Una regione in transizione
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Attratti dai bassi costi del GNL, molti Paesi mediorientali, prima esportatori, hanno incrementato le importazioni di gas destinato soprattutto al settore energetico. Intanto, Arabia Saudita e Iran aumentano la produzione e cercano nuovi mercati di sbocco anche in Europa

In Medio Oriente, il gas naturale è rimasto per lungo tempo all’ombra del petrolio, nonostante l’importante ruolo rivestito nel mix energetico, in particolare per il settore energetico, petrolchimico e della desalinizzazione. Molti governi, in tutta la regione, si stanno adoperando per incrementare il ruolo del gas, in vista dell’aumento della domanda energetica. Il miglioramento del tenore di vita, la crescita demografica e la ridotta adozione di energie rinnovabili condurranno a una forte crescita della domanda di energia elettrica e, di conseguenza, a una richiesta sempre maggiore di gas nel prossimo decennio. Le centrali elettriche si trovano a dover competere anche con il settore petrolchimico a causa delle limitate forniture di gas. Capovolgendo l’originario ruolo di esportatore, il Medio Oriente si sta affidando sempre di più alle importazioni di GNL, in quanto la domanda locale di gas continua a superare la crescita dell’offerta.

L'energia da combustibili liquidi continua a resistere

Uno dei fattori che maggiormente stanno stimolando il consumo di gas domestico riguarda la crescente preoccupazione sulla effettiva disponibilità di combustibili liquidi usati sinora per produrre elettricità. Il Medio Oriente è una delle poche regioni in cui le centrali alimentate a combustibili liquidi forniscono ancora una quota sostanziale della produzione energetica complessiva. I produttori della regione mediorientale forniscono da sempre greggio e prodotti petroliferi a prezzi vantaggiosi, anche per il settore energetico, provocando di conseguenza una rapida crescita del consumo e riducendo gli incentivi per la sperimentazione di fonti alternative come le rinnovabili. La riduzione del consumo, volta a massimizzare le esportazioni di petrolio, è stata per molti anni l’obiettivo politico di paesi come il Kuwait e l’Arabia Saudita. Il settore energetico della regione consuma un mix considerevole di greggio e prodotti petroliferi e il profilo della domanda energetica è altamente stagionale, con picchi che si verificano nei mesi estivi, dovuti prevalentemente all’uso dei condizionatori per il raffrescamento. Il ruolo dei combustibili liquidi nel settore energetico varia a seconda del paese, passando da oltre il 60 percento in Kuwait e il 57 percento in Arabia Saudita, allo 0 percento in Qatar e Oman. Secondo i dati forniti dal JODI (Joint Organization Data Initiative), il Medio Oriente ha bruciato una media di 0,77 milioni di barili al giorno (Mbg) di greggio nel 2015, con picchi della domanda che hanno raggiunto 1,20 Mbg nel mese di luglio. L’Arabia Saudita è responsabile per circa i tre quarti del greggio bruciato nella regione, anche se la crescita più rapida registrata in quel periodo si riferiva soprattutto all’Iraq, oggi alle prese con enormi problemi di fornitura energetica che si traducono in frequenti blackout. La rapida crescita della domanda di elettricità è uno dei fattori che hanno spinto il consumo di combustibili liquidi. La domanda energetica della regione è aumentata in media di circa il 6 percento ogni anno, nell’ultimo decennio. Mentre l’instabilità politica gravava su alcuni paesi, molti dei maggiori mercati registravano un incremento della domanda di energia, con l’Arabia Saudita che esprimeva una richiesta in crescita dell’8 percento annuo. Sebbene quest’anno l’aumento della domanda di elettricità abbia subito un calo, dovuto al rallentamento della crescita economica e alla riduzione dei sussidi sui prezzi dell’elettricità in alcuni paesi, si prevede che l’incremento della domanda energetica provocherà un aumento dei prezzi del petrolio con relative ripercussioni sull’attività economica. La crescita sarà sostenuta dalle tendenze demografiche sottostanti e, in vari paesi, dall’incremento della capacità produttiva. La massiccia adozione delle rinnovabili potrebbe riuscire a frenare l’aumento della produzione di energica termica ma, a eccezione degli Emirati Arabi Uniti, in cui sono presenti vari progetti di energia solare di alto profilo, le ambizioni dei governi mediorientali rimangono modeste. Le energie rinnovabili potrebbero cominciare a imporsi in modo più significativo verso il 2030 e oltre, ma nel prossimo decennio la maggior parte della crescente domanda energetica dovrà essere soddisfatta impiegando combustibili fossili.

