La prossima mossa
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Stretto tra le prospettive di ripresa dello shale oil statunitense e l'esigenza di mantenere in equilibrio il mercato petrolifero, il Regno saudita potrebbe abbandonare la posizione di allineamento agli ultimi accordi OPEC per un repentino dietro front

Il cambio di rotta che, nel 2016, ha visto la politica petrolifera saudita passare da una strategia orientata alle quote di mercato all’introduzione di consistenti tagli alla produzione è stato oggetto di numerosi dibattiti. Alcuni sostengono che questa transizione rappresenterebbe l’ammissione di un ''fallimento dal punto di vista strategico'' dovuto a ''presunzione, inesperienza e, in primis, mancata comprensione... di come funziona una vera economia di mercato''1. Altri, invece, ritengono che l’Arabia Saudita abbia finalmente ceduto, ammettendo la sconfitta nella guerra contro lo scisto statunitense. Altri ancora sostengono, invece, che il Paese sia nel pieno di una ''crisi finanziaria'' e di un ''momento di panico'', perciò si è visto costretto, in maniera ''disperata'', a siglare un accordo sulla produzione. Se da un lato tali affermazioni stuzzicano l’immaginario collettivo, dall’altro sono poco funzionali a capire l’evoluzione della politica petrolifera saudita nel corso del tempo. Il mercato del settore appare perciò statico, in bianco e nero. Tali affermazioni sottintendono che la politica petrolifera saudita sia costante e non possa basarsi su calcoli razionali di costi e benefici che tendenzialmente subiscono delle variazioni col passare del tempo. Tuttavia, come sostenuto dal sottoscritto in diverse occasioni, la politica petrolifera del Paese presenta varie sfaccettature connesse a molteplici fattori, fra cui gli sviluppi dell’economia locale, le dinamiche associate ai produttori OPEC e non-OPEC, la natura dello shock nel mercato petrolifero e la variazione delle sue condizioni.

Le quattro fasi della politica petrolifera saudita

Dal 2008 ad oggi, quattro sono state le fasi che hanno contraddistinto la politica petrolifera dell’Arabia Saudita. Durante la prima, successiva al collasso della domanda di petrolio in seguito alla crisi finanziaria del 2008, l’OPEC ha messo in atto uno dei maggiori tagli di sempre, il più significativo dei quali ha colpito proprio Riad. Il Paese ha inviato anche un segnale forte, indicando il suo prezzo preferito per il petrolio a 75 dollari al barile. Nella seconda metà del 2009 e per buona parte del 2010, con la ripresa dell’economia globale, anche la domanda ha mostrato segni di ripresa, e i prezzi dell’oro nero si sono stabilizzati intorno ai 75 dollari al barile, salvo poi riprendere a salire alla fine del 2010 in concomitanza con l’inizio della Primavera araba in Tunisia. Tra il 2011 e il 2013 il mercato ha subito delle forti interruzioni nella fornitura, principalmente provenienti dal Medio Oriente e dal Nordafrica. Nel corso della seconda fase, l’Arabia Saudita ha svolto il suo compito preferito: aumentare la produzione per compensare quelle stesse interruzioni, dal momento che la produzione riusciva a controbilanciarle in maniera quasi perfetta. Il primo incremento della produzione saudita è avvenuto successivamente ai disordini in Libia del 2011, mentre il secondo è arrivato in seguito alle sanzioni imposte all’Iran, che hanno provocato un crollo significato delle esportazioni del Paese. Negli anni 2011 e 2012, è aumentata rispettivamente di 0,96 mbg e 0,41 mbg su base annua, raggiungendo i 10,1 mbg nell’agosto 2013. Si è trattato purtroppo di incrementi insufficienti a compensare le interruzioni della fornitura e il mercato si è affidato di conseguenza al repentino incremento dello scisto statunitense per far fronte al divario in termini di approvvigionamento. Verso la fine del 2013, quando i disordini sembravano essersi attenuati, la produzione saudita è scesa sotto ai 10 mbg, ma è rimasta sopra ai 9,5 mbg fino alla fine del 2014. In questa fase, l’Arabia ha rivisto al rialzo il suo prezzo preferito fino a raggiungere quota 100 dollari al barile, lanciando così un segnale sul fatto che tale cifra fosse un obiettivo variabile in base alle fluttuazioni che investivano il mercato al momento. Mentre l’allora ministro del petrolio Ali al-Naimi lanciava avvertimenti sul rischio che prezzi molto alti a livello internazionale non fossero accolti positivamente dall’Europa, gli Stati Uniti, le economie emergenti e le nazioni più povere del mondo, e che il Regno avrebbe quindi ''preso delle misure per ridurre l’impennata del prezzo del petrolio'', al contempo lasciava chiaramente intendere come ''100 dollari sia un prezzo equo per tutti: consumatori, produttori e aziende petrolifere''. I corsi del petrolio, relativamente alti e stabili, hanno provocato delle forti reazioni sia nella domanda che nell’offerta, in particolare dallo shale statunitense. Nella prima metà del 2014, la sola crescita della fornitura da parte degli Stati Uniti superava quella della domanda globale, contribuendo così a un grande accumulo di riserve in quell’anno.

