Una questione di opportunità
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Bisognerebbe convincersi che le misure per un futuro più sostenibile non sono una sorta di punizione collettiva ma uno stimolo economico e culturale con grandi possibilità imprenditoriali. Una chiave che potrebbe far cambiare idea anche al neo presidente degli Stati Uniti

Da Marrakech si guarda avanti. La COP22, nata e vissuta sulle ''montagne russe'' delle vicende internazionali che dall’estate scorsa hanno segnato il mondo intero (i contrasti tra Russia e USA sulla Siria, la denuncia di disinteresse sul vertice di Parigi-COP21 di Laurent Fabius, il post-Brexit e l’elezione di Trump) ha deciso di tenere un ''low profile'' senza mollare di un centimetro sugli obblighi ratificati ormai da oltre il 55 percento dei Paesi firmatari, come richiesto a Parigi dicembre 2015. Obblighi che prevedono, tra il 2017 ed il 2018, le regole di controllo nei vari Paesi e l’avvio della devoluzione del fondo di 100 miliardi di dollari ai Paesi del Sud del mondo ed in difficoltà con l’economia di sviluppo sostenibile. Donald Trump ovviamente è stato anch’egli molto presente come ''convitato di pietra'' al punto che il Presidente della COP22, il ministro degli Esteri del Marocco Salaheddine Mezouar, si è rivolto direttamente a lui invitandolo a usare una delle sue virtù su cui anche gli avversari non disperano, il pragmatismo. Quello stesso pragmatismo usato da Obama dopo l’estate in cui Fabius aveva espresso preoccupazioni sulla ratifica di Parigi 2015 su Le Monde. Così USA e Cina sono state le prime due Nazioni a firmare quello che di fatto è stato l’ultimo atto politico diplomatico internazionale di Barack Obama; i due grandi Stati avevano deciso di firmare per primi la ratifica (ed un ex Premier Ministre, nonché negli anni anche titolare del Quai d’Orsay, certamente ha utilizzato Le Monde per ''drammatizzare'' la situazione e creare attesa e immediata reazione...), a cui sono poi seguiti, nei giorni e settimane successivi, altri grandi Paesi, fino a raggiungere e superare il 55 percento di Paesi per l’entrata in vigore dei Trattati che garantisce l’inizio delle attività vere e proprie della COP21. Gli stati europei, normalmente in prima fila nel passato su questi temi, hanno deciso di offrire uno ''sguardo comune'' e firmare, a seguito della decisione della Commissione europea a fine settembre di proporre a tutti i paesi aderenti la firma dei Trattati di Parigi. A quel punto, con l’India nel mirino, una soglia del 55 percento è stato presto superata in pochi giorni, già intorno alla metà di ottobre, preparandosi quindi al vertice di Marrakech come ad una sorta di ratifica gioiosa delle attività che dovevano cominciare ad essere messe in atto dopo la riunione formale del 21 settembre svoltasi alle Nazioni Unite.

