il rafforzamento del dollaro e l'aumento dei prezzi del petrolio.

A novembre il tasso di cambio rublo/$ ha aperto a 62,92 rubli/$ e ha chiuso a 64,33 rubli/$. La valuta russa ha registrato un deprezzamento rispetto a quella americana nella prima metà del mese, raggiungendo il suo minimo il 14 novembre a 66,45 rubli/$ e si è poi apprezzata nella seconda metà di novembre. Per questo motivo, sembra che il rublo sia stato più influenzato dall’andamento dei prezzi del petrolio che dai movimenti del dollaro. Questa situazione potrebbe cambiare se la FED decidesse di inasprire la propria politica monetaria prima della fine dell'anno in corso, dopo che il Bureau of Economic Analysis ha stimato che il PIL reale annuo degli Stati Uniti è salito a 3,2% nel 3° trimestre del 2016, in aggiunta al taglio dei tassi della Banca centrale russa come ha previsto il Governatore, Elvira Nabiullina, per l'inizio del 2017.

Ultimi dati e stime su petrolio e gas

Secondo l'Oil Market Report, la produzione di greggio dell'OPEC è aumentata di 230.000 barili al giorno fino a raggiungere un record di 33,83 mbg a ottobre, cioè quasi 1,3 mbg in più rispetto a un anno fa. Al contempo, la produzione dei paesi non OPEC è scesa di 0,9 mbg, nonostante il fatto che la Federazione Russa ha visto la sua produzione aumentare di 230.000 barili al giorno nel 2016. Inoltre, la produzione russa è aumentata dello 0,1% a ottobre, attestandosi a 11,2 mbg e superando il record del periodo post sovietico per il secondo mese consecutivo.

Si prevede che la crescita della domanda di petrolio aumenterà di 1,2 mbg nel 2016 e anche nel 2017.

In base ai dati pubblicati dall'Energy Information Administration il 14 novembre, a dicembre è prevista una diminuzione di 20.000 barili al giorno della produzione statunitense non convenzionale fino a 4,498 mbg, il minimo storico registrato dall'aprile 2014. La produzione di greggio statunitense, dopo il picco di 9,7 milioni di barili al giorno nell’aprile 2015, è diminuita a 8,699 mbg il 25 novembre. Tuttavia, secondo i dati forniti da Baker Hughes, il numero totale delle piattaforme petrolifere (593) ha continuato a crescere di nuovo grazie al leggero aumento dei prezzi del petrolio: ''dal suo punto più basso, il 27 maggio 2016, i produttori hanno aggiunto 158 piattaforme petrolifere (+50%) negli Stati Uniti'' ha dichiarato Goldman Sachs. Nonostante ciò, ci sono 48 società petrolifere e del gas americane che sono state inadempienti sui propri conti obbligazionari dall'inizio del 2016. Questa situazione ha portato a una produzione aggiuntiva di 235.000 barili al giorno dal 14 ottobre.

Ad agosto, per la terza volta durante l'anno in corso, le importazioni di greggio statunitensi hanno superato 8 milioni di barili al giorno (8,035 mbg). Fino al mese di agosto 2016, le importazioni medie di greggio da parte degli Stati Uniti si sono attestate a 7,869 mbg. Considerando che la media era pari a 7,344 mbg nel 2014 e 7,363 mbg nel 2015, la nostra previsione sul fatto che gli Stati Uniti dovranno probabilmente acquistare più greggio dall’estero nel prossimo futuro continua a guadagnare terreno.

Analogamente, sulla base dei dati del Census Bureau degli Stati Uniti, dobbiamo mettere in luce il fatto che le esportazioni di greggio statunitense sono salite a settembre al loro massimo, a 692.000 barili al giorno (81.000 dei quali esportati in Italia).

La decisione raggiunta dai membri dell'OPEC di tagliare la produzione di 1,2 mbg, in aggiunta al taglio di 600.000 barili al giorno promesso dai produttori non OPEC, apre a un nuovo scenario riguardo alla previsione domanda-offerta, a cui il ribilanciamento del mercato petrolifero potrebbe giungere prima della metà del 2017 come auspicato ad Algeri alla fine di settembre.

Prime considerazioni del dopo Opec

Quali sono le conseguenze geopolitiche dell'accordo riguardante gli stati membri dell'OPEC e i paesi non OPEC?