Opzioni limitate e politica reattiva

A metà del 2014, l’Arabia Saudita reagiva a un forte squilibrio di mercato provocato dalle forze economiche scatenatesi in seguito alle elevate quotazioni petrolifere. Di fronte a un tale squilibrio, al Paese non restavano che due opzioni: tagliare la produzione, o lasciare che gli andamenti dei prezzi riequilibrassero il mercato. Nel novembre del 2014, l’Arabia Saudita ha deciso invece di aumentare la produzione, nel tentativo di ampliare la sua quota di mercato a discapito dei produttori ad alto costo. Diversi sono i fattori che hanno motivato la scelta del Paese all’epoca:

 

-lo squilibrio di mercato del quarto trimestre del 2014 era consistente;

- l’Arabia Saudita non era disposta ad agire unilateralmente per riequilibrare il mercato. Tale principio fondamentale si ricollega direttamente agli eventi risalenti alla metà degli anni ’80, quando il tentativo del Paese di proteggere i prezzi del petrolio comportò un’enorme perdita di volumi di produzione, quote del mercato e introiti, senza peraltro riuscire a rincarare i prezzi;

- la difficoltà nel raggiungere un accordo all’interno dell’OPEC e con i produttori non-OPEC. Molti produttori all’epoca non risentirono del calo degli introiti, perciò non erano particolarmente disposti a prendere delle misure. Fra l’altro, Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti stavano incrementando la produzione, progettando un ambizioso aumento della capacità produttiva e non volevano che venisse loro imposto un sistema di quote;

- negli anni del boom economico, l’Arabia Saudita ha lavorato per creare dei solidi ammortizzatori fiscali, accumulando grandi riserve straniere e riducendo il suo debito a livelli molto bassi. Ciò potrebbe aver indotto i politici sauditi a credere che il Regno potesse sostenere dei bassi corsi per più tempo;

- l’ascesa dello shale statunitense ha introdotto nuove incertezze strutturali, in particolare per quanto riguarda la risposta nella fornitura dagli Stati Uniti e, più in generale, la natura dello shock che si abbatteva sul mercato.

In un quadro di incertezza strutturale e non cooperazione da parte degli altri produttori, adottando un approccio puramente teorico, è possibile dimostrare come l’Arabia Saudita tragga vantaggi quando non opera dei tagli alla produzione. Nel corso di questa terza fase, quindi, l’Arabia Saudita ha incrementato sensibilmente la produzione. Nel 2015, il Paese, insieme all’Iraq, era uno dei maggiori contributori all’aumento della fornitura, aggiungendo più di 400.000 barili al giorno. Nel 2016, la produzione saudita ha toccato la soglia record di circa 10,8 mbg.

 

