Un piano per "liberarsi" dal petrolio

Un piano per "liberarsi" dal petrolio

Bassam Fattouh e Amrita Sen
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La nuova strategia punta a diversificare l'economia del Regno. Lo sviluppo del gas subirà un'accelerazione, mentre le rinnovabili saranno una parte ridotta del mix. I proventi dell'oro nero resteranno comunque centrali

Lo scorso aprile, il Consiglio dei ministri dell’Arabia Saudita ha approvato una nuova e ambiziosa strategia per il Regno, nota come Vision 2030. Tale "visione" si basa su tre pilastri principali, ideati per contribuire alla trasformazione della società e dell’economia saudite entro il 2030.

-Il ruolo centrale che l’Arabia Saudita svolge nel mondo arabo e musulmano.
-L’obiettivo di trasformare l’Arabia Saudita in un colosso globale per gli investimenti.
-Sfruttare la posizione strategica fondamentale dell’Arabia Saudita per trasformare il paese in uno snodo del commercio globale che colleghi i tre continenti, Asia, Europa e Africa.

La visione non contiene dettagli specifici sull’implementazione, ma è costruita attorno a tre temi generali: una società vivace, un’economia fiorente e una nazione ambiziosa. Un obiettivo fondamentale è di costruire un’economia che sia ben diversificata e meno dipendente dal petrolio. Per raggiungere tale scopo, Vision 2030 si concentra sullo sviluppo del capitale umano attraverso un miglioramento del livello di istruzione, puntando in particolare sulla formazione della prima infanzia. Un altro obiettivo è quello di potenziare il ruolo delle piccole e medie imprese e di aumentare il loro contributo all’economia. Un ulteriore elemento chiave è l’ottimizzazione delle capacità di investimento del paese, che include la ristrutturazione del Fondo di investimento pubblico (PIF) e il trasferimento della proprietà di Saudi Aramco al PIF con lo scopo di creare la più grande ricchezza sovrana al mondo. Il piano prevede anche la privatizzazione dei servizi statali come l’assistenza sanitaria e l’istruzione, nei quali il governo svolge sempre più il ruolo di regolamentatore. Grazie a queste e ad altre iniziative, l’Arabia Saudita punta a raggiungere alcuni traguardi molto ambiziosi, tra cui:

-Far avanzare l’economia che attualmente occupa la 19ª posizione tra quelle più grandi al mondo entro le prime 15.
-Aumentare il contributo del settore privato dal 40% al 65% del PIL.
-Innalzare la quota delle esportazioni di prodotti diversi dal petrolio sul PIL non correlato al petrolio dal 16% al 50%.
-Aumentare le entrate statali, non legate al petrolio, da 163 miliardi di riyal sauditi (SAR) a 1.000 miliardi di SAR.
-Espandere la quota locale delle attività del settore gas-petrolifero dal 40% al 75%.
-Accrescere gli asset del PIF da 600 miliardi di SAR a oltre 7.000 miliardi.
-Aumentare gli investimenti diretti esteri dal 3,8% del PIL al 5,7%.

Vision 2030 è consapevole che, per raggiungere questi obiettivi, è necessaria una ristrutturazione istituzionale significativa. Pertanto il governo saudita ha, parallelamente, annunciato una serie di programmi di riforma, tra cui il programma di trasformazione nazionale, il programma per il rafforzamento della governance del settore pubblico, il programma di privatizzazione, il programma di ristrutturazione del Fondo di investimento pubblico e il programma di trasformazione strategica di Saudi Aramco. I dettagli di ciascuno di questi programmi stanno emergendo lentamente (con il programma di trasformazione nazionale approvato a inizio giugno), fornendo più informazioni sulle implicazioni per il settore energetico.