Cosa cambia con il nuovo presidente USA

L’elezione di Donald Trump, anche in questo caso, rappresenta l’incognita con cui accompagneremo le attività del prossimo futuro considerando le dichiarazioni ''da campagna elettorale'', ma pur sempre dichiarazioni ''nero su bianco'', che il candidato allora, oggi presidente USA, ha fatto circa ''la necessità di riscrivere gli accordi e difendere l’industria nazionale del carbone del paese''. Tuttavia è anche vero che è impensabile che un vertice di paesi così preparato negli anni - e che ha deciso di mettere mano non solamente ad una serie di attività collaterali ma addirittura ai piani industriali presenti e futuri del proprio Paese e di mettere ingenti fondi a disposizione dei Paesi in sviluppo (o sottosviluppo) e dei vertici delle Nazioni Unite, per un controllo congiunto sulle attività, al fine di raggiungere obiettivi precisi previsti dal vertice di Parigi in maniera stringente - possa decidere oggi, dopo il ''quorum'' delle ratifiche, di fermarsi. Anche di fronte al presidente USA. Anzi, proprio di fronte al più divisivo presidente USA degli ultimi quaranta anni? Al di là, comunque, del presidente Donald J. Trump e delle posizioni ufficiali e future degli Stati Uniti o anche di altri singoli paesi, quello che è importante è capire se - da adesso in poi, a seguire il vertice di Marrakech e mettendo in atto quello che è stato deciso e scritto a dicembre 2015 a Parigi - le politiche dei vari paesi che hanno aderito stiano cambiando, e in quale misura, qual è l’impatto che ciò sta avendo sul settore industriale privato e su tutti quei settori, in particolar modo, che si occupano di energia e di sostenibilità ambientale. Allora, intanto stiamo ai fatti: con il raggiungimento di almeno il 55 percento delle ratifiche dei paesi che hanno sottoscritto gli impegni di Parigi, il trattato è in vigore ed operante in tutti i suoi punti dallo scorso 4 novembre 2016. Ricordiamoci bene che l’obiettivo principe è quello di ridurre la crescita incontrollata del calore della terra e quindi di stare sotto i 2° C di riscaldamento globale, per raggiungere il massimo aumento di 1,5 gradi nel 2030; a questo fine sono stati identificati alcuni punti specifici sui quali misurare le nuove politiche nazionali/internazionali dei vari Paesi: efficienza energetica, mobilità sostenibile, nuove modalità nell’alimentazione e nell’agricoltura e uso dell’ambiente e blocco dell’espansione dell’uso di terre; riconversione industriale e sviluppo di nuovi settori di produzione. Queste azioni, ovviamente, incidono principalmente su quelle che sono le scelte di politica industriale di ogni singolo paese ma anche su quelle che sono le scelte delle singole aziende e l’utilizzo dell’energia per la loro produzione e può significare, in pratica, una forte disincentivazione delle politiche nazionali e dei bilanci nazionali a favore del carbone, del petrolio, insomma del ''buon vecchio'' fossile. In teoria, il disinvestimento da questi settori dovrebbe liberare risorse sui nuovi orizzonti delle energie rinnovabili: una strategia che sta già, in realtà, diffondendosi nel dibattito mondiale da qualche anno, dagli accordi di Kyoto, ma che oggi, dopo Parigi, diviene fatto imperativo, considerando il modo in cui si immagina l’utilizzo dell’energia nel futuro.

Le conclusioni di Marrakesh

Le conclusioni di Marrakesh

Quello di Marrakech era il primo importante incontro sul clima dopo lo storico accordo di Parigi e, tenutosi in concomitanza con le elezioni americane, non poteva non volgere lo sguardo oltreoceano: la COP22 si è chiusa sostanzialmente con la speranza che il nuovo presidente americano, Donald Trump, non faccia carta straccia degli impegni presi a Parigi dagli Stati Uniti un anno fa contro il cambiamento climatico. Il vertice si è concluso con una dichiarazione di sostegno all'accordo di Parigi e con l'approvazione di un documento che segna i primi passi nella redazione del regolamento che sostanzierà l'Accordo di Parigi e che dovrà essere concluso nel 2018, due anni prima che l'accordo cominci a funzionare. L'altro ''nodo'' delicatissimo era il finanziamento, vero punto di snodo della lotta al surriscaldamento. I Paesi più sviluppati, e più inquinanti, si erano impegnati nel 2009 a Copenaghen a versare 100 miliardi di dollari fino al 2020 per i Paesi in via di sviluppo in modo da aiutarli a far fronte all'impatto. La somma è ben lungi dall'essere sufficiente. A Marrakech i Paesi ricchi si sono impegnati ad aumentare progressivamente, dopo il 2020, la cifra annuale. Appuntamento al prossimo anno, quando a guidare i negoziati ci saranno le isole Fiji.

Le vere sfide con cui fare i conti nel prossimo futuro

Il clima, il riscaldamento globale, sono solo all’origine della vicenda. Queste grandi sfide ne richiamano a cascata altre con cui fare i conti: pensiamo solo alla urbanizzazione fortissima che, in ogni continente, sta generando città costruite a dimensione di automobile, con strade e strade, strutture residenziali e, soprattutto, infrastrutture; sono i temi su cui da qualche anno si interroga UN Habitat (il Programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani) ma anche le associazioni degli enti locali, come la Uclg, il network globale e di rete delle città che ha unificato solo pochi anni fa le due precedenti associazioni mondiali, filo francese e filo anglosassone. Stiamo parlando non solamente di clima, qui, ma anche di servizi ai cittadini, nuove costruzioni edilizie, nuove infrastrutture. Denari da investire nelle città e nella loro riprogettazione. E denari da investire non solo nei settori industriali, che devono disegnare strumenti di nuova mobilità, ma anche le infrastrutture per riceverle. A livello di studi globali, la commissione delle Nazioni Unite, che in seno ad UN Habitat si occupa di clima ed economia, ha calcolato che, tanto per citare un luogo ''caldo'', gli USA, lo ''sprawl'' - ovvero la distesa di strade, servizi ed infrastrutture che circondano le cinte urbane statunitensi, pensate da un secolo a questa parte soprattutto a dimensione automobile - costano al paese di Trump circa un miliardo di dollari l’anno e centinaia di milioni di ore perse nelle congestioni di traffico senza contare che, ad essere cinici e commerciali, non significano solo un problema di dimensione umana ma anche la perdita del dieci percento annuale delle rendite di ogni città, e la perdita potrebbe raddoppiarsi con il calcolo economico della polluzione. Per la fortuna di Trump e dei suoi compatrioti, come quasi sempre nella sua storia, gli USA sono anche produttori degli antidoti: al neo-presidente basterebbe arrivare in luoghi certamente da lui conosciuti, come le Università George Washington e Vanderbilt, per scoprire che esistono concept car in attesa di essere prodotte che non solo riducono la quantità di anidride carbonica atmosferica ma addirittura la riutilizzano per la ricarica delle batterie di automobili e dispositivi elettronici, passando da ''Carbon neutral'' a ''Carbon negative''. E di certo, anche nel resto del mondo delle quattro e due ruote, basta fare un confronto tra i listini e le fiere internazionali per cogliere un passaggio epocale fatto di ibride e a nuova tecnologia almeno mista, come investimento in fatturato futuro e non solo una ''moda''.