Il calcolo dei costi e dei benefici

Ogni strategia politica prevede costi e benefici, e lo stesso si applica alla politica delle quote di mercato adottata dall’Arabia Saudita nel novembre 2014. L’aumento della produzione ha senza dubbio permesso al Paese di conservare, o perfino far salire, in misura marginale, la sua quota nella fornitura globale di petrolio, ma non è riuscito a compensare il crollo degli introiti, i quali, nel 2015, sono quasi dimezzati rispetto all’anno precedente. Sul lungo periodo, una simile strategia potrebbe portare a introiti più elevati, se le attuali riserve per la fornitura uscissero dal mercato o i potenziali fornitori fossero dissuasi dall’idea di entrarvi. Tuttavia, come sottolineato da Robert Mabro, esperto di energia, ''i prezzi dovranno scendere per molto tempo e le aspettative sulle quotazioni dovranno continuare a essere basse per un lungo periodo, prima che si verifichi un miglioramento significativo della quota di mercato. Per mantenere una simile strategia, quindi, di fronte a prolungati periodi di basse quotazioni, occorre che un Paese esportatore di petrolio si dimostri finanziariamente resiliente, essendo in grado di fare affidamento sui propri ammortizzatori fiscali, adattare la propria economia al panorama dei bassi prezzi, oppure ridurre la propria dipendenza dagli introiti derivanti dal petrolio diversificando il proprio sistema economico. Tuttavia, la natura temporanea degli ammortizzatori fiscali fa sì che questi possano svanire abbastanza rapidamente, in particolare se la spesa del governo sale in maniera imprevista. Un adattamento dell’economia può rivelarsi molto doloroso, e non tutti i governi sono in grado di spostare il peso dell’intervento sulla popolazione. La diversificazione dell’economia nazionale è un processo a lungo termine che sfugge a molti dei Paesi esportatori di petrolio e l’Arabia Saudita, da questo punto di vista, non rappresenta un’eccezione. Se da un lato i costi di tali strategie possono essere notevoli, l’entità e le tempistiche dei benefici sono incerti, poiché dipendono da processi di adattamento di altri produttori. I produttori ad alto costo possono ridurre i propri costi tramite l’efficienza, lo sfruttamento delle riserve che garantiscono maggiori rendimenti (il cosiddetto ''high-grading'') e la deflazione dei costi nella catena della fornitura. Inoltre, i lunghi tempi di consegna dei progetti ad alta densità di capitali implicano che la reazione della fornitura ai bassi corsi petroliferi non sarà immediata, nemmeno per i produttori ad alto costo. Infine, la risposta ai segnali dei prezzi potrebbe farsi attendere ancor più per i produttori di petrolio a basso costo, specialmente se la loro strategia è quella di massimizzare la produzione a qualunque costo nel tentativo di dare una spinta agli introiti.

La variabile del fattore temporale

Il calcolo dei costi e dei benefici non è statico, ma varia in funzione del fattore temporale. La produzione petrolifera è crollata in molte zone del mondo in seguito alla forte diminuzione delle quotazioni del petrolio rispetto al picco di giugno 2014. Malgrado il miglioramento dell’efficienza, lo scisto statunitense è in testa a questa tendenza al ribasso nel 2016. In aree mature quali Messico, Cina e Colombia, i crolli della produzione sono stati significativi. Perfino in alcune zone dell’OPEC al di fuori del Medio Oriente, quali Venezuela e Nigeria, la crisi fiscale e l’instabilità hanno provocato delle gravi perdite in termini di produzione. Tali crolli della produzione, insieme a una domanda piuttosto consistente nel 2015 e nel 2016, ha contribuito a riequilibrare il mercato, ma forse meno rapidamente di quanto previsto. Alcuni produttori chiave, principalmente il Medio Oriente e la Russia, hanno continuato a investire nei loro settori energetici, aumentando la propria produzione anche in un quadro caratterizzato da bassi prezzi. Ma se il mercato petrolifero mostrava segni di riequilibrio, l’economia saudita, d’altro canto, risentiva dei minori introiti causati dai bassi prezzi del petrolio. Dopo aver raggiunto un tasso di crescita annuo reale del 3,6 percento e del 3,5 percento rispettivamente negli anni 2014 e 2015, si prevede che la crescita economica rallenterà all’1,2 percento nel 2016. La minore spesa del governo, e la contrazione del credito, hanno avuto dei contraccolpi sul settore privato, che dipende ancora in maniera sostanziale dalla spesa pubblica. La crescita in questo settore si è quasi arrestata, mentre nel settore non legato al petrolio è risultata negativa nel quarto trimestre del 2015 e nel primo trimestre del 2016, salvo poi recuperare leggermente nel secondo trimestre dello stesso anno. Di fronte a un esorbitante deficit fiscale e delle partite correnti, il governo saudita si è visto costretto ad adottare una serie di misure dolorose. Nel dicembre 2015 sono stati aumentati i prezzi di carburante ed elettricità. Anche la spesa del governo per i progetti di investimento è stata tagliata. Stando alle notizie fornite dai media, sono stati rivisti o cancellati i finanziamenti di migliaia di progetti per un valore di 69 miliardi di dollari. Il governo ha inoltre tagliato sulle indennità del settore pubblico: oltre a rivedere la spesa pubblica. Per la prima volta, l’Arabia Saudita ha attinto dai mercati obbligazionari internazionali, con una nuova emissione obbligazionaria che ha fruttato 17,5 miliardi di dollari. Nonostante queste misure siano state massicce, e in qualche modo previste, in un quadro caratterizzato da bassi prezzi del petrolio, il Paese non sta vivendo né un periodo di crisi né di panico. Il rapporto debito/PIL è ancora relativamente basso e l’accesso ai mercati del debito locali ed esteri è ancora disponibile, mentre l’ultima emissione di obbligazioni mostra segnali di grande attrattiva da parte degli investitori. Le riserve estere sono ancora relativamente elevate, il governo dispone di molte risorse pubbliche attraenti destinate alla vendita e progetta di dare una spinta alle entrate introducendo imposte indirette quali IVA e altre tasse, tariffe e accise. Tuttavia, le basse quotazioni petrolifere hanno costretto il governo a stringere la cinghia in maniera più rapida del previsto. Il rallentamento nel settore privato e nell’economia non legata al petrolio implica che le opportunità di impiego aumenteranno a un ritmo più lento rispetto alle previsioni originarie, e i progetti del governo di razionalizzare l’impiego nel settore pubblico subiranno una battuta d’arresto. La valutazione di alcuni asset, come ad esempio la parziale IPO di Saudi Aramco, sarà anche collegata in maniera positiva all’andamento dei corsi petroliferi.

