Interrogativo quotazioni
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I timori legati alla Brexit e il rallentamento generale dei livelli di crescita economica globale hanno influito negativamente sull'andamento dei prezzi del petrolio tra luglio e agosto, mentre sul fronte geopolitico si osserva un nuovo riavvicinamento tra Ankara e Mosca e il rilancio del progetto Turkish Steam

Nel mese di luglio i prezzi petroliferi hanno registrato un considerevole calo attestandosi intorno a 6,5 $/b (dollari al barile). In particolare, il North Sea Brent Crude ha aperto a 49,71 $/b e ha chiuso a 43,32 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha aperto a 48,31 $/b e ha chiuso a 42,14 $/b. Entrambe le qualità hanno toccato i valori massimi il 4 luglio, rispettivamente a 50,04 $/b e 48,68 $/b. Successivamente i prezzi sono stati in costante calo. Questa tendenza al ribasso si è protratta anche nella prima settimana di agosto, quando il prezzo del greggio statunitense è sceso sotto il livello psicologico dei 40 $/b. Per la precisione, il 2 agosto il WTI ha toccato 39,86 $/b, il minimo storico registrato dal 20 aprile. Nel momento in cui scriviamo (il 5 agosto), il livello di riferimento europeo è scambiato a 44,42 $/b, mentre la controparte americana intorno a 41,96 $/b.

Quali sono le cause di questo calo in atto?

Le cause per il trend negativo del prezzo del #petrolio? Non solo #Brexit, ma scorte #USA e speculazioni su #energia

Prima di tutto i timori legati alla Brexit. Proprio così, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea è riuscita a rallentare la fragile ripresa dell’economia globale. Dal 24 giugno, la data del referendum che ha sancito la vittoria del “Leave” sul “Remain”, la divisa britannica si è deprezzata rispetto alla banconota verde del 13%. In particolare, il tasso di cambio dollaro/sterlina è passato da 1,48 dollari per una sterlina a 1,29 (il 7 e l’11 luglio), il minimo storico registrato dal 1985. Il 4 agosto la Bank of England (BoE) ha ridotto il tasso base ufficiale da 0,5% a 0,25%; oltre a rappresentare un minimo storico, questo è il primo taglio dal 2009, quando ebbe inizio la crisi finanziaria globale. La banca centrale ha inoltre portato avanti il suo programma di quantitative easing. Il secondo fattore è l’andamento delle scorte statunitensi. Secondo la Energy Information Administration (EIA), l’ente statunitense che raccoglie informazioni sul tema dell’energia, le riserve di greggio sono diminuite di 2,546 milioni di barili nella prima settimana di luglio e di 2,342 milioni nella seconda (gli analisti prevedono un calo di 1,7 milioni di barili), toccando quota 519,5 milioni di barili, comunque in rialzo rispetto ai 463,9 milioni di barili raggiunti un anno fa. Questa situazione è stata in parte controbilanciata da un sorprendente aumento delle scorte di benzina durante la stagione di picco della domanda di carburante per motori americano. Nelle stesse settimane le scorte di benzina sono infatti aumentate rispettivamente di 1,213 milioni di barili (il mercato prevedeva un calo di 100 mila barili) e 911 mila barili, attestandosi a 241 milioni di barili, il valore massimo raggiunto da più di due decenni in questo periodo dell’anno. Le scorte combinate di petrolio e prodotti raffinati totali ha raggiunto il record di 2,08 miliardi di barili. “Il mercato è tecnicamente debole, le scorte sono ancora elevate per l’estate, la stagione della manutenzione non è lontana e come se non bastasse abbiamo barili galleggianti in mare”, ha affermato Pete Donovan, mentre l’economista senior per il settore dell’energia di ABN AMRO, Hans van Cleef, ha avvertito che il Brent potrebbe scendere a 42-43 $/b e “a breve termine c’è ancora un certo rischio di ribasso”. Al contrario, alla fine di luglio, mentre le scorte di benzina diminuivano di 3,3 milioni di barili, per la prima volta da metà maggio le scorte di greggio aumentavano di 1,7 milioni di barili al terminale di Cushing. La terza causa è il ruolo della finanza e della speculazione. Nei primi sei mesi di quest’anno, gli investimenti finanziari degli hedge fund hanno sostenuto la tendenza rialzista del barile (acquisto). In aprile, quando i prezzi del petrolio aumentarono considerevolmente del 20% circa, l’importo totale delle posizioni speculative attive nette, sia sul Brent che sul WTI, avevano toccato i massimi storici. La somma di future e opzioni si aggirava intorno a 656 milioni di barili, di 7 volte superiore rispetto alla produzione petrolifera globale giornaliera. Adesso gli stessi hedge fund stanno scommettendo sul ribasso. A metà luglio, l’importo totale delle posizioni speculative attive nette degli operatori finanziari (hedge fund e gestori patrimoniali) sul Brent e sul WTI ammontavano a circa 453 milioni di barili, 213 milioni in meno rispetto al picco raggiunto in aprile. Sul Nymex, le posizioni speculative passive nette sul WTI (vendita) sono aumentate da 53 milioni di barili a 141 milioni di barili dal mese di maggio alla fine di giugno. Durante la seconda metà di luglio il tasso di cambio euro/dollaro è passato da 1,11 €/$ a 1,09 €/$, sostenendo in parte il crollo del barile. Sembra che il mercato si sia concentrato più sull’eccesso di offerta e sulla fine delle interruzioni della fornitura in Canada e in Nigeria piuttosto che sulle aspettative di crescita della domanda petrolifera globale e sul calo della produzione non convenzionale statunitense. Questa situazione ritarderà probabilmente il tanto atteso ribilanciamento del mercato.

