Il picco del populismo
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Il risultato delle elezioni olandesi sembra aver decretato un allentamento dei venti nazionalisti che soffiano in molte parti d'Europa e anche oltre l'Atlantico. Ma non sembra che i leader di questi movimenti, primo fra tutti lo sconfitto Wilders, vogliano abbandonare la scena politica continentale. E ora si attendono gli esiti di Francia e Germania

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Mutuando un’espressione tipica dell'industria petrolifera, ci si potrebbe chiedere se l'ondata populista nella politica europea abbia raggiunto il suo picco. I risultati elettorali di questa settimana nei Paesi Bassi sembrano suggerire proprio questo. La netta vittoria di Mark Rutte, primo ministro olandese, sul suo più grande rivale - il populista Geert Wilders, considerato favorito fino a una quindicina di giorni fa - non significa necessariamente che la stessa reazione la possano avere gli elettori nelle imminenti elezioni presidenziali in Francia, dove i sondaggi, attualmente, danno Marine Le Pen, leader del Front National, in vantaggio al primo turno, né in Germania, dove il voto è previsto per la fine di settembre. Tuttavia, l’esito olandese suggerisce senz’altro che il sentimento nazionalista che ha portato alla Brexit nel Regno Unito e all'elezione di Donald Trump alla Casa bianca lo scorso anno difficilmente si affermerà con la stessa forza nella vecchia Europa. Emmanuel Macron (ex banchiere ed ex ministro delle Finanze francese, candidato centrista favorito in Francia e che si prevede possa battere Marine Le Pen al secondo turno delle elezioni presidenziali), ha twittato subito dopo la vittoria di Rutte: il risultato olandese ha mostrato che "l’avanzata dell’estrema destra non è inevitabile". Il voto nei Paesi Bassi di questa settimana ha inaugurato una stagione elettorale molto intensa ed è stato visto da molti come un importante test per i partiti nazionalisti, anti-immigrazione, anti-UE e contrari all’euro che hanno guadagnato terreno in Europa. Per queste ragioni, le elezioni nei Paesi Bassi hanno attirato molto di più l’attenzione dell'opinione pubblica internazionale rispetto al passato, quando i sondaggi olandesi e il sistema proporzionale che portava a complicati governi di coalizione venivano in gran parte ignorati dal resto del mondo.

Affluenza record e disfatta laburista

Il significato del voto, inoltre, non sembra essere sfuggito agli stessi olandesi, che si sono presentati alle urne con numeri da record e un tasso di partecipazione superiore all’80 per cento, il più elevato degli ultimi 30 anni. Wilders, che ha cavalcato l'ondata populista successiva alla Brexit e all’elezione di Trump, sembrava sul punto di ottenere il maggior numero dei 150 seggi del nuovo parlamento olandese, chiudendo altresì con 20 seggi, mentre Rutte ne ha ottenuti 33. Il Partito per la Libertà di Wilders (PVV) aveva ottenuto più seggi nel 2010, anche se ha migliorato la propria prestazione rispetto alle elezioni parlamentari del 2012. Sebbene il partito conservatore di Rutte (VVD) abbia perso 8 seggi, appena due settimane fa si prevedevano perdite ben maggiori, quando alcuni sondaggi attribuivano a Wilders 28 seggi. Anche se il carismatico leader nazionalista avesse vinto, non sarebbe comunque stato in grado di formare un governo di coalizione (tutti gli altri partiti avevano messo in chiaro che non avrebbero partecipato a una coalizione con Wilders), ma certamente una sua vittoria avrebbe esercitato enormi pressioni politiche all’interno del paese e avrebbe rappresentato un’iniezione di fiducia per le campagne elettorali di Marine Le Pen in Francia, del partito Alternativa di Frauke Petry in Germania e dei partiti nazionalisti, populisti e anti-UE in Italia e altrove in Europa. La grande affluenza sembra aver aiutato il partito di Rutte, ma anche un certo numero di partiti filo-europei tra cui il partito di centro-destra CDA e il partito liberale centrista D66, i quali hanno entrambi ottenuto 19 seggi, solo uno in meno rispetto a Wilders. Anche il partito di sinistra dei Verdi ha raggiunto un ottimo risultato, quadruplicando di fatto la propria presenza nel nuovo Parlamento con 14 seggi, rispetto ai 4 del 2012. Il maggiore sconfitto è stato il partito laburista, partner di coalizione del VVD negli ultimi 5 anni, che ha perso tre quarti dei suoi seggi ottenendone solo 9, a discapito dei piccoli partiti di sinistra. Il partito laburista ha pagato a caro prezzo le politiche di austerità attuate dal governo di coalizione, poco apprezzate dal suo elettorato tradizionale, anche se tali politiche hanno migliorato la situazione economica dei Paesi Bassi, oggi più solida e stabile.

Populismo e nazionalismo in discesa?