L'accordo per i tagli alla produzione

La caduta del prezzo del petrolio sotto la soglia dei 30 dollari al barile, a inizio 2016, ha rappresentato un momento critico per l’intero mercato petrolifero. Alcuni ritenevano che, a prescindere da cosa sarebbe successo al prezzo del petrolio, il Regno non avrebbe reagito in alcun modo. Tuttavia, l’Arabia Saudita ha reagito, facendo capire al mercato che le basse quotazioni di gennaio di 2016 erano ''irrazionali'' e lanciando segnali di voler cooperare con i produttori OPEC e non-OPEC per un congelamento della produzione. Con il mancato accordo di Doha dell’aprile 2016 i produttori hanno perso un’occasione per concordare lo stesso congelamento, creando così un’atmosfera generale di pessimismo nel mercato. Ma i produttori non hanno smesso di impegnarsi per trovare un accordo. Nel corso del 2016, i segnali lasciavano intendere che si sarebbe passati dal congelamento al taglio della produzione e, cosa altrettanto importante, l’Arabia Saudita stava svolgendo un ruolo chiave in questi negoziati, nominando Khalid Al-Falih nuovo ministro del petrolio. Tuttavia, in questo periodo la produzione del Paese è rimasta elevata, toccando livelli record nell’estate 2016, per affrontare le trattative con un maggiore livello di produzione. Nel novembre del 2016, i negoziati sono culminati in un accordo volto a tagliare la produzione dei paesi OPEC di 1,2 mbg e di undici paesi non-OPEC di 0,58 mbg, capitanati dalla Russia con 0,3 mbg.

Possibili spiegazioni per il cambio di rotta della politica

A questo punto gli interrogativi che restano sono: quali fattori potrebbero giustificare un tale cambio di rotta nel comportamento saudita? Quattro sono le possibili spiegazioni:

 

1 - i produttori si sono mostrati più collaborativi quando gli introiti derivanti dal petrolio sono crollati ed è diventato troppo difficile adattarsi ai bassi prezzi;


2 - il mercato è riuscito a risolvere un’incertezza fondamentale riguardante la reazione dello scisto statunitense;


3 - il mercato si è già riequilibrato, per cui i benefici previsti derivanti dal taglio della produzione sono aumentati, e il costo per ottenere informazioni riguardo alla reazione al rialzo dello scisto è relativamente basso in un mercato delicato;


4 - il costo della strategia per la quota dell’Arabia Saudita è stato superiore ai suoi benefici.

 

La prima spiegazione è una possibilità, ma la volontà dei produttori di collaborare può essere vista piuttosto come un fattore che ha contribuito a raggiungere l’accordo sulla produzione nel 2016. L’Arabia Saudita ha lasciato sempre intendere che non avrebbe agito unilateralmente, e ogni accordo sarebbe dovuto essere il frutto di un lavoro congiunto da parte dei produttori OPEC e non-OPEC. Un altro fattore che ha favorito il raggiungimento dell’accordo è stato anche il riavvicinamento tra Russia e Arabia Saudita in seguito all’incontro tra il presidente Putin e il principe ereditario Mohammed bin Nayef in Cina nel settembre 2016. La seconda spiegazione è meno convincente, in quanto non ci sono prove che sia stata risolta l’incertezza sul mercato riguardo allo scisto statunitense, in particolare per quanto concerne la risposta ai prezzi più elevati della fornitura di scisto. La terza spiegazione è più plausibile. Il guadagno derivante da un taglio alla produzione è aumentato nel tempo, dal momento che la situazione del mercato è diventata più delicata. In altre parole, le tempistiche del taglio non sono da trascurare, poiché se avviene in condizioni di mercato più difficili, avrà un impatto maggiore sui prezzi e sugli introiti. La quarta spiegazione, che si basa sul costo, è forse la più plausibile. Molte sono le prove che testimoniano come i Paesi esportatori di petrolio, Arabia Saudita compresa, siano stati colpiti duramente dai bassi corsi petroliferi. Ma una spiegazione basata sui costi potrebbe anche presentare alcune potenziali varianti:

