Il ribasso è finito
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Analizzando i principali fattori macroeconomici e geopolitici, l'oro nero sarà quotato poco al di sopra dei 50 dollari a barile nel corso della prima parte del 2017. Quanto pesano politica monetaria, paesi non-Opec e il rapporto Russia-USA

Con l’intesa raggiunta il 30 novembre scorso dai paesi dell’OPEC sui tagli alla produzione, la fase ribassista del prezzo del greggio sembrerebbe finita. L’accordo, che arriva dopo 8 anni di incomprensioni, nonché di conflitti di più vasta portata che hanno travalicato il perimetro dell’Organizzazione stessa, è senza dubbio alcuno di portata storica.

Cosa è successo il 30 novembre

Il 30 novembre 2016, a Vienna, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio ha deciso di tagliare la produzione – a partire dal 1° gennaio 2017 – per un ammontare pari a 1,2 milioni di barili al giorno (mb/g) rispetto ai livelli di ottobre 2016. Il nuovo tetto produttivo dell’Organizzazione – dal quale bisogna escludere la Libia e la Nigeria per cause riconducibili alle sanzioni e alle conseguenze della guerra, oltre all’Indonesia, momentaneamente sospesa dal gruppo – sarà attorno ai 32,5 mb/g. Nel contempo, 11 produttori non-OPEC hanno promesso di ridurre le loro estrazioni per un totale di 558mila b/g. Più precisamente, la Federazione Russa di 300mila b/g, seguita da Messico (100mila b/g), Oman (40mila b/g), Azerbaijan (35mila b/g), Kazakistan (20mila b/g) e altri (Bahrein, Brunei, Guinea Equatoriale, Malesia, Sudan e Sudan del Sud). Nell’ipotesi in cui questi tagli venissero portati a termine, a metà 2017 si verrebbe a determinare un graduale ribilanciamento tra domanda e offerta con prezzi stabilmente sopra i 50 $/b. Il 31 gennaio 2017, le qualità Brent Crude North Sea e West Texas Intermediate hanno rispettivamente prezzato 55,48 $/b e 53,32 $/b, guadagnando il 15 percento circa da quando i produttori OPEC e non-OPEC si sono impegnati a ridurre le estrazioni.

Ultimi dati e stime sul petrolio

In base ai dati forniti dall’Oil Market Report il 19 gennaio 2017, a dicembre 2016, l’offerta globale di petrolio è diminuita di 0,6 milioni di b/g rispetto al record storico di 98,2 mb/g raggiunto il mese precedente. Tale diminuzione ha coinvolto sia i paesi OPEC sia quelli non-OPEC. La produzione di greggio del Cartello è calata di 320 mila b/g per un totale di 33,09 mb/g. Secondo i dati forniti dall’OPEC Monthly Oil Market Report, il 18 gennaio 2017, nel 2016, l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio ha in media prodotto 32,418 mb/g di greggio, in forte aumento rispetto ai 31,470 mb/g nel 2015. La IEA stima che nel 2016 l’offerta globale di oro nero è aumentata di 0,3 mb/g rispetto all’anno precedente, nella misura in cui le estrazioni record dell’OPEC hanno più che controbilanciato la flessione di 0,9 mb/g dell’output non-OPEC, nonostante tra questi ultimi la produzione della Federazione Russa sia aumentata di 230mila b/g fino a toccare più volte gli 11,2 mb/g, record nell’epoca post-Sovietica. Le previsioni per il 2017, invece, suggeriscono una inversione di tendenza del trend non-OPEC, la cui offerta è data in aumento di 385mila b/g, di cui ben 320mila b/g provenienti dagli Stati Uniti d’America. Conformemente ai dati pubblicati dall’Oil Market Report del 13 dicembre 2016, le scorte totali dei paesi OCSE sono diminuite a novembre 2016 per il quarto mese di fila. Le stime preliminari di inizio dicembre evidenziano un calo, in termini assoluti, di 82 milioni di barili rispetto al record raggiunto in luglio. Ciò nonostante, l’ammontare globale di scorte permane tutt’ora superiore ai 3 miliardi di barili. La domanda mondiale di petrolio si prevede in crescita di 1,5 mb/g nel 2016 e di 1,3 mb/g nel 2017. Nonostante il lieve rallentamento, si tratta di un valore comunque superiore alla media annuale di 1,2 mb/g registrata dall’inizio del 21° secolo. Nello specifico, ancora una volta la Cina farà da traino ai consumi spinti dal 6,7 percento di crescita economica registrato nel 2016. La principale compagnia di Stato – la CNPC – ha stimato per il 2017 una domanda record pari a 11,88 milioni b/g di greggio (+3,4 percento), con importazioni nette in crescita del 5,3 percento a 7,95 milioni b/g. Con ogni probabilità, l’aumento di queste ultime si protrarrà oltre il 2017, visto che il governo cinese prevede che nel 2020 il proprio output – pari a circa 4 milioni b/g – diminuirà del 7 percento rispetto al 2015. Gli analisti di Wood Mackenzie stimano un crollo ancora più marcato, pari a 3,53 milioni b/g nel 2020. Nonostante dal 2005 a inizio 2015, gran parte della produzione incrementale di greggio a livello mondiale sia provenuta dagli Stati Uniti d’America, l’eccesso di offerta che ha caratterizzato il mercato petrolifero negli ultimi due anni è stato pressoché interamente dovuto al mancato rispetto del tetto produttivo da parte dell’OPEC.