Una strategia più credibile rispetto al passato

Questi traguardi, dal punto di vista generale, non sono una grande novità (nel 2005 l’Arabia Saudita ha pubblicato la Strategia a lungo termine 2025, che includeva vari obiettivi tra cui la riduzione della dipendenza dell’economia dai proventi del petrolio) e la diversificazione è stata al centro di ogni successivo piano di sviluppo quinquennale dagli anni ’70; tuttavia, c’è un maggiore ottimismo che questa volta il piano verrà implementato (almeno parzialmente). L’enorme concentrazione del potere economico nelle mani del Vice principe ereditario, Mohammed bin Salman, la sua propensione a correre dei rischi, la portata delle riforme annunciate e un’efficace campagna comunicativa hanno dato a Vision 2030 maggiore credibilità rispetto alle precedenti iniziative.
In questo modo, non sorprende che l’annuncio di Vision 2030 sia riuscito a catturare l’immaginazione dei mercati globali. Per molti analisti del settore petrolifero, la sostituzione del vecchio ministro del petrolio Ali Al-Naimi con Khalid Al-Falih, la creazione di un Ministero dell’Energia, dell’Industria e delle Risorse minerarie più ampio, l’annuncio del programma di trasformazione strategica di Saudi Aramco e i progetti di quotare pubblicamente una quota di minoranza in Saudi Aramco sono stati interpretati come chiari segni di un cambiamento drastico nella politica energetica. Un effetto dei recenti annunci è stato quello di introdurre molta più incertezza sulle basi e sulla direzione della politica petrolifera saudita, con molti analisti pronti a sostenere che l’Arabia Saudita abbandonerebbe la propria politica di mantenimento della capacità di riserva e aumenterebbe la propria produzione, mettendo così un limite massimo ai prezzi del petrolio nel breve termine, mentre aumenterebbe la sua capacità produttiva di petrolio con una tendenza al ribasso nel lungo periodo, soprattutto visto che ciò potrebbe essere interpretato come un segnale che l’Arabia Saudita si stia muovendo verso altre risorse oltre al petrolio, affrettandosi a monetizzare le proprie riserve in un mondo in cui si applicano restrizioni sulle emissioni di carbonio.
Mentre i recenti cambiamenti organizzativi sono fondamentali, è probabile che l’impatto sulla politica petrolifera e sul settore energetico sia più impercettibile rispetto alle attuali aspettative, non dimenticando il fatto che gli ultimi anni hanno già visto alcune profonde trasformazioni nel settore energetico incluse iniziative per generare più valore aggiunto attraverso investimenti in attività di downstream e l’integrazione di raffinerie con il settore petrolchimico, aumentando il ruolo del gas nel mix energetico, sfruttando le fonti rinnovabili nel sistema energetico, migliorando l’efficienza nell’uso dell’energia e, più recentemente, aumentandone i prezzi a livello nazionale.

La sostituzione del Ministro non implica un cambiamento nella politica petrolifera

Innanzitutto, la sostituzione di Ali Al-Naimi come ministro del petrolio rappresenta solo un cambio di persona e non di strategia. La politica attuale si basa su un principio fondamentale: l’Arabia Saudita non agirà in maniera unilaterale per ribilanciare il mercato. Dal 1986, l’Arabia Saudita si rifiuta di agire in modo unilaterale (nel 1998, ha fatto dei tagli in accordo con l’OPEC e con paesi non appartenenti all’OPEC, e nel 2008 ha accettato di effettuare tagli collettivi con altri membri dell’OPEC di fronte a uno shock dei mercati finanziari). Al-Falih ha riconfermato questa posizione sostenendo che l’Arabia Saudita "non ha intenzione di abbandonare la produzione per lasciare posto ad altri. Se altri produttori sono disposti a collaborare, il Paese è aperto a tale collaborazione. Ma Riyadh non accetterà il ruolo, da sola, di bilanciare uno squilibrio strutturale". In assenza di un accordo su tagli collettivi, l’Arabia Saudita ha optato per una strategia di quote di mercato con l’obiettivo di liberarsi dei produttori ad alto costo.
L’accordo sul congelamento della produzione discusso a Doha ad aprile, che è stato percepito come un allontanamento da questa politica, è la fonte di gran parte della confusione che regna sul mercato. L’incontro di Doha è stato importante poiché ha segnalato un potenziale cambiamento di tattica, che, se avesse avuto successo, avrebbe potuto essere l’inizio di una maggiore collaborazione tra i produttori. Anche se l’accordo di Doha è fallito per una serie di ragioni, ciò non ha impedito ai sauditi di partecipare agli sforzi per raggiungere un patto su un tetto di produzione collettiva alla riunione dell’OPEC di giugno. L’ultima riunione dell’Organizzazione ha confermato anche l’opinione che il Regno non sia in procinto di destabilizzare il mercato e aumentare la produzione per saturarlo, indipendentemente dalla domanda di greggio saudita. Al-Falih si è spinto fino a dichiarare categoricamente, in un’intervista con la stampa, che "non c’è motivo di aspettarsi che l’Arabia Saudita abbia intenzione di intraprendere una campagna di saturazione del mercato".