• quando si è deciso di optare per il taglio, il costo era diventato talmente alto che il guadagno netto derivante dalla strategia per la quota si era molto ridotto;

• dal novembre 2014, i costi complessivi sono aumentati più rapidamente rispetto ai benefici complessivi, annullando il guadagno netto derivante dalla strategia per la quota di mercato nel corso del tempo;

• quando si è deciso per la prima volta di aumentare la produzione, nel 2014, l’Arabia Saudita potrebbe aver sopravvalutato la sua resilienza finanziaria e la sua capacità di tollerare i costi connessi all’adozione della strategia per la quota;

• quando è stata presa la decisione per la prima volta, l’Arabia Saudita potrebbe aver sottovalutato il costo connesso all’adozione della strategia per la quota di mercato, in quanto all’epoca non tutte le informazioni erano disponibili.

È più probabile che un insieme di questi fattori di costo, anziché uno singolo, oltre alle previsioni di maggiori benefici derivanti da un taglio in un mercato difficile, abbiano nel complesso contribuito a innescare un cambio di rotta nella politica petrolifera del Paese.

Prospettive e scenari futuri

Dal momento che la politica petrolifera dell’Arabia Saudita è in costante evoluzione, non è da escludere la possibilità di ulteriori cambi di rotta nella politica dei prossimi mesi. Ma dato che i costi connessi a un eventuale taglio della produzione sono elevati, soltanto dei cambiamenti estremi (ma probabili) nel comportamento di altri attori, o nelle dinamiche del mercato petrolifero, potrebbero spingere il Paese a modificare la propria strategia. Anziché cercare di prevedere le prossime mosse, ecco alcuni scenari possibili:

- qualora gli altri Paesi non dovessero rispettare l’accordo sulla produzione (ma ciò non significa che dovrà esserci un rispetto al 100 percento), lo scenario più probabile è che l’Arabia Saudita decida di spostarsi verso una politica volta all’aumento della produzione, in quanto altri produttori entreranno in gioco nel taglio nella produzione saudita, riducendo così i vantaggi previsti dall’operazione;

- se la risposta dello scisto statunitense dovesse essere forte e rapida, e dovesse prendere il posto del taglio alla produzione dell’OPEC, l’Arabia Saudita probabilmente tornerà ad aumentare la produzione, in quanto l’attuale decisione del taglio comporterebbe una perdita della quota di mercato senza avere un impatto duraturo sui prezzi e, di conseguenza, comporterebbe degli introiti minori;

- se la risposta dello scisto statunitense è moderata, e non si sostituisce al taglio della produzione concordato, lo scenario più probabile è che al prossimo incontro OPEC verrà stabilita un’estensione dell’accordo attuale;

- se il mercato si restringesse più rapidamente di quanto previsto, ad esempio per via di interruzioni alla fornitura, l’Arabia Saudita potrebbe tentare di mettere un tetto al prezzo del petrolio aumentando la produzione, oppure potrebbe lasciare che le scorte si esauriscano in maniera più veloce, con il rischio di far aumentare ancora di più i prezzi.

In passato, le decisioni dell’OPEC sono sempre state importanti nell’orientare le dinamiche del mercato, ma la decisione del 2016 di tagliare la produzione è scottante, in quanto non solo sarà essenziale per risolvere una grave incertezza riguardo uno shock di mercato, ma getterà ulteriormente luce sulle mosse dell’Arabia Saudita in un contesto mondiale ancora più incerto. E in questo contesto mondiale incerto, il Regno attualmente si trova di fronte alla più grande trasformazione economica della sua storia, che lo vede riconfigurare le sue alleanze geopolitiche e affrontare diverse dinamiche all’interno dell’OPEC, con il ritorno di Iran e Iraq, mentre continua a studiare nuove fonti di approvvigionamento diversificando il ciclo di investimenti e modello di business, e il potenziale per ottenere grandi guadagni in termini di efficienza.

1  Nick Butler, “The Saudis’ Strategic Failure”, The Financial Times, 10 ottobre 2016.