La IEA stima che nel 2016 l'offerta globale di oro nero è aumentata di 0,3 mb/g rispetto all'anno precedente, nella misura in cui le estrazioni record dell'OPEC hanno più che controbilanciato la flessione di 0,9 mb/g dell'output non-OPEC, nonostante tra questi ultimi la produzione della Federazione Russa sia aumentata di 230mila b/g fino a toccare più volte gli 11,2 mb/g, record nell'epoca post-Sovietica

Il ruolo della politica monetaria

Il 14 dicembre, la Federal Reserve ha alzato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli ad un range di 0,50-0,75 percento. La governatrice della Banca Centrale americana, Janet Yellen, ha giustificato tale operazione – che gli investitori attendevano da qualche mese e che il mercato aveva già iniziato a scontare visto l’apprezzamento del dollaro sin da ottobre 2016 – affermando che ''il mercato del lavoro sembra andare nello stesso modo in cui andava prima della recessione''. Quali sono state le prime conseguenze?

- L’incremento dei rendimenti.
I rendimenti dello U.S. 10-year Treasury Debt hanno dapprima raggiunto il record annuale di 2,3809 percento proprio in coincidenza dell’accordo OPEC. Dopodiché, hanno continuato a crescere sino a toccare il massimo di 2,5967 percento il 15 dicembre, per poi chiudere l’anno a 2,4443 percento (2,4531 il 31 gennaio 2017).

- Il rafforzamento del dollaro.
A novembre, il biglietto verde ha aperto le quotazioni a 1,1025 €/$, apprezzandosi costantemente per l’intero mese sino a chiudere a 1,0635 €/$ in coincidenza dell’accordo OPEC. Tale trend è proseguito, raggiungendo, il 20 dicembre, il massimo dal 2002 a quota 1,0364 €/$. Nel corso del primo mese del 2017, il dollaro ha nettamente invertito la tendenza, deprezzandosi sino a 1,0755 €/$ il 31 gennaio 2017 sulla scia del discorso inaugurale di Donald Trump, contraddistintosi per un impianto protezionistico in politica economica.

Dall’8 novembre 2016, giorno delle elezioni Presidenziali USA, al 6 gennaio 2017, il dollaro ha guadagnato l’8 percento sull’euro. Le promesse del neo presidente USA in favore di politiche di deficit spending e soprattutto, la riduzione delle tasse a quelle imprese che avrebbero rimpatriato i capitali detenuti all’estero, hanno supportato un trend rialzista. Dopodiché, l’impressione è che nel mercato abbiano prevalso i timori riconducibili al protezionismo, parallelamente alle critiche che la Casa Bianca ha rivolto alla Germania, rea di favorire il proprio export grazie ad un euro sottostimato.