I proventi del petrolio resteranno centrali per l'economia saudita

Durante un’intervista con i media occidentali, Mohammed bin Salman ha dichiarato che il Regno saudita è indifferente al fatto se il prezzo del petrolio sia di 30 o 70 dollari al barile. Non stupisce che questa dichiarazione sia stata interpretata come  la volontà di non interessarsi più dei prezzi del petrolio e come il fatto che la sua politica di produzione non sia più legata al desiderio di massimizzare gli introiti. Secondo un’interpretazione estrema, l’Arabia Saudita potrebbe addirittura accogliere positivamente un contesto di prezzi bassi, poiché ciò renderebbe più facile far approvare le riforme sostanziali contenute in Vision 2030.
Eppure, resta il fatto che l’economia saudita, incluso il settore privato non legato al petrolio, si affida ancora fortemente alla spesa pubblica alimentata dai proventi del petrolio. Inoltre, la stabilità politica è direttamente collegata alla capacità del governo di distribuire rendite alla popolazione, inclusa la creazione di posti di lavoro nel settore pubblico. Come recentemente sottolineato dal ministro saudita dell’energia, Khalid Al-Falih, l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal petrolio "non significa che le opportunità del Regno di ottimizzare i vantaggi derivanti dalle proprie risorse naturali, incluso il greggio, riceveranno meno attenzione nell’attuale fase economica rispetto alle fasi precedenti. Aumentare i proventi del petrolio ci aiuterà a costruire una serie di altri settori economici nel Regno, oltre agli investimenti internazionali".
Nonostante le dimensioni degli aiuti fiscali, i bassi prezzi del petrolio sono stati infausti per il Regno. L’Arabia Saudita ha fatto ricorso alle proprie riserve estere, ha aumentato il proprio indebitamento, ha sperimentato dei programmi per aumentare le tasse includendo l’IVA, ha razionalizzato la spesa pubblica, ha tagliato i sussidi del settore energetico e ha ridotto progressivamente la spesa sui progetti legati al capitale. Tali adeguamenti stanno già dimostrando il loro impatto sull’economia con il rallentamento della crescita, il calo dei mercati azionari dai loro livelli elevati, il limite del riyal saudita sotto pressione e gli effetti negativi sulle famiglie dell’aumento dei prezzi dell’energia e della maggiore inflazione.
Inoltre, non è possibile ipotizzare che ulteriori riforme, come l’eliminazione completa delle sovvenzioni al settore dell’energia, non rischieranno di provocare una forte opposizione pubblica. Anzi, il recente aumento dei costi dell’acqua ne è un tipico esempio, poiché il ministro delle risorse idriche e dell’energia elettrica è stato licenziato dopo le proteste pubbliche per un’impennata dei prezzi, con Mohammed bin Salman che ha descritto l’implementazione della nuova tariffa per l’acqua da parte del Ministero come "insoddisfacente". È vero che il contratto sociale implicito si è dimostrato elastico e sufficientemente malleabile per conciliare i recenti aumenti dei prezzi dell’energia. Tuttavia, non può dirsi sufficientemente resiliente per andare incontro a ulteriori aumenti dei prezzi. Il governo saudita sta già riconsiderando il programma di riforma dei sussidi e ha progetti per introdurre programmi compensativi allo scopo di controbilanciare la perdita di utili per le famiglie in fasce di reddito basse e ottenere supporto per le riforme.