L'avanzata del gas in Iran e in Arabia Saudita

Recentemente, il settore energetico di vari paesi mediorientali ha interrotto la tendenza a un consumo sempre maggiore di combustibili liquidi, ma la situazione della regione appare molto variegata. In testa al gruppo ci sono l’Arabia Saudita e l’Iran, dove il recente aumento della produzione di gas sta progressivamente soppiantando quantità significative di energia prodotta da combustibili. Nel regno saudita, la centrale del gas di Wasit, la cui capacità di produzione stimata è di circa 2,5 miliardi di piedi cubi al giorno, ha ricevuto nel primo trimestre del 2016 l’incarico di processare il gas proveniente dai giacimenti di Hasbah (1,3 miliardi di piedi cubi al giorno) e Arabiyah (1,2 miliardi di piedi cubi al giorno). Una quota significativa della produzione di Wasit è destinata al settore energetico, con la conseguente riduzione dell’uso del greggio su base annua, che tra giugno e luglio 2016 è stata, in media, di 0,17 Mbg. A questo, inoltre, si è aggiunto un calo della domanda dovuto alla cancellazione delle sovvenzioni sull’energia elettrica avvenuta alla fine del 2015 e un indebolimento dell’economia, fattori che ne hanno amplificato gli effetti. Tuttavia, esaminando i progetti energetici delle start-up in Arabia Saudita da qui al 2019, è possibile prevedere che una riduzione simile sia solo temporanea. Nel 2017 verranno messe in funzione un gran numero di centrali elettriche a gas, ma tra il 2017 e il 2018 saranno rese operative anche centrali alimentate a petrolio e a greggio, la cui produzione stimata sarà di ben 7,3 GW. La produzione iraniana di gas ha subito una rapida crescita all’inizio dello scorso anno, quando ulteriori fasi del giacimento di South Pars sono state rese operative. Nel corso dell’ultimo anno del calendario persiano (21 marzo 2015-19 marzo 2016), il consumo di diesel e olio combustibile da parte del settore energetico è sceso di oltre il 30 percento. Ma non tutti i paesi mediorientali stanno ottenendo gli stessi risultati in termini di abbandono dei combustibili liquidi. L’uso di greggio da parte dell’Iraq, ad esempio, è aumentato in modo significativo dal 2014, raggiungendo un record di 0,17 Mbg nel 2015, con livelli che non sembrano discostarsi molto per l’anno in corso. Ciò avviene nonostante la Basra Gas Company abbia quasi raddoppiato la quantità di gas estratto dai giacimenti petroliferi meridionali dal 2014. Nel frattempo, in Egitto, la produzione di gas ha subito un calo graduale, dai 6 miliardi di piedi cubi al giorno nel 2009 fino ad arrivare al di sotto dei 3,9 miliardi di piedi cubi al giorno nel secondo trimestre del 2016. In questo contesto, la domanda energetica in rapida crescita ha fatto sì che l’Egitto si trasformasse da esportatore a importatore di GNL e incrementasse l’uso di diesel e olio combustibile.

