Un ponte a lunga campata

Un ponte a lunga campata

Gianni Di Giovanni
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Il gas sarà sempre più protagonista nell'agone energetica mondiale perché rappresenta la fonte ideale verso una transizione di produzione sempre più "pulita". Lo sostengono gli esperti che intervengono sul numero 33 di Oil e che prefigurano un orizzonte in cui l'oro blu si prepara a sorpassare le altre risorse fossili

Less carbon, more gas. Potrebbe essere racchiusa in questo payoff la mission che il settore energetico mondiale si è prefissata per garantire un futuro più sostenibile al pianeta. Un principio su cui concordano, nella forma e nella sostanza, anche le analisi che ospitiamo nel numero 33 di Oil, che già dalla copertina inneggia al ruolo di "ponte" che l’oro blu può giocare in vista di una transizione energetica più radicale. Lo ribadisce Amine Mazouzi, presidente dell’algerina Sonatrach, quando conferma che i prossimi anni vedranno "gas e rinnovabili" condividere uno spazio sempre più consistente all’interno del mix energetico mondiale, parere avallato anche da Klaus-Dieter Borchardt, direttore per il Mercato interno dell’energia della Commissione UE, quando sottolinea come, in nome di una maggiore sicurezza energetica continentale, tutti gli Stati membri dell’Unione dovranno beneficiare dello stesso livello di accessibilità al GNL. Gli Stati Uniti, in questo scenario, vogliono assumere una posizione di leadership, se, come sembra, la nuova Amministrazione si appresta ad affrancare il settore degli idrocarburi dai vincoli, più o meno restrittivi, imposti in passato e sviluppare l’export di GNL, che tanto interessa anche l’Europa. Un salto in avanti di Washington che potrebbe "minacciare" la supremazia russa al di là degli Urali, anche se la presenza energetica di Mosca nel vecchio continente, come sottolinea il politologo Konstantin Simonov, non è mai stata così radicata. Ma la via della supremazia statunitense sembra oramai tracciata.

Il nuovo primato degli USA e le aspettative della Cina

Secondo Mehmet Ögütçü presidente del Global Resources Partnership è oltreoceano che sembra snodarsi il nuovo asse del petrolio, dal Canada al Dakota e al Texas meridionale, e fino ai giacimenti offshore vicino al Brasile. Un canovaccio inedito che potrebbe, a breve, resettare alcuni equilibri energetici mondiali che si riteneva fossero "incisi nella pietra" ma che invece sembrano destinati a cambiare. L’avvento dell’era del gas, come sottolinea l’ambasciatore Morningstar, direttore dell’Atlantic Council Global Energy Center, non sarà circoscritta all’arco di tempo che separa il mondo dall’affermazione definitiva delle rinnovabili, ma sopravvivrà a lungo, anche a fronte della pressione che molti Paesi produttori stanno esercitando. A questo gruppo si ascrivono di diritto anche l’Iran e l’Arabia Saudita, protagonisti, su fronti spesso contrapposti, di una trasformazione energetica, come ci racconta Bassam Fattouh, e che registrano una crescita nei livelli di estrazione del gas. D’altro canto, l’Europa, come sottolinea Paul Betts, ha provveduto, nel corso degli ultimi decenni, a sviluppare le proprie infrastrutture per l’importazione e lo stoccaggio del gas in maniera forse sovradimensionata. Il cosiddetto "Piano decennale di sviluppo della rete" dell’UE prevedeva infatti un aumento dell’8% della domanda di gas tra il 2010 e il 2013. Gli ultimi dati rilevano però una domanda in calo del 14%. Anche Pechino sembra stare alla finestra in attesa delle decisioni che la Casa Bianca assumerà in tema, soprattutto, di cambiamenti climatici. Il Dragone non può permettersi di abbandonare il percorso verso l’affermazione di una strategia energetica "low carbon” e per questo sembra graniticamente fermo sugli impegni assunti dopo la firma degli Accordi di Parigi. Una situazione globale che si potrebbe quindi definire "magmatica" ma che non tarderà a offrire quelle risposte che la comunità globale attende e che, siamo convinti, riconquisterà naturalmente un suo equilibrio.