Non ci sono ancora programmi per aumentare la capacità produttiva

Strettamente collegata alle fervide aspettative di un grande incremento della produzione saudita è stata la convinzione che il Regno si stia preparando ad aumentare la capacità produttiva. Ma anche se l’Arabia Saudita decidesse di espandere tale capacità, questa scelta risulta costosa e richiede tempo e investimenti massicci nel calibrare l’intero sistema, compreso l’aumento della capacità degli impianti di trattamento e la costruzione di depositi di stoccaggio e oleodotti. Guardando le cose in prospettiva, nel 2004, quando l’Arabia Saudita aveva una capacità produttiva di 11 milioni di barili al giorno, Al-Naimi annunciò che il ministero aveva sviluppato dei piani per aumentare gradualmente la capacità di produzione sostenibile dell’Arabia Saudita a 12,5 milioni di barili al giorno. L’espansione di 1,5 milioni di barili al giorno ha richiesto sei anni ed è stata completata nel 2010. A quei tempi, Al-Naimi aveva dichiarato che gli scenari necessari per aumentare la capacità a 15 milioni di barili al giorno erano stati studiati e che potevano essere messi in moto se la domanda globale l’avesse richiesto. Ma, considerata la grande incertezza che opprime i mercati petroliferi, l’Arabia Saudita ricorrerà alla possibilità di attendere e non investire. Infatti, il programma di trasformazione nazionale recentemente approvato ha dimostrato che la capacità resterà a 12,5 milioni di barili al giorno fino al 2020.
In un contesto di elevata incertezza riguardo alla domanda globale di petrolio a causa delle politiche sui cambiamenti climatici, molti hanno sostenuto che l’Arabia Saudita sarà impaziente di esaurire rapidamente le proprie riserve petrolifere. Se, da un lato, ciò rappresenta sicuramente una fonte di preoccupazione per un paese come l’Arabia Saudita considerata la sua riserva massiccia, dall’altro c’è una convinzione generale secondo cui bloccando le innovazioni tecnologiche, il petrolio sarà richiesto per i prossimi decenni come carburante per il trasporto e come materia prima per l’industria petrolchimica. Ma anche in un mondo in cui si applicano restrizioni sulle emissioni di carbonio, l’Arabia Saudita sarà in grado di competere considerato il basso costo delle sue riserve di petrolio, il contesto politico ed economico stabile in cui si trova e la capacità di Aramco di sviluppare queste riserve. Tuttavia, la strategia di aumentare la produzione per conquistare fette di mercato più ampie da una "torta" in declino non sopperisce alla perdita di ricavi derivante dai prezzi più bassi del petrolio e, pertanto, le entrate complessive dell’Arabia Saudita molto probabilmente rientreranno in un mondo soggetto alle limitazioni sulle emissioni di carbonio.  
Qualcuno ha suggerito anche che, in questo nuovo ordine petrolifero globale, l’Arabia Saudita non abbia alcuno stimolo a confermare la sua politica ufficiale di mantenimento della capacità di riserva. Ma potrebbero esserci ottime ragioni affinché l’Arabia Saudita svolga un ruolo più attivo sul lato positivo. Una delle lezioni per i policy maker sauditi dell’ultimo ciclo è che un contesto di prezzi del petrolio elevati accelererebbe le risposte in termini di domanda e offerta, specialmente perché le preoccupazioni riguardanti l’ambiente si intensificano e pertanto, nel lungo termine, è nell’interesse del Regno saudita impedire che i prezzi salgano a livelli elevati, mettendo un limite massimo al prezzo del petrolio. A tale scopo, l’Arabia Saudita dovrebbe mantenere una buona capacità di riserva e sviluppare strumenti di mercato per contribuire a influenzare il prezzo sul versante positivo. Finora non c’è alcuna indicazione di nessun tipo che l’Arabia Saudita abbia abbandonato la sua politica di mantenimento della capacità di riserva, aspetto che è ancora considerato un fondamento della stabilità del mercato petrolifero mondiale.