Il risultato elettorale olandese ha creato uno scenario politico ancora più frammentato rendendo il compito di formare dei governi di coalizione sempre più difficile. Ma il Paese, nel suo complesso, sembra avere fermamente voltato le spalle al populismo estremista di Wilders, che prevede un divieto all’immigrazione, la chiusura delle moschee e l’uscita dei Paesi Bassi dall'UE e dalla zona euro. Anzi, l'80 per cento della popolazione sembra decisamente pro-europea secondo recenti sondaggi. A favore di Rutte ha giocato anche il fatto che il suo sfidante, il populista biondo ossigenato Wilders, non rappresentava una novità sulla scena politica olandese, come lo sono state lo scorso anno l’elezione di Donald Trump e la Brexit. Wilders è un membro del parlamento da 19 anni e per un certo periodo ha partecipato alla coalizione di Rutte, prima di allontanarsene e di adottare forme sempre più estreme di populismo. Contemporaneamente, le novità della Brexit e di Donald Trump hanno iniziato a perdere mordente e hanno lasciato i nazionalisti, sia negli Stati Uniti che nel Regno Unito, piuttosto confusi in merito al risultato finale delle loro scelte. I primi giorni della dirompente presidenza Trump sono stati caotici per usare un eufemismo. Le conseguenze economiche della Brexit sono ancora ignote, così come incerto è il destino dei negoziati del Regno Unito con l'UE. E ora la Scozia minaccia nuovamente di voler uscire dal Regno Unito proprio a causa della Brexit. Tutta l’incertezza che incombe sul Canale della Manica, e al di là dell'Oceano Atlantico, sembra aver ridimensionato le spettacolari vittorie populiste dello scorso anno nel Regno Unito e negli Stati Uniti, anche tra gli elettori olandesi che avevano appoggiato il partito di Wilders. È interessante notare che nei Paesi Bassi sembra esserci stata una marcata differenza rispetto al voto sulla Brexit nel Regno Unito e alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. In entrambi i voti del Regno Unito e degli Stati Uniti, gli elettori più anziani hanno mostrato una maggiore propensione ad appoggiare i partiti anti-establishment. Nei Paesi Bassi, gli over 65 hanno rappresentato la fascia d’età meno favorevole a sostenere il PPV di Wilders e, al contrario degli altri partiti populisti in Europa come il Front National in Francia, gli elettori del PVV sono relativamente giovani e concentrati nelle zone rurali più povere.

L'esito delle elezioni olandesi suggerisce senz'altro che il sentimento nazionalista che ha portato alla Brexit nel Regno Unito e all'elezione di Donald Trump alla Casa Bianca difficilmente si affermerà con la stessa forza nella vecchia Europa

Le reazioni del vecchio continente e l'orizzonte francese

I partiti populisti e anti-establishment non sono affatto in procinto di sparire, né nei Paesi Bassi, né altrove in Europa. La politica populista è destinata a durare, come Wilders ha precisato dopo il deludente risultato del suo partito, avvertendo inoltre Rutte che lui non ha ancora detto l’ultima parola e che "la primavera patriottica" è pronta a esplodere. Che lo si voglia o no, l'estremismo, o almeno il sentimento anti-establishment e anti-elitario, sta diventando la norma in Europa. Date le circostanze, i risultati delle elezioni nei Paesi Bassi sono stati un sollievo per le capitali europee e presso la Commissione europea. Il Primo Ministro italiano Paolo Gentiloni ha scritto su Twitter: "No Nexit. La destra anti UE ha perso le elezioni nei Paesi Bassi. Impegno comune per cambiare e rilanciare l'Unione". Anche Martin Schulz, leader socialdemocratico tedesco ed ex presidente del Parlamento europeo, ha scritto su Twitter: "Geert Wilders non poteva vincere le elezioni. Sono sollevato. Ma dobbiamo continuare a combattere per un'Europa aperta e libera". Il test successivo, e anche il più importante, saranno le elezioni francesi tra poche settimane. Secondo la maggior parte dei sondaggisti, Marine Le Pen probabilmente non riuscirà a vincere nel secondo e decisivo turno di votazioni, anche qualora dovesse vincere al primo turno. Ma continuerà a esercitare la propria influenza sulla politica francese anche dall'esterno, così come Wilders nei Paesi Bassi. Anzi, si può dire che Rutte, in ultima analisi, abbia messo a segno la sua vittoria elettorale adottando una linea più dura sull'immigrazione e sull'integrazione al fine di fermare la fuga dei suoi elettori verso il partito di Wilders e, contemporaneamente, contrastando con forza il presidente turco negli ultimi giorni della campagna elettorale. Il voto olandese può aver dato l'impressione che il populismo in Europa abbia ormai raggiunto il suo picco ma, proprio come accade per il petrolio, potrebbe essere troppo presto per dirlo con certezza.