Una domanda in costante ascesa dal 2000

Nel complesso, il Medio Oriente ha consumato una quantità di gas 2,5 volte maggiore nel 2015 rispetto al 2000: secondo la BP Statistical Review 2016, la domanda è cresciuta del 150 percento rispetto a una crescita globale del 44 percento nel corso dello stesso periodo. La domanda iraniana è triplicata a 18,5 miliardi di piedi cubi al giorno nel 2015, il valore più alto in assoluto nella regione, poiché il gas è fortemente utilizzato nel settore energetico, petrolchimico e dei trasporti. I bassi prezzi del mercato interno hanno incoraggiato questa rapida crescita, portando l’Iran a raggiungere il consumo pro capite di gas più alto al mondo e rendendo la riforma dei prezzi una delicata questione politica. Altrove, la domanda saudita ha sorpassato per la prima volta lo scorso anno i 10 miliardi di piedi cubi al giorno, raggiungendo quota 10,3, mentre il consumo di gas in Qatar è aumentato di ben quattro volte rispetto al 2000, raggiungendo i 4,4 miliardi di piedi cubi al giorno nonostante il numero esiguo di abitanti del paese. In tutta la regione, esiste la possibilità che la domanda continui ad aumentare velocemente negli anni a venire. Parte di questa crescita è stata guidata anche dall’espansione del settore petrolchimico nella regione, che ha portato molti paesi a investire in impianti per il cracking e strutture simili al fine di ampliare il proprio coinvolgimento nella catena del valore. Soddisfare la crescita della domanda proveniente dai diversi settori sarà impegnativo, sebbene la storia recente del gas nella regione abbia assistito a sviluppi di carattere positivo. Nel 2015, ad esempio, la domanda è cresciuta del 5,6 percento su base annua (BP Statistical Review), mentre la produzione è aumentata soltanto del 2,4 percento. Nell’insieme, la regione ha prodotto 12,1 miliardi di piedi cubi al giorno di gas in più rispetto a quanto se ne è consumato, ma il quadro della situazione risulta alquanto ineguale. Il Qatar da solo ha prodotto 17,6 miliardi di piedi cubi al giorno, la maggior parte dei quali sono stati esportati a compratori esterni alla regione: ciò significa che, lo scorso anno, il resto della regione ha registrato un deficit netto di 1,1 miliardi di piedi cubi al giorno di gas naturale. Mentre la produzione di gas saudita e iraniana è in crescita, l’esempio più eclatante di una produzione nazionale che stenta a tenere il passo con la crescita della domanda è rappresentato probabilmente dall’Egitto, dove la produzione di gas è in calo dal 2009. Questa tendenza sembrava destinata a rimanere tale fino alla scoperta, nell’agosto 2015, di Zohr, l’enorme giacimento di gas da 25 trilioni di piedi cubi. L’operatore Eni e il governo sperano che la produzione in questo giacimento da 16 miliardi di dollari possa iniziare entro la fine del 2017, sebbene la sua capacità totale non sarà sfruttata prima del 2019. Oltre alla centralità di Zohr per rilanciare il settore del gas egiziano, il Cairo ha persuaso vari operatori internazionali a riprendere il proprio lavoro su progetti in stallo, riducendo i pagamenti arretrati (che ammontano comunque ancora a 4,5 miliardi di dollari statunitensi) e migliorando i prezzi dei contratti per il gas. Entro la fine del 2017 avrà inizio il progetto West Nile Delta (WND) di BP, che si prevede raggiungerà nel 2019 una capacità di 1,3 miliardi di piedi cubi al giorno. Questi due imponenti progetti, insieme ad altre operazioni supplementari, dovrebbero essere sufficienti a compensare il calo dell’offerta e a far crescere nuovamente la produzione di gas in Egitto entro la fine del decennio. Tutti i nuovi progetti, però, sono contrattualmente tenuti a destinare la produzione in prima istanza al mercato interno, pertanto la produzione egiziana rimarrà bloccata in una lotta contro la crescente domanda interna e un sostanziale deficit nell’offerta interna persisterà almeno fino al 2019, costringendo così il paese a importare notevoli quantitativi di GNL. L’Egitto spera che questa inversione di tendenza gli consenta di riappropriarsi del proprio ruolo di esportatore netto, ma non tutti sono convinti che ciò avverrà.

Molti governi, in tutta la regione, si stanno adoperando per incrementare il ruolo del gas, in vista dell'aumento della domanda energetica dovuto al miglioramento del tenore di vita, alla crescita demografica e alla ridotta adozione di energie rinnovabili

