Il gioco della domanda e dell'offerta

Il gioco della domanda e dell'offerta

Demostenes Floros | Analista geopolitico ed economico
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L'incremento dei prezzi del petrolio di aprile, il più alto incremento in un anno, è frutto anche della di munizione della disponibilità su base annua, che nel 2016 sarà inferiore a 700 mila barili al giorno. Tutto questo nonostante il fallimento dei negoziati a Doha

Nel mese di aprile i prezzi petroliferi hanno registrato un considerevole aumento intorno al 20%. In particolare il Brent ha aperto a 38,69 dollari al barile e chiuso a 47,32 dollari al barile (picco mensile, 48,50 dollari al baril), mentre il WTI ha aperto a 38,14 dollari al baril e chiuso a 46,06 dollari al baril (massimo, 46,78 dollari). Aprile è stato il mese caratterizzato dal più alto incremento in un anno; rispetto all’inizio del 2016, l’impennata dei prezzi si è conclusa all’80%. Questa tendenza rialzista ha caratterizzato costantemente l’intero mese, sia prima del vertice di Doha del 17 aprile che dopo il fallimento del summit dei produttori di petrolio tenutosi nella capitale del Qatar. Allo stesso tempo, il tasso di cambio euro/dollaro ha chiuso il mese intorno a 1,14 euro al dollaro, lo stesso prezzo quotato all’inizio di aprile. La temporanea ripresa a 1,12 euro al dollaro della banconota verde rispetto alla moneta europea si è dissolta a causa della previsione di mantenimento dei tassi di interesse allo 0,25-0,50% annunciato dalla Federal Reserve il 27 aprile, in seguito alla debole crescita del prodotto interno lordo registrata dall’economia americana nel corso del primo trimestre del 2016 (+0,5%). All’aumento dei prezzi petroliferi è conseguito un apprezzamento del rublo, sia rispetto all’euro, da 77,5 rubli all’euro a 73,2 rubli all’euro, che rispetto al dollaro, da 67,8 rubli al dollaro a 64,2 rubli al dollaro. Il greggio Brent, utilizzato come base per definire il prezzo della principale miscela di Ural da esportazione del Paese, ha guadagnato il 22%, mentre il rublo russo si è rafforzato solo del 5% rispetto al dollaro.

Ultimi dati e stime su petrolio e gas

Secondo i dati forniti dall’International Energy Agency nel suo Oil Market Report del 14 aprile, nel mese di marzo l’offerta globale di petrolio era in calo di 0,3 milioni di barili al giorno, attestandosi a 96,1 milioni di barili al giorno, con guadagni annui in contrazione che raggiungono 0,2 milioni di barili al giorno. La produzione di greggio dell’Opec a marzo è diminuita di 90 mila barili al giorno, attestandosi a 32,47 milioni di barili al giorno. Nello stesso mese l’offerta dall’Arabia Saudita, benché in calo, è rimasta prossima a 10,2 milioni di barili al giorno. L’eccesso di scorte nei Paesi dell’OCSE ha raggiunto 387 milioni di barili nel mese di febbraio. In base ai dati pubblicati l’11 aprile dall’Energy Information Administration, nel mese di maggio è prevista una diminuzione di 114 mila barili al giorno della produzione statunitense di tight oil. L’attuale produzione petrolifera statunitense totale si attesta a 8,94 milioni di barili al giorno, in calo rispetto al picco di 9,7 milioni di barili al giorno di aprile 2015. La produzione media di greggio degli Stati Uniti nel 2015 era stimata a 9,4 milioni di barili al giorno. Stando alle previsioni, la produzione in media sarà pari a 8,6 milioni di barili al giorno nel 2016 e 8,0 milioni di barili al giorno nel 2017. Si stima che la produzione petrolifera statunitense raggiunga 7,9 milioni di barili al giorno nel 3° trimestre del 2017, in calo di 1,8 milioni di barili al giorno rispetto al picco (il più alto dal 1971). Stando ai dati di Baker Hughes, il numero di piattaforme statunitensi attive è sceso a 332, meno di un quarto del record raggiunto nel 2014. La domanda mondiale di petrolio è aumentata da 93,58 milioni di barili al giorno nel 1° trimestre del 2015 a 95,48 milioni di barili al giorno nel 1° trimestre del 2016. Tale incremento si assesterà intorno a 1,2 milioni di barili al giorno nel 2016, al di sotto degli 1,8 milioni di barili al giorno del 2015.In conclusione, il mercato petrolifero è caratterizzato da una continua crescita della domanda e da un calo dell’offerta da parte dei Paesi non OPEC (ad eccezione della Federazione Russa). La contrazione dell’offerta su base annua è stata stimata a 690 mila barili al giorno nel mese di marzo e si prevede che sarà inferiore a 700 mila barili al giorno nel 2016. In uno scenario prudente, il surplus sul mercato petrolifero diminuirà da 1,5 milioni di barili al giorno nella prima metà del 2016 a 0,2 milioni di barili al giorno nella seconda metà dell’anno.

