Le grandi manovre
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L'intreccio tra movimenti finanziari internazionali e le posizioni apparentemente inconciliabili tra paesi produttori di petrolio, vedi Arabia Saudita e Iran, rendono sempre più volatile il mercato energetico, anche se all'orizzonte si profilano i primi timidi segnali di ripresa

Nel mese di marzo i prezzi del petrolio sono aumentati: in particolare il Brent ha aperto a 36,62 $/b (dollari al barile) e chiuso a 40,09 $/b, mentre il WTI ha aperto a 33,97 $/b e chiuso a 39,5 $/b. Dall’inizio dell’anno sia il Brent che il WTI hanno raggiunto il loro picco a 41,58 $/b in seguito all’annuncio del vertice di Doha del 17 aprile teso a coordinare e congelare la produzione petrolifera della Federazione Russa e dei principali Stati membri dell’OPEC. All'inizio di aprile, dopo una dichiarazione negativa dei sauditi rispetto alla reale possibilità di raggiungere tale obiettivo, il prezzo del barile ha subito un calo, attestandosi intorno a 37-38 $/b. Nel mese di marzo l’euro si è rafforzato rispetto al dollaro, con un apprezzamento da 1,08 €/$ a 1,14 €/$.

Il ruolo delle banche centrali e la debolezza del dollaro

Il 10 marzo la Banca Centrale Europea ha annunciato una serie di misure monetarie espansive volte ad affrontare il rischio di deflazione e di debole crescita economica nell’Eurozona, tagliando la struttura trilaterale dei propri tassi di interesse e aumentando il cosiddetto corridoio. Il tasso per le operazioni di rifinanziamento principale, ossia il tasso centrale applicato dalla BCE per prestare denaro tramite operazioni sul mercato o aste, è passato dallo 0,05% allo 0%. Il tasso di deposito overnight, ossia il tasso (limite inferiore) applicato dalla banca centrale per pagare i depositi overnight detenuti dalle banche presso la BCE, è diminuito da -0,30% a -0,40% (una banca versa una sorta di commissione per poter prestare denaro). Il tasso di rifinanziamento marginale, vale a dire il tasso (limite superiore) che le banche devono versare alla BCE per prendere in prestito liquidità overnight, è stato ridotto dallo 0,30% al 0.25%. Inoltre, la BCE ha deciso di aumentare l’importo del suo programma di quantitative easing da 60 a 80 miliardi di euro a partire da aprile 2016 e fino a marzo 2017, prevedendo anche possibilità di acquistare obbligazioni societarie in aggiunta ai titoli di Stato. Anche se tali opzioni monetarie avrebbero potuto supporre un forte deprezzamento dell’euro, quindi un apprezzamento del dollaro e pertanto un calo dei prezzi petroliferi, il barile ha continuato ad essere scambiato intorno ai 40 $/b. Il motivo principale è probabilmente attribuibile alla decisione del 16 marzo di Janet Yellen, governatore della Federal Reserve, di non aumentare i tassi di interesse. Allo stesso tempo non è chiaro se nel corso del vertice di Shanghai dello scorso febbraio le principali banche centrali mondiali abbiano segretamente deciso di evitare un forte apprezzamento della banconota verde e le sue conseguenze negative per l’economia globale, o se ci troviamo ancora nel bel mezzo di una guerra valutaria nella quale i vincitori sembrano essere la FED e la Cina. L'unica cosa certa è che il tasso di cambio euro/dollaro si è allontanato dalla parità, il che potrebbe potenzialmente sostenere i prezzi petroliferi nel prossimo futuro. La nuova impennata dei prezzi del greggio ha aiutato il rublo russo a diventare la valuta dei mercati emergenti che ha registrato la migliore performance dell’anno. Dal suo minimo storico di 85,6 rispetto al dollaro e 93 rispetto all’euro toccato il 21 gennaio, il rublo ha guadagnato più del 20% sulle principali valute, con quotazioni pari a 76 €/rublo e 67 rubli/$ alla fine di marzo, a dispetto della decisione della banca centrale russa di non aumentare i propri tassi di interesse, mantenuti all’11%. La banca centrale inoltre ha aumentato le proprie riserve raggiungendo $ 386,8 miliardi ed è stata la banca centrale che, con 356.000 once, ha acquistato più oro nel mese di febbraio.