Nuovi protagonisti si affacciano sul mercato del GNL

Nel sud dell’Iraq, dopo alcuni ulteriori incrementi nell’estrazione del gas previsti entro la fine dell’anno, le prospettive di crescita della produzione per i prossimi anni sembrano scarse. Da parte sua, il Kuwait ha dovuto lottare duramente per raggiungere una crescita della produzione di gas, nonostante l’aumento della domanda, anche a causa delle complesse condizioni geologiche dei nuovi giacimenti scoperti. Il governo del Kuwait si dichiara comunque ottimista riguardo al progetto Jurassic che porterà a un incremento dell’offerta di 1,2 miliardi di piedi cubi al giorno, ma che non verrà implementato prima del 2022. Intanto, la domanda di gas continua a crescere per soddisfare le esigenze della produzione energetica e della desalinizzazione, costringendo il paese a importare GNL attraverso un’unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione e a progettare la costruzione di un terminale di importazione permanente. Se l’offerta interna non soddisferà le aspettative, il deficit di gas da colmare con le importazioni aumenterà ulteriormente. La produzione del Qatar è cresciuta di recente nonostante il governo abbia annunciato nel 2005 una moratoria per sospendere lo sviluppo del giacimento North Field, che è tuttora vigente, motivo per cui la produzione è stata incrementata in altri giacimenti. Tuttavia, le esportazioni di GNL del Qatar rimangono in un range ristretto (76-78 milioni di tonnellate annue) dal 2011 e si dovrà lottare per conservare questa fetta di mercato di fronte all’aumento delle esportazioni australiane e statunitensi. La produzione riceverà una spinta di 2 miliardi di piedi cubi al giorno dalla messa in funzione del progetto Barzan, a novembre, destinati al mercato interno per la produzione energetica e la desalinizzazione. Nel frattempo si sta lavorando anche allo sviluppo della riserva di Khuff nel Blocco 4N, con la speranza che possa fornire materia prima per il settore petrolchimico, ma i risultati iniziali non sono affatto promettenti. Pertanto, dopo la spinta del Barzan, la produzione del Qatar dovrebbe stabilizzarsi per il resto del decennio. La situazione è pressoché simile in Oman, dove ci si aspetta che la produzione di 1 miliardo di piedi cubi al giorno di gas dalla Fase 1 del progetto Khazzan di BP, che avrà inizio alla fine del 2017, sarà destinata al mercato interno piuttosto che a rilanciare le esportazioni di GNL. L’Oman possiede grandi riserve di gas inutilizzate, composte principalmente da tight gas, che è costoso, tecnicamente difficile da produrre e richiede massicci investimenti. In effetti, le esportazioni di GNL dell’Oman sono in calo e il paese è costretto a importare maggiori quantità di gas dal Qatar, attraverso il gasdotto Dolphin, per impedire che la domanda interna assorba una fetta maggiore delle esportazioni. Anche gli Emirati Arabi Uniti si trovano a dover importare volumi crescenti di gas per far fronte all’aumento della domanda interna e al calo della produzione, senza venir meno agli impegni contrattuali di esportazione del GNL.

Il cambiamento di posizione della regione

Gli effetti combinati della crescita repentina della domanda e dell’offerta interna non uniforme hanno cominciato ad alterare in modo significativo il ruolo del Medio Oriente nel mercato globale del GNL degli ultimi anni. Se in passato la regione rivestiva quasi esclusivamente il ruolo di esportatore di GNL, oggi si è trasformata in un centro caratterizzato da una domanda crescente. Nel 2011, soltanto il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti (Dubai) hanno importato 2,4 milioni di tonnellate, mentre la regione ha esportato nel complesso 102 milioni di tonnellate. Lo scorso anno, le importazioni nella regione sono quasi triplicate, raggiungendo i 9,8 milioni di tonnellate, mentre le esportazioni hanno registrato un brusco calo, dovuto anche alla presenza di nuove fonti di approvvigionamento, in particolare australiane. Entrambe queste tendenze sembrano destinate a rimanere tali nei prossimi anni. La recente crescita delle importazioni di GNL si deve sia all’aumento del volume richiesto dagli importatori esistenti, sia alla presenza di nuovi acquirenti subentrati nel mercato, come la Giordania e l’Egitto. Dopo l’arresto delle esportazioni dall’Egitto, dovuto ai frequenti attacchi al gasdotto Arab Gas Pipeline, nel maggio 2015, la Giordania ha cominciato a importare GNL attraverso l’unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione Golar Eskimo. Nel 2012, il governo egiziano ha lanciato un progetto per l’installazione di un terminale galleggiante di importazione di GNL. Ma la confusione riguardo ai termini e a quale agenzia statale ne fosse responsabile ha portato alla cancellazione di molte proposte. Alla fine, la norvegese Hoegh LNG si è aggiudicata il contratto per la prima unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione. Le spedizioni di GNL hanno cominciato ad arrivare ad Ain Sukhna nell’aprile 2015. Nel settembre 2015, l’Egitto ha installato ad Ain Sukhna una seconda unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione da 0,75 miliardi di piedi cubi al giorno. Il deficit di gas dell’Egitto è talmente grave che si è già messo in moto un progetto per garantire una terza unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione da 0,75 miliardi di piedi cubi al giorno. Gli importatori stabili, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, non sembrano volersi fermare. La domanda di gas del Kuwait è in crescita, le importazioni di Dubai stanno aumentando e Abu Dhabi ha installato una nuova unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione nell’agosto 2016 per colmare il deficit interno e poter al contempo conservare i volumi di GNL contrattati per l’esportazione. Altri paesi mediorientali potrebbero cominciare a importare GNL nei prossimi anni, attratti dai prezzi bassi del mercato globale e per tentare di soddisfare la domanda interna. Il NOGA (National Oil & Gas Authority), in Bahrein, ha stipulato un contratto per un’unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione, che sarà consegnata a luglio del 2018. L’Arabia Saudita si era dimostrata riluttante all’idea di importare gas, date le sue ampie riserve interne, ma le dichiarazioni rilasciate nel mese di giungo dal Ministro dell’energia suggeriscono che ci si sta aprendo all’ipotesi di importare GNL per affrontare il deficit interno. Il Libano ha avanzato varie proposte riguardanti un’unità galleggiante di stoccaggio e rigassificazione, ma il progetto sembra essere in stallo a causa di alcune questioni politiche. L’Oman ha dichiarato di voler importare GNL attraverso il terminale di Sohar, per poter rispondere alla domanda interna senza ridurre le esportazioni in Asia. Sebbene non tutti questi paesi finiranno per importare realmente GNL, il numero di importatori sembra destinato a continuare a crescere.

