Vaca Muerta, chimera o vero tesoro?
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Il governo argentino di Macri deve decidere se è opportuno sviluppare, ad ogni costo, questi giacimenti di idrocarburi oppure concentrarsi su soluzioni più valide a lungo termine

Sin dalla scoperta delle prime tracce di petrolio nel 1907, l’Argentina ha subito le conseguenze delle volubili politiche energetiche dettate dalla politica interna. La direzione populista seguita dalla coppia presidenziale Kirchner-Fernández (2003-2015) è culminata nel 2012 con l’espropriazione della compagnia petrolifera nazionale YPF ai danni di Repsol, il gruppo che ha scoperto il vasto giacimento di scisto di Vaca Muerta. La promessa di aumentare esponenzialmente la produzione di gas e petrolio non convenzionali, però, è stata disattesa e gli squilibri del settore energetico sono diventati economicamente insostenibili. La presidenza Macri ha fatto della riforma energetica il simbolo della propria politica economica, affrontando contemporaneamente i punti deboli della domanda e dell’offerta. E nonostante lo scorso anno il governo abbia approvato un’impressionante serie di misure, in primis il taglio dei sussidi energetici ai consumi e la sottoscrizione di un accordo per incoraggiare lo sfruttamento di Vaca Muerta, gli sforzi tesi ad accelerare il lentissimo sviluppo del bacino di Neuquén rischiano di continuare a deludere le aspettative nel breve termine.

Immense riserve non convenzionali

Nel 2011 Repsol-YPF ha confermato la presenza di immense riserve di gas e petrolio non convenzionali in corrispondenza di Vaca Muerta, una formazione gas-petrolifera del bacino di Neuquén nel sud dell’Argentina, con una superficie paragonabile a quella del Belgio. In termini di estensione, Vaca Muerta è il secondo giacimento di gas di scisto e il primo di petrolio di scisto al mondo, e dal momento della scoperta ha alimentato la speranza dei governi che si sono succeduti negli anni di imitare la rivoluzione dello scisto in atto negli Stati Uniti e in Canada. Sebbene l’Argentina disponga di altre riserve convenzionali e non convenzionali, Vaca Muerta ha il doppio merito di compensare il declino della produzione convenzionale e di inaugurare l’esplorazione e la produzione di scisto, che potrebbe essere estesa anche ad altre aree del Paese. Al momento della scoperta, la produzione di gas e petrolio era in calo da ormai un decennio e l’importazione di energia stava registrando la prima impennata in 20 anni. Il gabinetto del presidente Fernández ha visto nello sviluppo del gas di scisto una soluzione semplice alla grave crisi energetica, che evitava di adottare misure impopolari per gestire l’aumento della domanda energetica, quali ad esempio la riduzione degli elevati sussidi ai consumi. Nemmeno i generosi incentivi per la produzione di petrolio e gas, tuttavia, sono riusciti ad arrestarne il declino. Nel 2016 la produzione petrolifera stava regredendo ai livelli del 1991, mentre la produzione di gas ha iniziato ad aumentare solo nel 2015 fino a raggiungere, nel 2016, i livelli del 2000. L’esplorazione di giacimenti non convenzionali si è dimostrata più impegnativa del previsto e, per quanto l’Argentina sia stata la terza nazione, dopo Stati Uniti e Canada, ad aver perseguito l’esplorazione e la produzione di giacimenti non convenzionali, non è comunque all’altezza delle controparti in termini di pozzi e soprattutto di costi di produzione. Il rendimento di Vaca Muerta sarebbe paragonabile a quello di giacimenti fruttuosi come l’Eagle Ford, ma i costi di produzione sono circa il doppio rispetto a quelli sostenuti dagli Stati Uniti. Gli attori in campo sono principalmente YPF e alcune compagnie petrolifere internazionali, tutte in attesa che le condizioni interne (sovvenzioni alla produzione) e globali (aumento del prezzo del petrolio) migliorino prima di affrettarsi a prendere decisioni definitive sugli investimenti. La situazione è completamente diversa rispetto a quella statunitense, dove una miriade di piccole e medie imprese ha potuto contribuire allo sviluppo dei bacini scistosi approfittando di un ecosistema molto più competitivo e, almeno all’inizio, dei prezzi elevati di gas e petrolio. Gli elevati costi di produzione, uniti ai prezzi globalmente più bassi e all’instabilità politica nazionale, spiegano la riluttanza delle compagnie straniere ad aumentare gli investimenti nell’area di Vaca Muerta. Fino a poco tempo fa, gli investimenti finali sono stati di modesta entità permettendo alla produzione di petrolio e gas di scisto di registrare un leggero aumento ma non di compensare la crisi dei giacimenti convenzionali (solo di gas negli ultimi due anni). Tuttavia, l’elezione di un nuovo presidente votato alla causa della riforma economica ha modificato il panorama energetico argentino e rinnovato l’interesse a sviluppare le enormi riserve di petrolio e gas non convenzionali del Paese.

