Un cambio di scenario

Un cambio di scenario

Gianni Di Giovanni
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Il riassestamento del mercato petrolifero scaturito dall'accordo tra i membri OPEC e 11 paesi non-OPEC sembra reggere, anche se, come si evince dai contributi riuniti all'interno del numero 34 di Oil, molti sono gli elementi che potrebbero influire sulla persistenza del nuovo equilibrio

Sembrava una chimera. Ogni pregresso tentativo di conciliare le posizioni dei membri interni all’OPEC per porre un argine consensuale alle periodiche oscillazioni del mercato del greggio aveva prodotto risultati, se non proprio inefficaci, quantomeno di scarsa durata. Gli interessi nazionali hanno spesso prevalso rispetto al bene comune, rivelando resistenze che, in realtà, riflettevano le differenze sociali ed economiche dei Paesi che fanno storicamente parte del Cartello, uniti dal benevolo destino di ospitare sul proprio territorio considerevoli riserve di petrolio ma spesso diametralmente distanti per tradizione, vicende storiche e radici culturali. Ora il cambiamento. Prima ad Algeri e poi a Vienna, tra settembre e novembre 2016, è successo ciò che molti osservatori internazionali ritenevano altamente improbabile: la sottoscrizione di un accordo che, oltre a sancire riduzioni ben precise sul versante della produzione di greggio, ha stabilito nuovi equilibri interni ed esterni all’Organizzazione, raggiunti anche per restituire ossigeno a bilanci pubblici ed economie che, molto spesso, fanno affidamento quasi esclusivamente sui proventi del petrolio, e che quindi molto hanno pagato alla discesa repentina delle quotazioni, dal 2014 ad oggi.

Un evento di portata storica

Ne è convinto Mohammad Sanusi Barkindo, segretario generale dell’OPEC, che osserva come alla politica dei veti incrociati stavolta si sia sostituita la ragionevolezza, così da dar vita ad ''un evento storico''. Come spiega in maniera esaustiva Moisés Naím, gli alti prezzi precedenti alla crisi post-2014 avevano favorito la produzione di shale oil statunitense con la conseguente sovrabbondanza di greggio sui mercati mondiali, e la pressione ribassista sulle quotazioni. In prima battuta il Cartello aveva deciso di mantenere inalterate le quote di produzione per frenare l’espansione americana, ma alla lunga l’incidenza negativa di tale scelta sulle casse dei Paesi membri, prima fra tutte l’Arabia Saudita, ha costretto il Cartello ad addivenire a più miti, e vantaggiosi, consigli, rivedendo la propria strategia protezionistica e procedendo al ridimensionamento delle estrazioni per sostenere i prezzi. Ad oggi sembra proprio che gli impegni assunti dai “negoziatori” abbiano prodotto risultati incoraggianti, se i tagli previsti avevano raggiunto, a gennaio 2017, la quota del 90 percento rispetto a quanto stabilito. Ma Mosca e Washington non stanno a guardare. La prima ha guidato il contingente di paesi non-OPEC verso l’intesa, e Yusufov, ex ministro russo dell’Energia, ripercorre nel suo articolo gli episodi attraverso cui il suo Paese ha contribuito, nel corso dei decenni, alla costruzione di una politica energetica mondiale.

Le posizioni di USA e Arabia Saudita

Dagli USA si attendono segnali nuovi. Le prese di posizione energetiche di Trump, come ci raccontano Molly Moore e Sarah Ladislaw, sono ancora accennate ma già al vaglio della comunità internazionale. Sarà veramente una politica all’insegna del rilancio della produzione interna di idrocarburi e del bando di ogni restrizione alle trivellazioni? È ancora presto per dirlo. L’Arabia Saudita, nel contempo, ricerca una via economica alternativa, anche nelle rinnovabili, alla dipendenza dall’oro nero, come ci spiega Bassam Fattouh, mentre Nigeria, Iraq e Venezuela, grazie alla ripresa del barile, vedono forse diradarsi le nubi economiche che avevano offuscato l’orizzonte di una prossima ripresa economica. Intanto la domanda di petrolio corre, e lo farà ancora per un po’ di tempo spinta, come sottolinea Lazlo Varro, capo economista della IEA, soprattutto dal settore dei trasporti, una crescita che, come raccomanda lo stesso Varro, impone una ripresa degli investimenti nell’upstream petrolifero. Uno scenario quindi eterogeneo, percorso, a detta dei nostri esperti, da una sensazione di ''unpredictability'' che ci accompagnerà ancora per molto.