Il vertice di Doha

Il 17 aprile i negoziati avviati dai principali produttori petroliferi per il congelamento della produzione sono falliti dopo che Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti si sono rifiutati di raggiungere un accordo in cui non fosse incluso l’Iran. In realtà, già prima dell’incontro Tehran aveva espresso la propria intenzione di aumentare la propria produzione fino ai livelli precedenti alle sanzioni, pari a 4 milioni di barili al giorno, per poter trarre vantaggio dalla revoca delle sanzioni economiche seguita all’accordo sul nucleare raggiunto con sei potenze mondiali. Per questo motivo l’Iran non ha inviato ai negoziati il proprio Ministro dell’Energia, Bijan Namdar Zanganeh. Nonostante tale esito negativo, il prezzo del barile è aumentato anche nella seconda metà di aprile. Come si spiega questa tendenza? Perché non era stata prevista nel report pubblicato dalla banca statunitense Goldman Sachs? Un’ipotesi potrebbe essere che molti produttori di petrolio - in particolare la Federazione Russa, ma anche l’Arabia Saudita - stavano ancora producendo a ritmo massimo sia nel gennaio 2016 che nel primo trimestre dell’anno in corso. Inoltre, il secondo produttore dell’Opec, l’Iraq, ha aumentato la propria produzione di greggio fino a raggiungere i livelli più elevati dall’era post-Saddam Hussein, da 4,46 milioni di barili al giornoa gennaio a 4,55 milioni di barili al giorno a febbraio. Analizzando in modo approfondito i dati del primo mese di quest’anno, se i produttori petroliferi avessero raggiunto un accordo in Qatar, la Federazione Russa avrebbe dovuto congelare la propria produzione a 10,99 milioni di barili al giorno, che rappresenta il massimo storico dal crollo dell’Unione Sovietica. Allo stesso tempo, l’Arabia Saudita avrebbe dovuto stabilizzare la propria produzione a 9,95 milioni di barili al giorno. Altro motivo potrebbero essere gli investimenti finanziari in aumento degli hedge fund (acquisto). In realtà, l’importo totale delle posizioni speculative attive nette, sia sul Brent che sul WTI, hanno raggiunto i massimi storici. La somma di future e opzioni si aggira intorno a 656 milioni di barili al giorno, di 7 volte superiore rispetto alla produzione petrolifera globale giornaliera. A causare l’aumento del prezzo del barile potrebbe essere stata anche la debolezza del dollaro, che è inversamente proporzionale alle materie prime, oppure l’aumento della domanda dalla Cina, che è un altro fattore che stimola l’aumento dei prezzi. Nel mese di marzo le importazioni di greggio del Paese sono aumentate del 22% su base annua, raggiungendo 7,7 milioni di barili al giorno.. Da ultimo, ma certamente non per importanza, alcuni analisti hanno sottolineato che il calo della produzione statunitense potrebbe mettere un freno al surplus sul mercato globale. "Non importa cosa fa l’Opec. L’offerta è destinata a scendere a causa di un calo della produzione statunitense, che non si arresterà finché i prezzi non raggiungeranno circa $45 o $50, e a quel punto si limiterà a stabilizzarsi" ha dichiarato al Wall Street Journal Roland Morris, responsabile delle strategie nel settore commodity presso VanEck, che gestisce un patrimonio da $24,7 miliardi.