Il mercato è tecnicamente debole, le scorte sono ancora elevate per l'estate, la stagione della manutenzione non è lontana e come se non bastasse abbiamo barili galleggianti in mare

Ultimi dati e stime su petrolio e gas

Dopo il considerevole calo della produzione nel mese di maggio, il primo dall’inizio del 2013, secondo i dati forniti dall’Oil Market Report il 13 luglio, l’approvvigionamento globale di petrolio è aumentato di 0,6 mbg (milioni di barili al giorno) a giugno, attestandosi a 96 mbg. Rispetto allo stesso periodo del 2015, l’approvvigionamento mondiale è diminuito di 750 mila barili al giorno, perché la maggiore produzione OPEC è riuscita a compensare solo parzialmente i cali registrati dalla produzione non OPEC. In particolare, la produzione di greggio dell’OPEC (Gabon compreso) è aumentata di 400 mila barili al giorno – 510 mila in più rispetto a un anno fa – toccando il record degli ultimi 8 anni a 33,21 mbg, mentre l’Arabia Saudita ha raggiunto 10,45 mbg. In base ai dati pubblicati dall’Energy Information Administration il 18 luglio, nel mese di agosto è prevista una diminuzione di 99 mila barili al giorno della produzione statunitense di tight oil. Se analizziamo più nel dettaglio l’offerta globale, il crollo della produzione non OPEC riguarda ancora la produzione statunitense di greggio che, dopo il picco di 9,7 mbg ad aprile 2015, è scesa a 8,460 mbg nella quarta settimana di luglio. Nel maggio 2016, le importazioni di greggio da parte degli Stati Uniti hanno raggiunto 7,946 mbg, in leggero aumento rispetto ai 7,637 mbg nel mese di aprile. Questo dato era pari a 8,042 mbg a marzo, 7,910 mbg a febbraio e 7,675 mbg a gennaio. L’ultima volta che le importazioni statunitensi di greggio hanno superato quota 8,0 mbg è stata nell’agosto 2013. Considerando che in media le importazioni statunitensi di greggio ammontavano a 7,351 mbg nel 2015 (7,344 mbg nel 2014), sembra che la tendenza delle importazioni petrolifere degli Stati Uniti sia al rialzo e che il Paese dovrà probabilmente acquistare più greggio dall’estero. Allo stesso tempo, secondo lo Us Census Bureau, nel mese di maggio gli Stati Uniti hanno esportato 662 mila barili al giorno, un record storico dal 1920. L’Oil Market Report, inoltre, prevedeva che la produzione non OPEC continuerà a scendere di 0,9 mbg nel 2016, per un totale di 56,5 mbg. Nel secondo trimestre del 2016 la domanda petrolifera è aumentata di 1,4 mbg su base annuale, e si prevede una crescita di 1,3 mbg nel 2017. In conclusione, nonostante il ribilanciamento del mercato petrolifero sia ancora in corso, la persistenza di altissime scorte petrolifere è una controtendenza da tenere in considerazione nella valutazione della stabilità del prezzo del barile.