Lo sviluppo delle riserve di gas naturale subirà un'accelerazione

Un’altra area della continuità della politica è rappresentata dall’obiettivo di utilizzare più gas naturale a livello nazionale che carburanti liquidi. La quota di gas naturale nel consumo totale di energia a livello nazionale è aumentata dal 23% nel 1980 ad oltre il 41% lo scorso anno; uno degli obiettivi principali è quello di aumentare la quota di gas naturale a più della metà della domanda energetica primaria totale per soddisfare la crescente richiesta dei nuovi impianti petrolchimici e ridurre il consumo di greggio nel settore dell’energia, dando così via libera al greggio per le esportazioni sviluppando principalmente le proprie riserve nazionali senza escludere la possibilità di importare gas. Secondo il programma di transizione nazionale, l’obiettivo per la capacità produttiva di gas secco è un aumento di circa il 50%, fino a raggiungere quota 17,8 miliardi di piedi cubi (BCF) al giorno entro il 2020.

L'energia rinnovabile sarà una parte molto ridotta del mix saudita

Il programma Vision 2030 ha riconfermato l’impegno dell’Arabia Saudita verso le fonti rinnovabili con progetti volti ad aggiungere 9,5 GW di energia rinnovabile entro il 2023. Tuttavia, non è stato ancora fissato alcun quadro legale e normativo per l’utilizzo delle energie rinnovabili. Anche se il Regno saudita raggiungesse il nuovo e ambizioso obiettivo, è importante considerare le cose in prospettiva. Il Paese possiede una capacità di generazione di energia rinnovabile di appena 25 MW (perlopiù energia solare fotovoltaica) installata alla fine del 2015 e, anche con l’obiettivo recentemente annunciato, le rinnovabili costituirebbero appena il 5% del consumo elettrico del Paese, mentre anche la domanda continua a crescere. Per il prossimo futuro, l’aumento della domanda di elettricità sarà soddisfatto principalmente dalle centrali a gas e a petrolio.

La spinta per l'integrazione downstream continuerà

Passando dal settore energetico al downstream, l’Arabia Saudita ha aumentato la propria capacità di raffinazione in maniera significativa negli ultimi anni. Sono molti i fattori che possono spiegare tale spinta. La motivazione più importante è che l’Arabia Saudita è stata costretta a importare prodotti petroliferi costosi, poiché la domanda interna ha staccato di molto la capacità di raffinazione in alcuni prodotti petroliferi come la benzina e il diesel. L’investimento nella raffinazione, inoltre, è ancora considerato da molti policy maker come un passo fondamentale verso la creazione di valore aggiunto convertendo il greggio in prodotti raffinati e stabilendo un legame tra il settore upstream e il petrolchimico, che a sua volta fornisce opportunità per la diversificazione e l’integrazione downstream nella catena di valore completa, includendo lo sviluppo di nuovi settori. L’Arabia Saudita ha notevolmente incoraggiato le proprie industrie petrolchimiche a diversificare il mix di materie prime allontanandosi dall’etano per orientarsi verso prodotti raffinati, come la nafta, il butano e il propano. Oltre ad aumentare la disponibilità di materie prime, l’uso di prodotti raffinati fornisce opportunità per produrre prodotti petrolchimici più sofisticati, che sono necessari per estendere la catena di valore e generare opportunità di lavoro. Infine, la disponibilità limitata di gas per l’utilizzo nel settore dell’energia e le questioni legate alle infrastrutture hanno generato una dipendenza continua dai carburanti liquidi per la produzione di energia, aumentando ulteriormente la domanda interna di prodotti liquidi.