Considerazioni economiche

L’aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve deciso il 14 dicembre potrebbe non implicare l’apertura di un nuovo corso marcatamente rialzista come dimostrerebbe la successiva scelta operata dall’Istituto centrale che, il 1 febbraio, ha mantenuto i saggi invariati. A discapito di quanto affermato dalla Yellen, il mercato del lavoro statunitense presenta delle zone d’ombra alquanto significative, a partire dal fatto che il 95 percento dei posti di lavoro creati nell’era Obama è part time. L’Amministrazione Trump, oltre ad ereditare 43,2 milioni di americani che fanno ricorso ai cosiddetti food stamps (viveri governativi) e di un debito pubblico prossimo ai 20 trilioni di dollari dopo l’incremento di 9 trilioni di dollari durante la precedente presidenza (+86 percento), dovrà valutare con attenzione le conseguenze di un significativo rafforzamento della propria valuta. Secondo l’economista Guido Salerno Aletta, ''L’America cambia strategia economica perché non può più mantenere il ruolo di locomotiva globale crescendo a debito verso l’estero. Nel corso della presidenza Obama, l’esposizione finanziaria netta è peggiorata esponenzialmente, passando dai -2.627 miliardi di dollari del 2009 ai -7.281 miliardi del 2015''. L’impressione quindi è che un apprezzamento del biglietto verde sarebbe ''esiziale''.

Vincitori e vinti

L’accordo OPEC rappresenta una grave sconfitta politica per l’Arabia Saudita e i suoi alleati nel Golfo, a partire dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti, i cui effetti avranno ripercussioni che vanno ben oltre gli equilibri interni all’Organizzazione. La strategia saudita, implementata sin da settembre 2014 e volta ad inondare il mercato petrolifero onde fare crollare i prezzi, aveva come primo obiettivo l’ulteriore indebolimento dell’Iran al tempo ancora alle prese con le sanzioni sul nucleare. Tale opzione, oltre a mettere in difficoltà gli Stati con un alto punto di pareggio fiscale (break-even point) dentro l’Organizzazione – a partire proprio dall’Iran, ma anche Venezuela, Algeria, Nigeria ed Equador – avrebbe portato all’espulsione dal mercato dei produttori ad alto costo. Questo piano non è stato portato a termine – se non in maniera parziale e soprattutto, non nei tempi che Riad aveva inizialmente previsto – per una serie di ragioni, a partire dalla sconfitta militare nella guerra in Siria. Inoltre, i dati precedentemente esposti evidenziano che parecchi produttori non convenzionali sono stati frattanto espulsi dal mercato, ma altri hanno invece avuto la capacità di resistere, riducendo notevolmente i costi di estrazione. Per di più, la Petromonarchia non è riuscita nell’intento di fermare la ripresa dell’output dell’Iran dopo la fine dell’embargo decretato il 14 luglio 2015 e, nel contempo, ha visto esplodere il proprio deficit pubblico a causa del crollo della rendita da esportazione petrolifera. Nonostante i 100 milioni di dollari di entrate, persi dal 2011 a oggi a causa delle sanzioni e del crollo dell’export di greggio, l’Iran esce vincitore dal conflitto militare siriano – e pertanto dallo scontro con l’Arabia Saudita – come dimostra il tetto produttivo poco sotto i 4 milioni b/g stabilito dall’accordo (prossimo a quello del periodo pre sanzionatorio). Ciò detto, nonostante le esportazioni iraniane abbiano nuovamente toccato i 2,44 milioni b/g in ottobre 2016, i dubbi di Trump in merito all’accordo sul nucleare e le prime dichiarazioni di quest’ultimo in favore di Israele, suggerirebbero a Teheran di non cantare vittoria, anche tenuto conto che il proprio settore Oil & Gas necessita di un centinaio circa di milioni di dollari onde essere riammodernatato. Anche l’Iraq esce vincitore dallo scontro con i sauditi: prova ne è la sostituzione delle forniture di Riyadh con quelle di Baghdad nell’approvvigionamento del Cairo, precedentemente interrotte dai sauditi a causa dell’appoggio politico e militare del Generale al Sisi ad al-Assad.

