Più stabilità per crescere

Più stabilità per crescere

Claudio Descalzi | Amministratore Delegato Eni
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La forte volatilità del mercato ha dimostrato quanto sia indispensabile che il settore oil&gas ripensi il proprio modello contrattuale e operativo, riducendo costi e rischi

Gli ultimi mesi sono stati contrassegnati da un susseguirsi concitato di misurazioni e analisi che potessero restituire la prospettiva di un futuro sostenibile all’industria petrolifera mondiale. Il clima di inquietudine è ancora tangibile, a fronte delle manifestazioni sempre più evidenti degli effetti prodotti sui mercati dalla repentina discesa dei prezzi del petrolio, così come del ricorso, da parte delle maggiori compagnie petrolifere, a strategie di riduzione dei costi e di ridimensionamento degli investimenti. Una situazione di profonda criticità che, paradossalmente, potrebbe costituire l’opportunità per una revisione approfondita del modello operativo che garantisca la fattibilità economica di un sistema produttivo sempre più composito e, di conseguenza, una crescita più stabile e a lungo termine. Una complessità di fondo che ha acquisito ulteriore articolazione con l’affermazione dello shale oil, che ha registrato una produzione, in soli 3 anni, di 3,5 Mb/g. Consideriamo inoltre che, solo negli Stati Uniti, negli ultimi dieci anni, a fronte di un investimento corrispondente a circa il 25 percento della spesa totale sostenuta tra il 2005 e il 2014, si è registrata una crescita produttiva pari a 5 mb /g ovvero al 75 percento della produzione di idrocarburi liquidi mondiale, soprattutto grazie al positivo scarto produttivo generato dallo shale oil. Un elemento che ha indubbiamente inciso sulle ultime, profonde, fluttuazioni delle quotazioni del greggio, a dimostrazione del fatto che le dinamiche tra taglio della produzione e sostegno dei prezzi sono ormai state sorpassate dall’azione svolta dalla "spare capacity" americana che, muovendosi su cicli di produzione di minor durata, ben si accorda con rapide operazioni di "avvio/interruzione" della produzione, in relazione alle condizioni di mercato. Sembra ragionevole doversi abituare a un movimento dei prezzi che si prospetta, per il futuro, oscillante tra discese e risalite, all’interno di una banda di confidenza definita, non più al di sopra dei 100 dollari al barile. È semplice comprendere, a fronte dell’elevato tasso di investimenti che ha interessato il settore negli ultimi dieci anni, come un tale andamento disincentivi ogni nuova iniziativa produttiva. Una prospettiva, questa, che pone all’attenzione di tutti gli addetti ai lavori l’urgente necessità di individuare gli strumenti con cui il settore industriale possa preservare la continuità energetica e garantirsi, nel contempo, una crescita adeguata, soprattutto se consideriamo che negli ultimi anni, nonostante i prezzi ben al di sopra dei 100 dollari al barile, il comparto abbia avuto difficoltà a mantenere la neutralità di cassa e ad aumentare la produzione. Una situazione complicata se ricondotta al rapporto tra il totale dei capex del settore, che nel 2014 è stato di circa 700 miliardi di dollari, equivalente al 250 percento in più rispetto a dieci anni fa, e l’aumento della produzione mondiale, avanzata di un esiguo 15 percento.

Quali saranno gli effetti nei prossimi dieci anni

In questa cornice si inserisce lo sforzo delle principali compagnie petrolifere di arginare, per quanto possibile, le difficoltà derivanti da una produzione di petrolio in calo di circa il 10 percento, considerando anche l’effetto PSA, nonostante il cospicuo aumento degli investimenti. Una situazione allarmante, direttamente collegata ad un passato non troppo distante, quando le società hanno in parte rivisto le proprie strategie di investimento, aumentando la complessità tecnica dei loro progetti di sviluppo, affidandone la gestione e l’esecuzione a contrattisti. L'industria ha allocato gran parte dei propri capex su piani ad alta intensità di capitale, perseguendo sviluppi di elevata complessità tecnica, come l’espansione dell’LNG, gli sviluppi di Tar Sands o i progetti ultra-deep water. Se consideriamo che, rispetto a questa tipologia di progetti, il breakeven può superare i 100 dollari al barile, ben si comprende, allo stato dei fatti, la difficoltà di sostenere a lungo lo sforzo economico che ne deriva. Di fronte ad una simile prospettiva, e sotto la scure del calo del prezzo del petrolio, l’industria si è trovata obbligata a intervenire, tagliando corposamente gli investimenti e cancellando o, nella migliore delle ipotesi, posticipando i progetti più complessi e onerosi.  La previsione, a oggi, è che gli effetti di questa azione possano incidere negativamente, in un futuro abbastanza prossimo, sulla crescita e la sostenibilità dell’offerta, rischiando di determinare un divario materiale tra produzione e domanda entro i prossimi dieci anni, con esiti diretti sulle economie dei paesi importatori.

Una revisione razionale degli investimenti

L’unica soluzione percorribile, per l’industria petrolifera, è quella di recuperare profittabilità, incidendo sulla struttura dei costi, selezionando gli investimenti ed ottimizzando la produzione e, ancor più efficacemente, sviluppando i bacini di esplorazione provati attraverso l’introduzione di nuove tecnologie che contribuiscano ad una riduzione della spesa e delle emissioni. È inevitabile procedere quindi, e con rapidità, a una riflessione minuziosa e funzionale, che vada al di là del taglio, sic et simpliciter, degli investimenti e che promuova una profonda revisione delle modalità operative. Le compagnie dovranno sempre più orientarsi verso un ripristino della semplicità operativa, concentrandosi su asset convenzionali e gestendo direttamente i progetti di sviluppo attraverso un rigoroso controllo di ogni fase del processo.  D’altro canto, anche i Paesi produttori dovranno inevitabilmente riconsiderare i propri modelli, rivedendo i contratti petroliferi in modo da allinearli alle condizioni attuali, riducendone rischi e costi.  Sarà essenziale, creare formule contrattuali competitive per rendere le opportunità di estrazione di greggio "convenzionale" economicamente interessanti, offrendo agli investitori una possibilità di capitalizzare i picchi di prezzo in condizioni flessibili, al fine di recuperare efficienza competitiva in un mercato sempre più volatile. Tutti, IOC, NOC e paesi produttori dovranno procedere a una revisione dei propri obiettivi per ottimizzare gli investimenti. L’industria petrolifera ha bisogno, a questo punto, di proseguire verso una profonda riconfigurazione per ottenere maggiore flessibilità, linearità ed efficacia operativa, ottimizzando gli investimenti, la capacità produttiva e i ricavi, e affidandosi alla capacità di resilienza che da sempre la contraddistingue, per affrontare costruttivamente la vulnerabilità dei mercati e riguadagnare fiducia e competitività.