Valutazioni geopolitiche

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, "i negoziati del fine settimana sono una dimostrazione del fatto che il governo saudita, come ha affermato chiaramente il suo vice principe ereditario, non vuole cedere quote di mercato", ha dichiarato a Bloomberg Ed Morse, responsabile della ricerca globale sulle commodity di Citigroup. Sembra che la strategia di Riyadh di mantenere bassi i prezzi grazie ai suoi costi di produzione ridotti allo scopo di far cadere i produttori ad alto costo e difendere la sua quota di mercato, si stia dimostrando vincente più sui produttori di tight oil piuttosto che sulla produzione iraniana che, al contrario, è in leggera crescita. D’altro canto, i sauditi devono tenere conto delle conseguenze politiche della loro imminente sconfitta militare in Siria, oltre al fatto che i loro rapporti politici con gli Stati Uniti sono attualmente ai minimi. L’Iran si trova nella situazione opposta. Benché sembri che stia vincendo la guerra in Siria, come abbiamo rilevato nel nostro report precedente il Paese non è in grado di aumentare la produzione petrolifera senza investimenti esteri, che richiedono prezzi alti e stabili. Inoltre, Teheran deve tenere in considerazione che in seguito all’accordo sul nucleare con gli Stati Uniti i rapporti politici tra la Casa Bianca e Israele sono in cattivo stato e lo stato ebraico ha affermato di non voler abbandonare le alture del Golan. Come riferito da AP, dopo aver perso 390 miliardi di dollari di ricavi a causa della debolezza del greggio nel 2015, quest’anno i Paesi mediorientali esportatori di petrolio potrebbero perdere tra $490 e $540 miliardi rispetto al 2014. I Paesi fortemente dipendenti dal greggio come l’Arabia Saudita registreranno i maggiori deficit di bilancio. Per quanto Riyadh cerchi di diversificare la propria economia, il petrolio continua a rappresentare il 72% dei suoi ricavi. Questo potrebbe essere un buon motivo perché i due paesi tentino nuovamente di trovare una riconciliazione, cosa che probabilmente richiede l’impegno comune della Federazione Russa e degli Stati Uniti. Tuttavia, anche le 2 principali potenze nucleari del mondo hanno i loro problemi. Negli Stati Uniti, il sogno di indipendenza energetica fondato sulla rivoluzione della tecnica di fracking si sta lentamente frantumando. Al momento Barack Obama deve innanzi tutto affrontare lo scandalo legato al possibile coinvolgimento dei sauditi negli attacchi dell’11 settembre, ma è molto probabile che il prossimo Presidente degli Stati Uniti debba attuare la propria strategia politica futura in un contesto energetico nazionale non più favorevole quanto nell'ultimo decennio. Parallelamente, anche la Federazione Russa, la cui produzione petrolifera procede a pieno ritmo dal crollo dell’Unione Sovietica, ha tirato un sospiro di sollievo grazie ai dati sul gas naturale; nel 2015 Gazprom Export ne ha esportato in Europa 158,6 Gmc (potere calorifico pari a 37,38 MJ/mc) e anche i primi dati per il 2016 sembrano molto positivi. Tuttavia, i ricavi collegati al gas naturale rappresentano poco più di 1/4 di quelli derivanti dal petrolio e dai suoi prodotti secondari. Secondo i dati compilati da Bloomberg, "le 18 nazioni che si riuniranno a Doha per discutere un congelamento della produzione hanno speso 315 miliardi di dolalri delle proprie riserve di valuta estera - circa 1/5 del totale - dal crollo del petrolio iniziato nel novembre 2014. Negli ultimi 3 mesi del 2015, le riserve hanno subito un calo di circa $54 miliardi, il più grande decremento trimestrale dall’inizio della crisi". La maggior parte riguarda rispettivamente Arabia Saudita, Russia, Libia, Iraq, Azerbaigian, Nigeria, Qatar e Venezuela. In conclusione, il tight oil e il gas di scisto nordamericani dovrebbero risolvere in parte i loro problemi?