Un anno interessante
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In questo 2017 non è escluso che i Paesi più accorti diplomaticamente e più flessibili su un piano economico si avvarranno sia dei tagli di produzione fissati dall'Opec sia delle linee dettate dalla COP21

OPEC non-OPEC non è necessariamente un disgiuntivo, se consideriamo il lavoro fatto per giungere a un accordo a novembre all’interno dell’Organizzazione intergovernativa basata a Vienna, seguito poi dagli impegni di dicembre dei produttori di petrolio non-OPEC, con in testa la Russia. L’accordo, che verrà messo a regime in questo 2017, potrà dimostrarci se c’è davvero una ripresa di prestigio e di reale presenza politica dell’Organizzazione. Già su queste pagine abbiamo avuto modo di ragionare, nei passati numeri di Oil, sulle difficoltà che incontra un’Organizzazione che ha avuto un forte protagonismo negli anni ’70-’80 dello scorso secolo e che, però, stenta a ricostruire la sua immagine soprattutto in questo inizio di XXI secolo. Tanti sono i fattori della sua difficoltà: intanto il ruolo stesso del petrolio e di conseguenza quello dei Paesi produttori che soffrono - e non solo a livello di immagine - a livello internazionale, di fronte ad una cultura dell’approvvigionamento energetico totalmente cambiata. E poi non bisogna dimenticare le difficoltà interne, soprattutto nei Paesi arabi ma non solo, se consideriamo anche il Venezuela per esempio, e i cambiamenti avvenuti anche in sud America e in alcuni Paesi africani. In ogni caso fa premio su tutto, ovviamente, il confronto con i radicali fondamentalisti, che utilizzano la religione islamica per combattere le loro battaglie di leadership, economiche e sociali. E in cui gli establishment dei Paesi arabi produttori di petrolio sono pienamente immersi, a volte anche più dei Paesi occidentali colpiti dal terrorismo: lì sono in gioco dinastie ed equilibri consolidati non da decenni ma talvolta da secoli.

Il trionfo evidenzia la perdita di influenza

La perdita di influenza dell’OPEC è sotto gli occhi di tutti: lo dimostra proprio il tono ''trionfalistico'' con cui a novembre, dopo mesi di trattative, ha annunciato l’accordo interno, compresi perfino Iraq e Iran, per tagliare la produzione di ben 1,2 milioni di barili al giorno, al fine di far risalire il prezzo in un sistema stabile e controllato. Non è stato un accordo da poco, se consideriamo che quest’intesa ha, di fatto, sacrificato la presenza dell’Indonesia nell’OPEC, dove era rientrata da pochissimo tempo dopo essere stata per molto tempo fuori dall’Organizzazione: per non partecipare a una decisione che risultava insperatamente unanime, l’Indonesia ha deciso di autosospendersi. Tuttavia il tono trionfalistico (quello dei comunicati e della rivista ufficiale dell’OPEC) ha un senso se lo si collega al fatto che nei giorni successivi all’accordo di novembre, effettivamente, le quotazioni del barile sono arrivate già a guadagnare quasi il 9 percento raggiungendo perfino il picco di 51 dollari nel caso del Brent. L’ottimismo del giudizio, oltre che per un risultato immediato, si fondava sul fatto che l’accordo di novembre era prodromico a colloqui riservati già in corso. A tal fine, lo sforzo da parte dell’OPEC è stato effettivamente ingente al punto di tornare a rendere pubbliche - cosa che non accadeva da oltre 10 anni - le quote di produzione di ogni singolo Paese e istituendo anche un comitato di monitoraggio che vigilerà sulla effettiva attuazione dei tagli di produzione. Immediatamente dopo sono partiti i messaggi pubblici di stima e invito al confronto nei confronti della Russia e dei Paesi produttori che non fanno parte dell’OPEC. Un buon lavoro degli ''sherpa'' ha garantito l’obiettivo, raggiunto poche settimane dopo con l’accordo del dicembre 2016 che, dopo circa 15 anni, ha vincolato la maggioranza dei Paesi produttori alla limitazione della produzione, al fine comune di rilanciare ma soprattutto di stabilizzare in alto il prezzo. Questa scelta è stata salutata dalla rivista ufficiale dell’OPEC con un titolo molto significativo: ''L’OPEC fa la storia a Vienna, OPEC makes history in Vienna'', che dà il senso di una riconquistata presenza in campo mondiale. L’accordo infatti vincola 24 dei maggiori Paesi produttori di petrolio a rimuovere circa 1,8 milioni di barili per giorno dall’inizio del 2017 per un periodo iniziale di sei mesi, che può essere esteso per altri sei mesi. Sinora, non siamo ancora che al limitare del primo trimestre, i risultati sembrano dare ragione alla scelta: se consideriamo semplicemente il problema del prezzo, si è passati da un depressivo 31,79 dollari per barile a gennaio del 2016 a 53 dollari nel gennaio 2017, con un aumento certamente tra i più alti degli ultimi anni e una crescita del 45 percento in valore: la più grande crescita dall’inizio della crisi globale del 2009. Ovviamente non è tutto rose e fiori e abbiamo raccontato in breve una trattativa molto difficile, innanzitutto al proprio interno (dell’OPEC), perché la storia è quella di una compagine che ha sempre sofferto di relazioni difficili più al proprio interno che rispetto ai Paesi non produttori o non iscritti.