Il limitato commercio regionale e le prospettive di esportazione

Data la presenza in Medio Oriente di vari paesi con un surplus di gas e di un numero crescente di paesi con un deficit di offerta, all’interno della regione potrebbero svilupparsi maggiori scambi commerciali basati sull’uso dei gasdotti, che a prima vista potrebbero rappresentare una valida alternativa ai costosi impianti di GNL. Molti dei gasdotti esistenti, o proposti, però, non hanno superato ostacoli di natura politica e di sicurezza. L’Egitto esportava gas in Giordania e in Israele attraverso il gasdotto Arab Gas Pipeline, ma i flussi sono stati interrotti all’inizio del 2012 a causa di una serie di attentati, delle dispute sui prezzi e del calo dell’offerta egiziana. Il gasdotto del Qatar Dolphin è ancora operativo e fornisce 1,65 e 0,25 miliardi di piedi cubi al giorno rispettivamente agli Emirati Arabi Uniti e all’Oman. Il tratto che si dirige verso Abu Dhabi potrebbe trasportare una quantità maggiore di gas, ma il prezzo ottenuto dal Qatar per il volume esportato tramite il gasdotto è nettamente inferiore agli attuali prezzi di mercato del GNL, motivo per cui il paese non è incentivato a deviare il gas in questa direzione. Anche il commercio dell’Iran con i propri vicini è limitato, in particolare le importazioni dal Turkmenistan e le esportazioni in Turchia. I funzionari iraniani hanno dichiarato che quest’anno saranno avviate le esportazioni in Iraq, sebbene si siano verificati alcuni ritardi e dei due percorsi proposti, Basra e Baghdad, quest’ultimo appare improbabile a causa di problemi di sicurezza. Tehran ambisce a esportare, tramite i gasdotti, in vari paesi della regione, compreso il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti e l’Oman, ma la storica ostilità tra l’Iran e gli stati del CCG (Consiglio di Cooperazione del Golfo) bloccherà molte di queste opzioni. Ha migliori chance di successo la proposta di esportare, tramite gasdotto, 1-2 miliardi di piedi cubi al giorno in Oman, il quale ha bisogno del gas iraniano per alimentare i propri impianti di esportazione del GNL, ma anche questo progetto dovrà affrontare diverse sfide. L’Iran è inoltre alla ricerca di progetti più ambiziosi che gli consentano di esportare gas in Europa tramite gasdotti o sotto forma di GNL, frenati però dalle prospettive dei prezzi del gas a livello globale e dal fatto che per questo Paese non sarà facile produrre forniture sufficienti a garantire esportazioni significative.

Un orizzonte ancora in evoluzione

Il ruolo del Medio Oriente nel mercato globale del gas sta cambiando: se in passato era quasi esclusivamente un esportatore di GNL, oggi si è trasformato in un centro con una domanda di GNL in continua crescita. La trasformazione della regione mediorientale in una fonte di crescente domanda di GNL traccia una chiara tendenza: nonostante le massicce riserve di gas di queste aree, il lento sviluppo delle giacimenti interni ha creato un deficit che non sarà facile ''sradicare'', nemmeno con il recente aumento della produzione in Arabia Saudita e in Iran e il miglioramento delle prospettive dell’Egitto. L’offerta di gas della regione non è in grado di stare al passo con la crescita della domanda da parte del settore energetico e petrolchimico. Il decollo della domanda evidenzia anche l’attrattiva esercitata dai costi ridotti del GNL e la flessibilità offerta dalle unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione, che consentono ai nuovi acquirenti di avere accesso al mercato in modo relativamente veloce, anche se per un periodo di pochi anni, potendo però così colmare il deficit fino al momento in cui saranno operative le forniture interne.

* Richard Mallinson: analista di geopolitica e membro del Royal Institute of International Affairs (Chatham House)