La Federazione Russa

Tra gli Stati produttori di materie prime, la Federazione Russa è il principale vincitore dal momento che l’accordo raggiunto in sede OPEC e non-OPEC è la diretta conseguenza del suo successo in Siria. Dopo anni di crisi economica dovuta alle sanzioni imposte dall’Occidente, le quali ''sono state molto più efficaci a causa del basso prezzo internazionale del petrolio'' – ebbe a dire l’Ambasciatore Dan Fried, coordinatore per la Sanctions Policy presso il Dipartimento di Stato USA, sollevando qualche dubbio in merito ad un’azione in realtà condivisa tra Washington e Riyadh – Mosca può guardare con cauto ottimismo al futuro grazie alla ripresa del barile, al conseguente rafforzamento del rublo – ai massimi da 18 mesi, dopo avere raggiunto i 59,22 rublo/$ il 24 gennaio – nonché ai costanti acquisti di oro da parte della Banca Centrale Russa che ad ottobre 2016 hanno registrato un record dal 1998.

La Pax Petrolifera, il prezzo del barile e l'Italia

Secondo l’economista Giuseppe Masala, ''con l’annuncio, da parte di Trump, della nomina a Segretario di Stato di Rex Tillerson, Ad di Exxon Mobil, dovrebbe essere chiaro che un epoca si è davvero conclusa. Questo dovrebbe riportare i rapporti tra i due stati su un sentiero di fiducia reciproca che potrebbe garantire un grande accordo sia in Medio Oriente che in Ucraina. Molto probabilmente questo accordo sarà ricordato dagli storici – qualora vedrà la luce – come la Pax Petrolifera''. Tenuto conto che un nuovo reset nelle relazioni internazionali tra Stati Uniti d’America e Federazione Russa non sarà affatto semplice, quali sono i principali avvenimenti geopolitici accaduti a dicembre 2016 che spingono nella direzione di un possibile raggiungimento della Pax Petrolifera, oltre alla nomina di Tillerson e all’accordo OPEC & non-OPEC?

- L’entrata nell’azionariato di Rosneft – controllata dallo Stato russo per il 50 percento – da parte del consorzio costituito dalla svizzera Glencore e dal Fondo di Investimento del Qatar (QIF) per un valore equivalente a 10,5 miliardi di euro (19.5 percento del capitale) con la garanzia di un pool di banche (anche russe) capeggiate dall’italiana Intesa Sanpaolo. Attraverso tale operazione, la Russia ottiene che il Qatar passi da nemico militare a partner economico, facendo convergere gli interessi dei due maggiori produttori di gas naturale al mondo.

- Rosneft ha acquistato il 30 percento del capitale di Shorouk, uno dei principali giacimenti dell’offshore egiziano di Zohr, dall’Eni per 1,57 miliardi di dollari. Così facendo, la compagnia guidata da Igor Sechin è entrata nel mercato del gas ma senza ledere, almeno momentaneamente, gli interessi dell’altro colosso energetico russo, la Gazprom con la quale esistevano non poche frizioni. La Federazione Russa è così riuscita nell’intento di ''collocare un altro piede nel Mediterraneo'' come ha affermato Gay Caruso, analista dell’Energy and National Security Program, presso il Center For Strategic and International Studies.

Nel caso in cui la Pax Petrolifera venisse effettivamente raggiunta, essa favorirà una stabilizzazione dei prezzi correnti del barile e, nel contempo, creerebbe le condizioni per un possibile, seppur moderato, aumento. Parallelamente, per l’Italia si spalancherebbero le porte per uno scenario tutt’altro che secondario: di fatto, al nostro Paese si prospetterebbe la possibilità di svolgere il ruolo di pivot non solo nel Mediterraneo, ma anche tra la Casa Bianca e il Cremlino.

I fattori potenzialmente ribassisti

I fattori che potrebbero frenare il #petrolio sono, ritardi dell'#accordoOpec, incremento di output di #Nigeria e #Libia e il #tightoil #USA

I fattori principali che potrebbero frenare i rincari del petrolio, se non invertirne il trend sono: i possibili ritardi o inadempimenti nell’implementazione dell’accordo; il rapido recupero dell’output di Nigeria e Libia escluse dal medesimo; un significativo incremento della produzione USA di tight oil.

L’implementazione dell’accordo. Al momento, i membri dell’Organizzazione stanno rispettando gli obblighi nelle quantità e nei tempi prestabiliti. I sauditi – che dovevano tagliare 486mila b/g, per un output totale di 10,058 milioni di b/g – sono già ''poco sotto 10 milioni'', secondo le parole pronunciate dal ministro Khalid al-Falih, ad Abu Dhabi, durante l’Atlantic Council Global Energy Forum. Anche il principale produttore non-OPEC, la Federazione Russa, ha già ridotto la produzione di 130mila b/g rispetto ai 100mila in programma.