La situazione della geopolitica energetica

Secondo il rapporto BP Statistical Review 2016, la Federazione Russa è il primo fornitore europeo (Unione Europea a 28 + Turchia + Svizzera) sia di petrolio che di gas naturale, che garantisce l’approvvigionamento rispettivamente del 37% e del 35% dei consumi europei. Secondo l’amministratore delegato di Gazprom, Alexey Miller, le stime riguardanti la prima metà del 2016 mostravano un aumento delle esportazioni di gas naturale russo in Europa – pari al 15% circa – rispetto allo stesso periodo del 2015 (+10,2 Gmc3). Inoltre, in base alla previsione di consenso, alla luce del calo della produzione interna e del contestuale aumento dei consumi, l’Europa dovrà importare altri 113 Gmc3 di gas nel 2025 e 150 Gmc3 nel 2035.

Di seguito è illustrato il mix di gas naturale dell’Unione Europea nel 2015:

-Produzione interna 30% (in calo);
-Federazione russa 29% (la percentuale è superiore al 31% se si considera l’Europa);
-Norvegia 25%;
-Qatar e altri GNL 10%;
-Algeria e Libia 6%.

Il mix di gas naturale dell’Italia nel 2015:

-Petrolio 39%;
-Gas naturale 36%;
-Rinnovabili 10%;
-Carbone 8%;
-Energia idroelettrica 7%.

Il mix di gas naturale dell’Italia nel 2015. (Consumi totali 67,5 Gmc3, +9,1% rispetto al 2014, calcolato a 38,1 MJ/mc):

-Produzione interna 10% (stabile);
-Federazione Russa 44,5% (nella prima metà del 2016 in aumento del 5,35);
-Norvegia e Olanda 15,75%;
-Algeria, 10,5%;
-Libia, 10,5%;
-Qatar e altri GNL 9%.

Alla luce della cancellazione di South Stream e del congelamento di Turkish Stream – due progetti infrastrutturali nell’interesse dell’Europa meridionale e dei Balcani – i russi hanno proposto di raddoppiare il gasdotto Nord Stream I, la cui realizzazione renderà la Germania il principale hub del gas europeo. Il 27 giugno, il presidente turco R.T. Erdogan ha inviato una lettera di scuse al presidente della Federazione Russa Putin in cui gli esprimeva le condoglianze per la morte del pilota russo, oltre a sottolineare che la Federazione Russa è uno “Stato amico e un partner strategico della Turchia”. La missiva ha fatto da preludio al buon esito del vertice del 9 agosto scorso tra i due leader che si è svolto a S.Pietroburgo e durante il quale, come dichiarato nel corso della conferenza stampa finale, la Turchia si è detta “pronta a fornire gas russo all'Europa rilanciando il progetto per la realizzazione del gasdotto Turkish Stream, decisione salutata da Putin come positiva. A margine dell'incontro tra Putin ed Erdogan il ministro dell'Energia russo Aleksandr Novak ha dichiarato che i lavori per il primo tratto del gasdotto Turkish Stream saranno terminati nella seconda metà del 2019. Novak ha inoltre affermato che sono già iniziati i colloqui tra Gazprom e la parte turca per il gasdotto. "Senza le garanzie europee, si può trattare solo la prima parte del metanodotto", ha precisato il ministro.