Ripensare a modalità di alimentazione e decarbonizzazione

Il secondo punto è quello di saper ripensare la capacità e le modalità di alimentazione del mondo e dell’utilizzo dell’agricoltura (e di conseguenza anche dell’organizzazione e difesa dell’ambiente), tenendo conto che nel 2050 saremo oltre 9 miliardi di esseri umani, tendendo alla cifra tonda di dieci, il che comporterà una necessità di aumentare la produzione di cibo di quasi il 60 percento rispetto ad oggi. Ma questo dovrebbe accadere mentre decidiamo di ridurre a metà l’emissione di carbonio nel settore agricolo e, nel contempo, bloccando l’espansione di deforestazione e sfruttamento di terre libere e/o selvatiche: un salto mortale carpiato, nel quale però possiamo riprenderci tutto lo spazio che ci concede una politica di minore spreco alimentare e miglior utilizzo delle filiere alimentari, che oggi assommano a quasi il 40 percento del cibo prodotto e utilizzato.

Il terzo grande punto è quello che riguarda i sistemi energetici e la “decarbonizzazione”, tema centrale e spesso anche l’unico trattato, per la forza simbolica che riveste. Non si tratta infatti solo del rinnovamento del tipo di energie da utilizzare, che già sarebbe di per sé, come sappiamo, un cambiamento di paradigma rispetto al secolo precedentemente vissuto ma anche, e soprattutto, del ruolo che l’energia svolge per tutti i settori di produzione. Per la mediatizzazione si può trattare solo di sostituire con vetture elettriche quelle a petrolio, ma ogni legislatore, imprenditore e attivista verde consapevole sa che stiamo parlando di come garantire energia ai settori di produzione industriale, e anche, e forse, soprattutto a settori di produzione di terziario avanzato, innovativo e ai servizi ai cittadini. Con i rischi di contraddizione che comporta avere o meno veicoli elettrici e dispositivi elettronici riutilizzabili prodotti magari da una energia “fossile” non rinnovata.

D’altronde stiamo parlando di un’economia che, nel corso di un secolo, ha avuto una crescita del Pil di quasi venti volte e che ora, con una crescita media del 4 percento, porterebbe comunque a fine secolo - rimanendo così - a quasi 1000 volte il confronto tra un salario del ventunesimo secolo e l’inizio del 1900. Pare difficile convincere qualcuno che valga la pena cambiare sistema. Soprattutto se, come Trump, si dice convinto che il riscaldamento globale raccontato dagli scienziati è una ''hoax'', una ''bufala''. E tuttavia qui risiede proprio la vera scommessa che deriva dalla COP21 di Parigi, i suoi Accordi, e tutte le COP che seguiteranno a cominciare da quella che è stata Marrakech: ovvero convincere tutti che la costruzione futura non è volontariamente riduttiva rispetto allo sviluppo economico (per intenderci solo una decrescita, più o meno felice...) bensì una spinta a nuove forme di sviluppo dell’economia del futuro. Abbiamo vissuto e viviamo un’economia fondata su un inizio e una fine e uno slogan che si riassume in: e­strar­re/pren­dere - fare/produrre - eliminare/scartare, se non fosse vieto ideologismo diremmo che è il passaggio cruciale tra capitalismo classico e capitalismo consumista... Di sicuro, le scelte di Kyoto e ora di Parigi introducono un paradigma diverso, che andrà messo in relazione a politiche industriali e scelte statali, e non viene certo da pericolosi sovversivi ma da ministri degli esteri che hanno firmato ratifiche con voto parlamentare; il paradigma di un’economia circolare in cui produzione e consumo di beni hanno attinenza sin dalla loro produzione con il riuso o l’uso che si farà del loro scarto o dei beni stessi quando avranno chiuso il ciclo del servizio economico reso. Che non si tratti di moralismo ma anche e soprattutto di economia qualcuno ne può ancora dubitare quando è fiorente tutto un comparto di uso e riuso, di riciclaggio, di stoccaggio dei rifiuti? Al punto che perfino la malavita, nazionale ed internazionale investe risorse economiche ingenti nel settore? Oppure quando la ricerca scientifica è in costante fermento aspettando nei e dai laboratori ''killer applications'' in termini di materiali chimici e similari? E quando aumentano gli incentivi statali (il che non garantisce di per sé...), ma soprattutto il mercato appronta da se stesso strumenti finanziari e borsistici tali da garantire investimenti ingenti su innovazioni, biotecnologie, materiali e strutture energeticamente efficienti e rinnovabili.