Politiche energetiche instabili

Gli idrocarburi costituiscono l’85 percento del mix energetico argentino e sono fondamentali per la generazione di elettricità, dato che rappresentano circa i due terzi di generazione di elettricità e di potenza installata. Analogamente ad altri settori, le politiche energetiche sono da sempre in balia degli interessi politici e dei bruschi cambi di rotta da una presidenza all’altra. Negli anni ’90, ad esempio, Menem ha adottato misure favorevoli al mercato, tra cui la deregolamentazione del settore energetico, la privatizzazione di compagnie pubbliche come YPF e la liberalizzazione degli scambi energetici con l’estero. Tali provvedimenti, però, sono stati revocati in seguito alla pesante crisi economica del 2001, che ha imposto il congelamento delle tariffe dei servizi pubblici, la conversione in pesos dei contratti in dollari stipulati dalle utility – con conseguente svalutazione – e il ripristino delle tasse all’esportazione. Dettate dalla contingenza, queste e altre misure interventiste sono state non solo mantenute dalle presidenze Kirchner-Fernández, ma anche consolidate nel periodo di rapida ripresa che ha seguito la crisi. Nel corso di questi mandati, il settore energetico è stato in effetti il più incentivato. I sussidi al consumo di energia elettrica, pensati inizialmente per ridurre il tasso di povertà, sono addirittura aumentati con la ripresa economica, diventando il marchio di fabbrica delle politiche energetiche peroniste di Kirchner. Per quanto riguarda l’approvvigionamento, la misura più importante è stata l’espropriazione e la nazionalizzazione nel 2012 di Repsol-YPF, dopo la sua scoperta di Vaca Muerta. Entro quello stesso anno, la crescita economica entrò in fase di stallo e i sussidi economici, che rappresentavano circa il 3 percento del PIL, divennero insostenibili a livello fiscale. Per accelerare la produzione gas-petrolifera, il governo ha modificato nuovamente le politiche in vigore, allentando alcune restrizioni come i controlli all’esportazione e fissando i prezzi gas-petroliferi a bocca di pozzo al di sopra dei prezzi globali di mercato. Per dare nuovo impulso all’esplorazione e alla produzione di gas è stato approntato un piano specifico, "il Plan Gas", che prevede tariffe agevolate fino al 2017, e nel 2015 è stata formulata una soluzione analoga per contrastare il crollo del prezzo internazionale del petrolio, meglio nota come "barril criollo". Misure che si sono rivelate sempre più onerose, dal momento che la battuta d’arresto dei mercati gas-petroliferi mondiali è durata più del previsto. Consapevole della necessità di attirare investimenti stranieri per sviluppare le risorse non convenzionali del Paese, il Congresso ha accettato di corrispondere a Repsol 5 miliardi di dollari in obbligazioni per l’espropriazione di YPF. Malgrado ciò, la nazionalizzazione della compagnia è un chiaro esempio di come le politiche argentine degli ultimi anni siano state improntate alla totale mancanza di rispetto delle leggi e dei diritti di proprietà.