Tutto nasce dal superamento di una questione interna

In questo caso l’esempio della volontà di accordo generale nasce davvero dal superamento (momentaneo? Non lo sappiamo ma per ora è così) di vecchie e irrisolte questioni interne all’OPEC: si pensi solo alla disponibilità dell’Arabia Saudita nei confronti dell’Iran - che dopo gli anni dell’embargo sta correndo per cercare di recuperare in tutti gli spazi politico-diplomatici internazionali - che, in via eccezionale, può non solo non aderire ai tagli ma anzi far salire la sua produzione fino a circa 3,9 milioni di barili al giorno. Lo scopo, secondo il ministro saudita Khalid Al Falih, che è stato uno dei maggiori tessitori di questo accordo prima internamente all’OPEC e poi con i paesi non-OPEC, è soprattutto quello di costruire una collaborazione di lungo termine, con possibilità di consultazioni e interventi coordinati sul mercato, evitando lo shock degli ultimi due anni in cui l’OPEC è stato spesso tenuto ai margini sostanzialmente di tutte quante le scelte energetiche mentre il prezzo del barile crollava. Oggi, è certificato anche da questi accordi, l’OPEC controlla solo una parte dell’offerta di petrolio e quindi, per certi versi, non può pretendere di tornare a essere protagonista come un tempo, ma non ha nemmeno più la necessità di assumersi il 100 percento degli oneri avendo messo ''in trasparenza'' un accordo e un confronto davanti al mondo con gli altri produttori che, spesso, si sottraevano alle discussioni energetiche, ambientali e sociali di carattere internazionale. Questo è certamente un buon risultato politico per l’OPEC. In termini di previsione politica, va anche considerato che, mentre i Paesi dell’Organizzazione sono tradizionalmente ormai conosciuti per le loro dinamiche interne e le difficoltà che vivono, specie a causa della radicalizzazione islamica, con alcuni paesi non-OPEC, con cui sono scesi a patti, restano problemi di stabilità politica. Gli analisti economici meno ottimisti infatti prevedono che presto, nell’opacità delle relazioni dei paesi non-OPEC, possa esserci il rischio di una ripresa di produzione, un’impennata, che favorirebbe la spinta ribassista sul prezzo del petrolio. C’è poi da mettere in conto l’effetto che tutto questo avrà, in combinato disposto, con la presidenza di Donald Trump.

Cosa succederà in USA e Arabia Saudita

Da un lato, come sappiamo, certamente per affinità elettiva Trump rappresenta tutti i maggiori produttori di petrolio del suo Paese ma, dall’altro lato, non può che vedere di buon occhio una misura che rischia certamente di fare un favore agli Stati Uniti: per gli analisti economici finanziari, la risalita del prezzo del petrolio, di fatto, può resuscitare i produttori americani dello shale. Proprio a fine dicembre l’agenzia finanziaria Bloomberg metteva in risalto come una risalita dei prezzi avrebbe potuto permettere ai produttori che usano la complicata tecnologia americana di riaffacciarsi con fiducia sul mercato. Gli Stati Uniti infatti producono circa 8,8 milioni di barili al giorno e sono tornati i livelli di produzione di due anni fa, anche se soltanto con un terzo di pozzi attivi rispetto al possibile punto di massima raccolta. Sempre secondo l’agenzia, dal maggio del 2016 sono rinati quasi 200 punti di estrazione proprio per agire in anticipo sia sulla sfida elettorale presidenziale sia perché si immaginava una possibile intesa all’interno del cartello dell’OPEC. Oggi la produzione di shale è 4,5 milioni di barili, secondo vari analisti, e con un balzo ulteriore di una decina di dollari si potrebbe arrivare alla produzione di 5,5 milioni di barili al giorno, il che non sarebbe certo un bel risultato per l’OPEC. Di certo non sarà Donald Trump a sfavorire questa situazione. Si tratta di chiedersi, allora, se siamo di fronte a un gioco ''win win'' oppure se l’accordo metterà semplicemente in luce l’OPEC solo per poi farla diventare un bersaglio nei mesi a venire. Il che fa riferimento, di nuovo, ad una partita politica a più mani: l’accordo ha messo insieme, per la prima volta da anni, Arabia Saudita, Iran, Iraq e ha permesso anche a Paesi in difficoltà di alleviare la tensione nei mercati. Nello stesso tempo la Russia, sapendo che questa nuova situazione favorirà gli Stati Uniti, utilizzerà un confronto nuovo per raggiungere un accordo di stabilizzazione. La verità è che chi sta facendo la scelta più forte, in termini di scommessa politica, è l’Arabia Saudita, che ha accettato di farsi carico di quasi la metà del taglio ponendo fine alla guerra commerciale iniziata a fine 2014 con l’Iran, forse anche nell’ipotesi di una collaborazione nel campo dell’energia nucleare. Il Venezuela si rimette in gioco avendo subito, più degli altri, danni economici dalla caduta del prezzo del greggio e la Russia di Putin ha un ulteriore elemento di confronto, un’occasione che sfrutterà a dovere. L’Europa dovrà continuare la diversificazione delle fonti di energia e mantenere una certa forza politica se vorrà contrapporsi ad un’ipotesi di accordo USA-Russia che potrebbe tagliarla fuori dal tema dei prezzi delle fonti di energia. Tuttavia non bisogna farsi ingannare dalle apparenze: il fatto che l’Arabia Saudita abbia puntato così tanto sull’accordo è dato dal fatto che nel suo establishment si è fatta strada una forte spinta per diversificare le fonti e per avere un futuro anche con meno o addirittura senza petrolio. In questo 2017 sono ormai operativi sia l’accordo OPEC che le scelte della COP21, confermate nella COP22. Si può scommettere che queste strade non saranno necessariamente diverse e divergenti. Anzi, non è escluso che siano, alla lunga, interdipendenti e che i Paesi più accorti diplomaticamente e più flessibili economicamente si avvarranno di entrambe le opportunità. Per questo motivo, dunque, questo sarà un anno interessante.