Ultimi dati e stime su petrolio e gas

Secondo l’Oil Market Report, nel mese di febbraio l’offerta globale di petrolio ha subito un rallentamento di 180 mila barili al giorno, attestandosi a 96,5 milioni di barili al giorno (mbg), dovuto alla minore produzione OPEC (-90 mila barili al giorno, 32,61 mbg la produzione totale) e non OPEC, mentre la domanda mondiale ha raggiunto 95,2 mbg nel quarto trimestre del 2015. Ciò significa che il surplus di 1,5-2 mbg sul mercato petrolifero persiste. Rispetto all’anno precedente, la produzione e la domanda si attestano in aumento rispettivamente di 1,8 e 1,1 mbg. Per quanto riguarda le stime per il 2016, si prevede un calo della produzione non OPEC pari a 750.000 barili al giorno, che quindi si attesterebbe a 57,0 mbg, 150 mila barili al giorno in più rispetto al report del mese scorso; la domanda è prevista in aumento di 1,2 mbg. Per questo motivo nella seconda metà del 2016 il divario tra la domanda e l’offerta dovrebbe restringersi a 0,2 mbg sia nel terzo che nel quarto trimestre del 2016. Secondo l’Energy Information Administration in aprile è previsto un decremento della produzione statunitense di tight oil di 106 mila barili al giorno, il calo più elevato dopo quello del gennaio 2015. L’attuale produzione petrolifera statunitense totale, leggermente superiore a 9 mbg, è la più bassa registrata negli ultimi 16 mesi (-3,6 rispetto a febbraio 2016), dato confermato anche dall’American Petroleum Institute. Stando alle previsioni, la produzione petrolifera degli Stati Uniti subirà un calo di 760 mila barili al giorno nel 2016 e 480 mila barili al giorno nel 2017. Solo un mese fa, l’EIA prevedeva un calo, rispettivamente, di 740 mila e 230 mila barili al giorno. Secondo Baker Hughes per la prima volta dal 2009 il numero di piattaforme statunitensi attive è sceso sotto 400 (386). Inoltre, considerando che il prezzo del gas ha raggiunto picco minimo degli ultimi 17 anni, il numero di impianti di estrazione di gas statunitensi attivi è sceso a 97, il più basso dal 1987. Aveva ragione Charles Kennedy quando si chiedeva se ci stessimo avvicinando alla fine della rivoluzione del gas di scisto oppure dovremmo prestare attenzione alle parole di John Hart, chief financial officer di Continental Resources, che ha affermato che la ripresa petrolifera a 40 $/b rovescerà le sorti di questo settore sofferente, consentendogli di rilanciare del 10% la produzione nel prossimo anno? Secondo il rapporto del Goldman Sachs Group, anche se “i limiti di stoccaggio e una sovrapproduzione ancora considerevole nei prossimi mesi continueranno a mantenere i prezzi in un intervallo trendless e volatile”, il mercato del greggio potrebbe iniziare a riequilibrarsi grazie al potenziale taglio del surplus globale causato dal calo della produzione statunitense e dall’interruzione della produzione dei paesi non OPEC.

Valutazioni politiche ed economiche

Quali considerazioni geopolitiche dovremmo evidenziare per quanto riguarda il vertice di Doha? In primo luogo, sebbene la tendenza del mercato petrolifero e la situazione militare in Siria siano due questioni differenti con eventi orizzontali diversi, non possiamo mantenerle completamente separate. Si tratta, al contrario, di questioni che vanno nella stessa direzione: in effetti siamo in presenza di una specie di “convergenza parallela”. In Siria, i sauditi e i loro alleati militari che - ad eccezione della Turchia - sono gli stessi paesi appartenenti all’OPEC, stanno perdendo la guerra contro l’esercito fedele a Bashar al-Assad, la Federazione Russa, l’Iran ed Hezbollah. Per quanto riguarda la strategia voluta dal regno saudita di mantenere bassi i prezzi grazie ai propri costi inferiori di produzione, allo scopo di far cadere i produttori ad alto costo e difendere la propria quota di mercato, Riyadh sta raggiungendo solo una parte dei suoi obiettivi e non tanto rapidamente quanto pensasse. Allo stesso tempo, le relazioni politiche tra gli Stati Uniti d’America e l’Arabia Saudita sono ai minimi. Per questi motivi la petromonarchia, che attualmente si trova in una posizione di debolezza, prima o poi dovrà venire a patti. L’Iran, che sta vincendo la guerra in Siria, aumenterà probabilmente la propria influenza politica ed economica in Medio Oriente e afferma che congelerà la produzione petrolifera solo quando questa raggiungerà 4 mbg. Ciò significa che l’Iran intende aumentare, e non mantenere invariata, la produzione, che attualmente è di circa 3,1 mbg. “Ho già annunciato la mia opinione in merito al congelamento petrolifero e adesso dico che fino a quando non raggiungeremo una produzione di quattro milioni di barili al giorno, devono lasciarci stare”, ha affermato il ministro iraniano del Petrolio, Bijan Namdar Zanganeh. “Quando avremo raggiunto questo livello di produzione potremo collaborare con loro”, ha aggiunto, suggerendo l’accordo tra i due principali produttori di greggio del mondo, la Russia e l’Arabia Saudita, per il congelamento della produzione. Allo stesso tempo, l’Iran non è in grado di aumentare la produzione petrolifera senza investimenti stranieri, il che richiede prezzi elevati e stabili. “L’Iran non sarà in grado di aumentare seriamente la produzione senza consistenti investimenti stranieri. Inoltre la domanda interna iraniana è molto elevata, trattandosi di un paese densamente popolato. Comunque possono aggiungere 300.000-400.000 barili sul mercato, che è un quantitativo marginale e più che altro una speculazione”, secondo il vicepresidente di Lukoil Leonid Fedun. Per questi motivi, il vertice di Doha dovrebbe rappresentare il primo tentativo di riconciliazione, sia per Riyadh che per Teheran, come osservato da Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia-NE. La Federazione Russa, vincitrice militare e diplomatica del conflitto siriano e anche in Medio Oriente, nonostante il rafforzamento del rublo dovrà affrontare numerose sfide, come affermato nel nostro report precedente. È abbastanza improbabile che Mosca possa superarle senza l’aiuto di prezzi delle materie prime più elevati. Da questo punto di vista la “stampella diplomatica” offerta dal Cremlino alla Casa Bianca in Siria, coinvolgendo Washington nel cessate il fuoco, è una mossa intelligente. Tuttavia sorge una questione: il basso prezzo del petrolio a livello globale ha reso le sanzioni degli Stati Uniti contro la Russia più efficaci, secondo l’ambasciatore Dan Fried, coordinatore delle politiche sanzionatorie presso il Dipartimento di Stato statunitense. Erano state imposte nell’estate 2014: ma da allora gli Stati Uniti hanno raggiunto il proprio obiettivo, sia sul mercato petrolifero che in politica estera?