Nigeria e Libia. Difficilmente, Nigeria e Libia riusciranno ad aumentare il proprio output nei mesi a venire per un ammontare tale da influenzare significativamente l’offerta globale. In particolare, l’ex colonia italiana è ben distante dalla quota di 1,6 milioni b/g estratti nell’ultimo periodo dell’era di Muammar Gheddafi. Ciò detto, l’impressione è che la stabilità del Paese – precondizione per un incremento dell’output petrolifero – possa più facilmente arrivare dal consolidamento del potere da parte del Generale Khalifa Haftar appoggiato da Mosca più che dall’attuale governo di Fayez al Sarraj, ufficialmente riconosciuto dall’ONU e fortemente voluto da Obama, ma non necessariamente da Trump nella futura spartizione delle zone di influenza tra Stati Uniti e Russia nel Mediterraneo e in Medio Oriente. Se così fosse, per l’Italia si determinerebbe un problema non secondario visto il sostegno conferito all’attuale governo di Tripoli e la presenza dei terminali dell’Eni nel Mellitah, in Tripolitania.

Il Tight Oil USA. Sia l’EIA che l’OPEC prevedono che la produzione USA di greggio aumenterà nel 2017, attestandosi attorno ai 9 milioni b/g. Dopo avere raggiunto il record di 9,7 milioni b/g ad aprile 2015, essa era calata sino al minimo di 8,4 milioni b/g a luglio 2016. Dopodiché, sulla scia dell’aumento dei prezzi del barile, l’output di greggio USA ha nuovamente invertito la rotta sino a toccare gli 8,9 milioni di b/g nella settimana del 20 gennaio 2017. Ciò è stato possibile grazie alla ripresa del non convenzionale – stimato attorno ai 4,7 milioni b/g a febbraio 2017 – e della rimessa in moto di decine di trivelle giunte ad un totale di 712 – di cui 566 (79,5 percento) petrolifere, 145 di gas (20,4 percento), più 1 mista – secondo i dati forniti da Baker Hughes. Due sono i fattori che potrebbero ostacolare tale trend.

In primo luogo, la necessità di soddisfare l’incremento della domanda implica che i frackers debbano rimettere in moto i pozzi meno produttivi e con un break even cost superiore rispetto a quelli attualmente sfruttati. Ciò comporterà un aumento dei costi che il Wall Street Journal ha già stimato tra il 10/20 percento nel corso dell’inverno presente. Il rischio quindi è che i frackers necessitino di prezzi del barile superiori rispetto a quelli presenti onde accrescere l’output. In secondo luogo, l’attuale calo dei saggi degli energy junk bonds e il contemporaneo aumento dei tassi di interesse da parte della FED sta notevolmente riducendo il gap tra i rispettivi rendimenti – già al di sotto del 4 percento – ponendo nuovi nubi all’orizzonte per parecchie imprese americane operanti del settore dell’Oil & Gas. Nel 2016, il decremento dell’output USA di greggio ha coinciso con un incremento delle importazioni. Più precisamente, a novembre esse hanno superato per la quinta volta nell’anno trascorso gli 8 milioni b/g (8,054 milioni b/g). Se si esclude il mese di marzo, è interessante osservare che gli altri 4 mesi in cui tale situazione si è verificata sono successivi a luglio 2016, mese dopo il quale le estrazioni americane di greggio hanno ripreso a crescere. Ciò detto, la media delle importazioni nei primi 11 mesi del 2016 ammonta a 7,879 milioni b/g, in aumento rispetto ai 7,344 milioni b/g importati nel 2014 e ai 7,363 milioni b/g del 2015. I principali fattori macroeconomici e geopolitici da noi analizzati nel testo suggeriscono una stabilizzazione dei prezzi dell’oro nero poco al di sopra dei $50/b nel corso della prima parte del 2017. La presenza di fattori rialzisti sussiste e pare prevalere rispetto ai fattori ribassisti. Detto ciò, quandanche tali condizioni si verificassero, l’ammontare di tale aumento non sembra al momento sufficiente al fine di determinare una significativa ripresa dell’output da parte dei produttori ad alto costo, a partire dai non convenzionali.