Aria di cambiamento

L’estrema incoerenza e instabilità delle strategie energetiche argentine è qualcosa che va oltre la volontà politica dei vari governi e rimane un ostacolo allo sviluppo sostanziale e progressivo delle risorse nazionali di petrolio e gas di scisto. In realtà, questa instabilità affonda le sue radici nelle caratteristiche intrinseche del sistema politico interno, definito da un complesso mix istituzionale di ultra-presidenzialismo, federalismo competitivo, democrazia basata sulla delega e influenza dei sindacati. Una peculiarità che si è tradotta in politiche economiche estremamente variabili e in un circolo vizioso che alterna fasi di rapido sviluppo a interminabili periodi di stagnazione. Una configurazione istituzionale di questo tipo solleva in particolare un interrogativo: le profonde riforme energetiche avviate da Macri nel primo anno di mandato saranno politicamente sostenibili per un arco di tempo abbastanza lungo da poter sfruttare appieno il potenziale delle riserve argentine non convenzionali? Eletto nel dicembre del 2015, il presidente Macri ha fin da subito puntato sull’energia per sostenere la riforma economica. L’attuale ministro dell’Energia, Aranguren, è un professionista che gode di grande stima nel settore. Fino al 2015 è stato presidente della filiale argentina di Royal Dutch Shell, nonché uno dei maggiori oppositori dichiarati delle politiche energetiche peroniste. Pochi mesi dopo la sua nomina, il suo ministero ha decretato il taglio immediato dei sussidi al consumo di gas e petrolio per ottenere prezzi più “sinceri”, dall’eufemismo "sincerar precios" adottato dal governo per evitare l’impopolarità degli aumenti di prezzo. La manovra è stata criticata dall’opposizione peronista e in parte sospesa dalle autorità giudiziarie. Aranguren ha comunque perseverato, riuscendo in buona parte a ridurre i sussidi e i relativi oneri fiscali. La sostanziale flessione della domanda di gas e petrolio registrata negli ultimi mesi è il primo segnale dell’efficacia delle politiche intraprese per bilanciare il mercato dell’energia. La proattività del ministero di Aranguren ha interessato anche la fornitura. Il traguardo più importante è stato un accordo annunciato lo scorso febbraio per stimolare le sviluppo delle riserve nazionali di idrocarburi. Tanto per cominciare, il Plan Gas è stato prolungato fino al 2020, limitando però il prezzo minimo offerto ai produttori a 7,5 dollari/MBtu (comunque al di sopra dei prezzi globali di mercato) solo per i nuovi pozzi del bacino di Neuquén e stabilendo un piano d’azione per assicurare una riduzione dei prezzi progressiva. L’accordo prevede inoltre l’annullamento graduale del barril criollo, fissando un prezzo iniziale di 59,4 dollari/barile per il petrolio del bacino di Neuquén e di 48,3 dollari/barile per quello del bacino di San Jorge, con una diminuzione mensile che consentirà di raggiungere i prezzi internazionali del WTI entro la fine del 2017. Le tasse sull’esportazione del greggio e dei prodotti petroliferi, diretta conseguenza della svalutazione del 2002, sono state revocate. Il governo auspica che, nei prossimi anni, il prezzo di gas e petrolio aumenti e che i produttori locali riescano ad abbattere i costi di produzione, in modo da poter eliminare definitivamente i prezzi agevolati. Inoltre sono state lanciate varie iniziative per aumentare la concorrenza e la trasparenza nel mercato retail, sensibilizzando ad esempio i consumatori sui prezzi della benzina. Per suggellare questo impegno nei confronti della stabilità e della coerenza politica, l’accordo è stato strutturato in modo inclusivo, con la partecipazione del governo federale, del governo provinciale di Neuquén, delle compagnie gas-petrolifere e dei sindacati. Oltre alla "flessibilizzazione" delle condizioni di lavoro nei costosi giacimenti non convenzionali di Vaca Muerta, sono state ideate molteplici soluzioni per potenziare la produttività e puntare a costi di produzione ed esplorazione paragonabili a quelli del Nord America. Una tale concessione da parte dei potenti sindacati petroliferi fa ben sperare per quanto riguarda l’adozione di condizioni di lavoro più flessibili anche in altri bacini e, in definitiva, nell’intero settore energetico. Ad esempio, un accordo simile è stato negoziato nel bacino di San Jorge, sede del giacimento petrolifero più grande del Paese: Cerro Dragón. L’accordo include anche l’impegno, da parte del governo provinciale di Neuquén, a non aumentare le imposte e a investire nelle infrastrutture di trasporto per migliorare la logistica e la produttività dei fattori. In caso di esito positivo, il governo potrebbe persino usare la riforma energica come modello istituzionale per altre riforme strutturali.

Vaca Muerta: c'è ancora vita?