La quotazione di Saudi Aramco dovrà affrontare molti ostacoli

Mentre molti di questi temi rappresentano una continuazione, e forse un’accelerazione, degli obiettivi della politica esistente, un elemento nuovo di Vision 2030 ha provocato un certo scompiglio: la quotazione pubblica di Saudi Aramco. Non è stata annunciata una tempistica esatta, ma il 2017 è stato citato come obiettivo desiderato. L’IPO potenzialmente più grande della storia si annuncia carica di sfide.
Saudi Aramco non possiede le riserve, ma ha il monopolio della produzione. In questo modo, qualsiasi valutazione non sarà basata sul valore della riserva, ma molto probabilmente sui flussi di cassa scontati in futuro, che dipendono dal profitto per barile e dalla quantità di petrolio prodotto. Il profitto per barile dipenderà dal livello di tasse e di royalty che Saudi Aramco restituirà al governo; se le tasse e le royalty che vanno al ministero delle Finanze sono elevate (e attualmente lo sono), allora la valutazione sarà bassa. Il fatto che il governo possa aumentare le tasse su Saudi Aramco introduce anche il "rischio sovrano" e, quindi, i paragoni con società private come ExxonMobil non reggono, poiché non è possibile applicare lo stesso tasso di sconto ai flussi di cassa di Aramco, considerato il maggiore livello di rischio.
Ma gli ostacoli non finiscono qui. Tenendo conto delle dimensioni dell’IPO, potrebbe essere necessaria una quotazione nel mercato dei cambi, poiché la ridotta entità della borsa saudita non può assorbire un’IPO di così elevato valore. Tuttavia, la quotazione al di fuori del Regno saudita aumenterebbe la possibilità di "azioni legali superficiali" contro il Regno stesso. Inoltre, poiché Saudi Aramco perde lo status di "compagnia petrolifera nazionale", potrebbe essere soggetta a procedimenti antitrust.
Sotto molti aspetti, la questione non riguarda tanto quanta liquidità fa crescere l’IPO, ma se l’IPO produrrà un cambiamento nel comportamento di fondo del Regno. Gli azionisti non tengono in considerazione la capacità di riserva e incoraggerebbero uno sviluppo più rapido delle riserve rispetto a un governo. Considerando che l’IPO cederà meno del 5% della società al pubblico, l’azionista di minoranza probabilmente non avrà alcuna influenza su tali decisioni fondamentali. Inoltre, è ovvio che la separazione di Aramco dal ministero dell’Energia non è cosa semplice. C’era stato un tentativo di separare le due parti rimuovendo Al-Naimi dalla carica di Presidente di Saudi Aramco, ma ora siamo tornati al vecchio sistema con Al-Falih che è sia Presidente del Consiglio di Aramco sia Ministro dell’energia.

Cambiamento sì, ma lento e irregolare

Se è vero che tutti gli aspetti fin qui trattati evidenziano delle complessità, tuttavia, questo non significa che non ci sarà alcun cambiamento in Arabia Saudita. Le riforme strutturali sono fortemente necessarie per indirizzare l’economia verso un sentiero più sostenibile e, anche se solo una piccola parte della "visione” è in corso di attuazione, l’economia saudita apparirà diversa nel 2030 rispetto a come è oggi. In questa transizione, il settore energetico continuerà a svolgere un ruolo chiave. Ma oltre a tutto l’entusiasmo, occorre anche essere consapevoli delle sfide future e del tempo necessario per attuare tali modifiche, soprattutto in una società conservatrice e in un’economia basata sul petrolio, in cui il senso dei diritti acquisiti tra i cittadini è elevato, mentre la capacità istituzionale di intraprendere profonde riforme è bassa. Inoltre, le riforme strutturali sono raramente un processo lineare e ci saranno ostacoli da affrontare lungo il percorso. Trasformare l’economia non crea solo vincitori: ci saranno anche gli sconfitti che devono essere protetti dal governo per mantenere il sostegno pubblico per queste riforme. Questo aspetto è fondamentale per garantire una transizione graduale verso un’economia dinamica.

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