La sostenibilità delle nuove scelte nel mercato

Certo, qui c’è un problema che riguarda in primo luogo il ''mercato'': e cioè capire fino a quando sarà sostenibile, dal punto di vista non solo dei termini di immagine e di percezione ma dal punto di vista economico, tutto quello che è il lavoro ormai centenario dello sfruttamento ''fossile'' e del petrolio. Tenendo conto, appunto, della necessità di oggi ma anche che - non da oggi, ma già da qualche anno - tutto il settore che si occupa dell’efficienza ed efficacia energetica è stato uno di quelli a maggiore sviluppo economico e quindi che ha prodotto il maggior sviluppo di imprese, soprattutto a carattere innovativo. Su questi temi l’Europa, più di altri Paesi e/o macro regioni, ha mostrato di credere e investire di più. È evidente che non si tratta di far crescere solamente delle buone pratiche a livello virtuale, ma connettere queste pratiche con il mondo dell’economia; secondo gli studi, illustrati già al vertice di Parigi, la catena globale dell’accelerazione dell’economia ''circolare'' può essere valutata intorno a 1.000 miliardi di dollari in più, per anno a cominciare dal 2025. Il che, considerando l’impegno preso dai paesi del Nord del mondo, di garantire 100 miliardi di dollari ai Paesi del sud del mondo per la loro riconversione o per riparare i danni procuratigli, entro il 2020, non è di poco conto. Ora, al netto di cosa farà Trump, dobbiamo sapere che l’innalzamento della temperatura globale ha già raggiunto i +0,7 °C rispetto all’era preindustriale e già tra 5 anni potremmo arrivare a un aumento di 1,5 °C; c’è tutto un settore  di centrali elettriche e gran parte degli impianti industriali che ha necessità di riprendere e rimodulare i target mentre il settore  del trasporto aereo e marittimo, con un trend di quasi il 5 percento delle attuali emissioni globali, in aumento, non è stato ancora veramente preso in considerazione per un cambio pari a quello di altri comparti. Ma al di là di tutto la battaglia vera, come sempre la più complicata, è la ''battaglia dei cuori''. Vale a dire convincere e convincersi che gli accordi di Parigi, in operatività dopo Marrakech, non siano una sorta di punizione collettiva ma uno stimolo economico e culturale: è bene sapere che in Europa dal 1990 al 2014, mentre le emissioni diminuivano di quasi il 25 percento, il Pil, nonostante la crisi economica dal 2008 ad oggi, non diminuiva, anzi, aumentava del 47 percento: segno che lo sviluppo economico e sociale non ha una sola strada ed una sola via d’uscita e che, forse, anche Donald Trump, guardando ai numeri e alle possibilità imprenditoriali del futuro, potrebbe convincersi che l’economia, come insegna la storia, segue il mercato e la finanza non solo quando si tratta di economia immediata e reale ma anche quando intravvede un futuro possibile. Lo testimonia l’ascesa e la caduta dei titoli di borsa dell’innovazione informatica tra fine anni novanta ed i primi anni duemila. Proprio quella ''bolla'' finanziaria, se uno la paragona a ciò che poi ha significato per il prima e soprattutto il ''dopo'', cioè l’oggi dello sviluppo delle imprese informatiche (ad esempio Apple, Google o Facebook o altri social networks venduti a suon di milioni di dollari) sta a significare che innovazione, clima e mercato non sono necessariamente contrapposti allo sviluppo. Purché sia... sostenibile.