Le ambiziose riforme energetiche a 360° intraprese dalla presidenza di Macri per attirare gli investimenti stranieri nel settore gas-petrolifero, e in particolare l’accordo su Vaca Muerta, hanno risvegliato l’interesse di alcune compagnie nello sviluppo del giacimento. Grazie alle nuove politiche, è probabile che nei prossimi anni si assisterà a un maggiore investimento nelle attività di esplorazione e produzione. In cambio delle summenzionate agevolazioni, l’accordo ratifica l’impegno delle principali parti coinvolte (la compagnia di stato argentina YPF, la Pan American Energy e le compagnie internazionali Chevron, Shell, Dow e Total) ad aumentare gli investimenti a Vaca Muerta a 5 miliardi di dollari nel 2017, per poi versare 15 miliardi all’anno. Sulla stessa scia, sono già stati annunciati nuovi investimenti. Negli ultimi mesi YPF ha sottoscritto tre accordi: un progetto del valore di 300 milioni di dollari con Shell a febbraio; un memorandum d’intesa da 500 milioni di dollari con PAE, Wintershell e Total a marzo; un contratto da 400 milioni di dollari con Schlumberger ad aprile. Ma il progetto più significativo lanciato finora è quello del gruppo italo-argentino Techint, che ha intenzione di investire 2,3 miliardi di dollari tra il 2017 e il 2019. A prescindere dalle recenti riforme, lo sviluppo delle riserve gas-petrolifere non convenzionali argentine deve ancora affrontare numerosi ostacoli: prezzi del petrolio bassi in un contesto concorrenziale agguerrito per guadagnare quote di mercato; la lenta evoluzione del quadro normativo nazionale su gas e petrolio con conseguenti problemi di produttività strutturale (mancanza di infrastrutture, di concorrenza e di flessibilità del lavoro); la sostenibilità e la durata delle attuali politiche per un tempo sufficiente ad aumentare progressivamente gli investimenti per risollevare le sorti della produzione di petrolio e gas di scisto. Non è una coincidenza che, nonostante i continui annunci di ingenti piani d’investimento nell’area di Vaca Muerta, divulgati dopo l’espropriazione di Repsol-YPF e l’enorme potenziale del giacimento, finora le concessioni che hanno avviato la produzione sono solo 2 su 17. In effetti, la maggior parte delle infrastrutture e delle attività è concentrata a Loma Campana, il primo giacimento di Vaca Muerta sottoposto a uno sfruttamento intensivo da parte di YPF e Chevron dal 2013. In un’ottica di riduzione dei costi, la maggior parte dei nuovi investimenti si sono concentrati in questa zona o in aree limitrofe come Bandurria Sur. In ogni caso, lo sviluppo di Vaca Muerta è un processo graduale che richiederà ancora tempo. Stando al recente e ottimistico rapporto dell’IHS "Vaca Muerta Insight Series: Supply Scenarios for Argentina’s Energy Future", bisognerà aspettare il 2040 prima che il gas di scisto argentino possa soddisfare la domanda interna, mentre l’esportazione è più difficile da ipotizzare ma non impossibile, se supportata da politiche ad hoc. Il rapporto suggerisce, in particolare, che il gas di Vaca Muerta sarebbe più interessante del petrolio, con prezzi di pareggio inferiori ai 7,50 dollari/MBtu previsti dal Plan Gas, soprattutto nelle aree più produttive. L’unico neo è che per concretizzare questo scenario servirebbero investimenti nell’ordine degli 8 miliardi di dollari all’anno fino al 2040 – un importo non indifferente per un Paese che nei primi nove mesi del 2016 ha ricevuto meno di 5 miliardi di dollari in investimenti stranieri per l’intera economia, ossia il 50 percento in meno rispetto allo stesso periodo del 2015. Per quanto promettente quindi, il risultato non potrà eguagliare la rivoluzione dello scisto statunitense. Non esisterà mai un’"Argentina Saudita". D’altro canto, diverse misure politiche implementate dalla nuova presidenza, in particolare le agevolazioni sui prezzi a bocca di pozzo, dipendono dal mercato internazionale. La ripresa del prezzo del petrolio potrebbe impiegare più tempo del previsto, trasformando l’agevolazione dei prezzi a bocca di pozzo in un peso per il governo e mettendo a rischio la sostenibilità politica e fiscale delle riforme energetiche. Qualora l’incremento delle attività di esplorazione e produzione non convenzionali dovesse rivelarsi troppo lento, la politica energetica argentina dovrà rassegnarsi a una linea di condotta restrittiva dal punto di vista della domanda per poter contenere i consumi e allinearsi ai prezzi dell’energia internazionali. La strategia adottata dal governo comporta un costo notevole a livello politico, che l’attuale presidente deve dimostrare di poter sostenere nel tempo. L’atteggiamento pragmatico del governo, improntato alla negoziazione di accordi inclusivi e all’implementazione di modifiche graduali, ha consentito di riaccendere l’interesse per Vaca Muerta, dove finora gli incrementi della produzione sono stati modesti e trascurabili. Senza dubbio, questo tipo di politiche attirano potenziali investitori stranieri, ma Macri non deve dimenticare la lezione imparata dai suoi predecessori in merito ai rischi che si corrono nutrendo aspettative elevate e venendo meno alla promessa di straordinari guadagni dallo scisto. Un approccio realistico e graduale potrebbe rivelarsi più credibile ed efficace sul medio termine rispetto a una prematura "corsa allo scisto" in un panorama globale e nazionale ancora inadeguato. Ma soprattutto, il governo Macri deve decidere se è opportuno sviluppare, letteralmente ad ogni costo, i giacimenti di Vaca Muerta oppure concentrarsi su soluzioni più valide a lungo termine, piuttosto che continuare a sovvenzionare i prezzi a bocca di pozzo.