Un Clima da resa dei conti

Un Clima da resa dei conti

Giancarlo Strocchia
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Il mondo attende la decisione di Trump su un possibile "rigetto" a breve dei Trattati di Parigi sul Clima. Ma sarà una vera sconfitta per la comunità internazionale, intenta a combattere gli effetti nefasti dell'aumento incontrollato delle temperature o il mondo potrà proseguire senza timori sulla via della salvaguardia globale?

Orientativamente, se dovessimo basarci sulle consuetudini invalse con l’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca, dovremmo ritenere che la decisione del presidente americano sulla permanenza, o meno, degli Stati Uniti nel circolo dei paesi virtuosi che aderiscono agli Accordi di Parigi sul clima potrebbe arrivare semplicemente via Twitter. Dopo Taormina, le voci contraddittorie sul tema si sono succedute a cadenza quasi oraria, ma il presidente non sembra ancora intenzionato a sciogliere la riserva. Ai colleghi del G7, complice probabilmente il gioviale clima siciliano, Trump ha fatto intravedere una possibile marcia indietro, salvo poi, varcato l’Atlantico, tornare sui suoi passi e, soprattutto, confermare le promesse elettorali. In realtà, una decisione che dovesse vedere Washington sfilarsi dagli accordi del 2015 scontenterebbe non solo i partner del Gruppo dei Grandi, ma anche una fetta consistente dell’establishment interno al paese, oltre ai gruppi di pressione sull’Ambiente e la Salute e molti esponenti "storici" dello stesso partito Repubblicano. Intanto si studia la strategia migliore. In effetti, il divorzio non sarà di quelli istantanei. Secondo quanto prevedono gli stessi trattati parigini, i paesi aderenti non possono chiedere l’ufficiale recesso dall’accordo prima dei tre anni dalla sua entrata in vigore, che decorre dal novembre 2016. Il che significa che il piano di disimpegno tanto agognato da Trump non può essere più breve di tre anni, arco temporale entro il quale gli Stati Uniti potrebbero anche avere un ripensamento. 

Meglio gli USA dentro o fuori?

In effetti, alcuni analisti ed esperti di Ambiente non sarebbero così disperati all’idea di una fuoriuscita degli USA da Parigi. Come molti osservano, se Trump decidesse di tenere fede alla firma dell’accordo, quasi sicuramente assumerebbe un atteggiamento indolente, per non dire avverso, rispetto ai programmi agli impegni assunti nel 2015 e che dovrebbero gradualmente tradursi in provvedimenti concreti, e ciò a scapito di un generale progresso "sul campo" della strategia di protezione del pianeta dal nefasto innalzamento delle temperature. Luke Kemp, politologo ed esperto di clima dell’Australian National University, ha azzardato l’ipotesi che "con o senza gli USA gli accordi di Parigi andranno avanti. La presenza o meno di Washington non influirà né sui programmi di raccolta dei finanziamenti che andranno a costituire il Green Climate Fund, una piattaforma di supporto ai paesi meno sviluppati affinchè anche loro possano avviare i programmi di salvaguardia ambientale, né potranno arrestare il processo, si spera irreversibile, che coinvolge il resto del mondo. È recente la notizia che Unione Europea e Cina stiano elaborando un piano ambientale di intervento comune proprio per fronteggiare il possibile arretramento degli Stati Uniti.

Coerenza interna e internazionale

Del resto, la linea di condotta di Trump sul fronte dell’Ambiente segue una sua coerenza operativa sia sul fronte interno che rispetto al panorama internazionale. Così come già annunciato in campagna elettorale, e forte dell’appoggio del Segretario del Dipartimento Statunitense per l’Energia, Richard Perry, Trump sta gradualmente smontando l’architettura "eco-friendly" impostata dal suo predecessore, indebolendo molti programmi nazionali - come il Clean Power Plan per il settore dell'elettricità e le norme per le emissioni di gas serra – che, secondo quanto sostenuto da Obama, avrebbe rappresentato lo strumentario operativo che avrebbero permesso al Paese di raggiungere gli obiettivi sottoscritti a Parigi. Lo stesso Kemp sostiene che, senza di essi, il paese "probabilmente smarrirà il proprio obiettivo di difesa dagli effetti dei cambiamenti climatici". A questo punto non ci resta quindi che attendere, al netto di ogni tipo di supposizione, il tweet definitivo, quello che sancirà, ancora una volta e a costo di ogni possibile conseguenza, "America First".