In primo luogo, sembra che l'Arabia Saudita e i suoi alleati del Golfo, come Qatar ed Emirati Arabi Uniti, siano i grandi sconfitti. La strategia dei sauditi attuata da settembre 2014 per inondare il mercato del petrolio con l'obiettivo di far crollare i prezzi ed espellere i produttori ad alto costo non è stata messa in atto nella sua totalità e soprattutto non con le tempistiche precedentemente previste. Da un lato, è vero che Riyadh ha raggiunto l'obiettivo di espellere dal mercato molti produttori non convenzionali, ma, dall'altro, non è stata in grado di fermare la ripresa della produzione di Teheran dopo la revoca delle sanzioni e ha anche creato seri problemi in termini di deficit del bilancio statale.

Probabilmente, c'è un'altra ragione che può spiegare perché l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio, che ha accettato di tagliare la propria produzione a 10,06 mbg dai 10,54 barili al giorno pompati a ottobre, si è impegnata così tanto per ottenere l'accordo. Riyadh sta perdendo la guerra, sia in Siria che in Yemen, e deve ottenere un compromesso prima che Trump – che sembra volere un processo di pace a Damasco in accordo con i russi – si insedi il 20 gennaio 2017.

In secondo luogo, non c'è alcun dubbio che il netto vincitore sia l'Iran poiché l'OPEC ha dato alla Repubblica Islamica la possibilità di fissare un nuovo livello di produzione a 3,797 mbg. Dopo che il paese ha perso 100 milioni di dollari di introiti dal 2011 a causa delle sanzioni economiche e del crollo delle esportazioni di petrolio, ''ha poi raggiunto 2,44 mbg a fine ottobre, uno dei livelli più alti di sempre'', ha riportato l'agenzia di stampa Mehr citando le parole del Ministro del petrolio iraniano, Bijan Namdar Zanganeh.

Detto questo, l'Iran, che sembra essere anche uno dei vincitori della guerra di terra in Medio Oriente, dovrà aspettare per vedere i primi passi della nuova Amministrazione americana in termini di sanzioni, tenendo conto che il sistema di petrolio e gas ha bisogno di milioni di investimenti esteri per modernizzarsi.

In terzo luogo, l'Iraq ha deciso di sostenere l'accordo petrolifero anche per ragioni geopolitiche. In particolare, grazie alla mediazione degli iraniani e dei russi, Baghdad ha iniziato a rifornire Il Cairo. In precedenza, l'Arabia Saudita aveva smesso di rifornire l'Egitto a causa del recente supporto politico e militare del Generale al-Sisi ad al-Assad.

Con riferimento agli Stati non OPEC, il Ministro dell'energia russo, Alexander Novak, ha dichiarato che la Federazione Russa ''taglierà gradualmente la propria produzione petrolifera di 300.000 barili al giorno nella prima metà del 2017''. Da un punto di vista politico, il raggiungimento di un accordo significa che la volontà di Vladimir Putin espressa nella sua intervista a Bloomberg, il 2 settembre, durante l’Eastern Economic Forum di Vladivostok, si è tradotta in realtà.

Probabilmente, Mosca è la vera vincitrice della partita. Da un lato, l'esercito russo sta per liberare Aleppo dai gruppi terroristici, aumentando così la propria influenza geopolitica non solo in Siria ma anche nell'intera regione. Dall'altro lato, dopo anni di crisi economica dovuta alle sanzioni imposte dai paesi occidentali che ''sono state più efficaci grazie al basso prezzo del petrolio a livello globale'', secondo quanto dichiarato dall'Ambasciatore Dan Fried, Coordinatore delle Politiche sanzionatorie presso il Dipartimento di Stato statunitense, il break-even point della Russia potrebbe riprendere fiato.

Ultima domanda, ma non meno importante: e se l'aumento dei prezzi del petrolio dovesse contribuire a un riavvio regolare della produzione statunitense di tight oil, come sembra sia accaduto nel corso delle ultime settimane? Le innovazioni tecnologiche raggiunte dalle compagnie petrolifere sono sufficienti oppure il sistema ha bisogno di prezzi più elevati? Poiché la FED deciderà probabilmente di aumentare i tassi di interesse, è troppo presto per rispondere a tali domande.

In conclusione, tenendo conto che tutti i produttori di greggio sono direttamente o indirettamente coinvolti in una o più guerre, sembra che il vero punto di svolta sia capire ''fino a che punto verrà implementato questo accordo'', come ha sottolineato Keith Boyfield, Research Fellow presso il Center for Policies Studies.