Una nuova energia per Cuba

Una nuova energia per Cuba

Arianna Pescini
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È stata al centro di una svolta politica ed economica epocale. Ora l'isola progetta anche il suo futuro energetico, puntando sulle rinnovabili e sui capitali stranieri

Un tentativo di ridurre la dipendenza di Cuba da petrolio e gas lo aveva già fatto il governo di Fidel Castro anni fa, inaugurando la cosiddetta "Rivoluzione energetica" a controllo statale che migliorò l’elettrificazione del Paese e portò alla diffusione capillare delle lampade a risparmio. I combustibili fossili rappresentano però ancora oggi il 95% delle fonti di approvvigionamento per la produzione di elettricità nell’isola. Ora L’Havana apre agli investitori stranieri per realizzare un progetto ambizioso: arrivare al 24% di energia elettrica derivante da sorgenti pulite entro il 2030 (la percentuale attuale è del 4%), promuovendo il solare, l’eolico, l’idroelettrico e le biomasse. Una scelta lungimirante, in un momento particolare del mercato petrolifero al quale Cuba ha fatto riferimento negli ultimi decenni.

L'incognita venezuelana

#Cuba progetta un futuro energetico, puntando sulle rinnovabili e sui capitali stranieri. #rinnovabili

Raul Castro e i suoi dovranno rivedere, per cominciare, proprio il settore dell’energia tradizionale. Il petrolio necessario all’isola proviene infatti per oltre il 60% da Paesi esteri, soprattutto Venezuela. Da qui arrivano, attraverso convenzioni favorevoli, le risorse di olio minerale che viene poi lavorato nelle raffinerie locali. Spesso, lo Stato comunista ha pagato parte delle importazioni inviando a Caracas militari, dottori, insegnanti. Dei 140mila barili di greggio immagazzinati ogni giorno, solo 50mila sono estratti dal suolo cubano, la stragrande maggioranza dei quali non viene usata per settori energetici primari. Il calo dei prezzi e la crisi del Paese sudamericano hanno cambiato tutto, facendo riemergere la paura dei giorni di deficit seguiti al crollo dell’Unione Sovietica: "Cuba sta riducendo l’importazione di petrolio dal Venezuela – spiega Carlos St. James, senior executive della società Santiago & Sinclair, LLC e membro del Latin America & Caribbean Council on Renewable Energy – La probabile fine del rapporto con Caracas preoccupa molto, ma è anche vero che ci sono numerosi Paesi come Russia, Gran Bretagna, Usa e Francia che si stanno interessando ad incrementare le risorse cubane di greggio". Greggio che tra l’altro non è di alta qualità. L’isola caraibica ha un migliore potenziale estrattivo lontano dalle coste, che per il momento, tuttavia, sembra non essere appetibile: "Le fonti di origine fossile offshore si trovano a nord, molto in profondità, e il loro utilizzo avrebbe alti costi. Al momento quindi i papabili investitori e il governo dell’Havana sono orientati a preferire lo sviluppo onshore". In questo clima di incertezza, Cuba cerca di sfruttare il nuovo corso politico-economico guardando anche alle energie pulite.

"La disponibilità di risorse naturali come vento e sole è enorme e lo stesso vale per la canna da zucchero, i cui residui della spremitura possono servire a produrre elettricità"

Obiettivo +2GW

La capacità energetica complessiva del Paese è attualmente di soli 6 GW, poco più di Porto Rico, il quale ha però una popolazione tre volte inferiore. L’obiettivo è quello di aggiungere 2,1 GW di potenza attraverso le fonti rinnovabili, costruendo centrali solari, parchi eolici e impianti di produzione di biomasse, che già contribuiscono all’80 per cento delle energie alternative sviluppate finora, fondamentali nel fornire potenza alle industrie di lavorazione dello zucchero: "La disponibilità di risorse naturali come vento e sole è enorme,"  continua St. James, "e lo stesso vale per la canna da zucchero, i cui residui della spremitura possono servire a produrre elettricità. Una delle prime join venture per una centrale a biomasse, la Havana Energy Ltd, ha paternità inglese e risale al 2010". Recentemente, invece, un’altra azienda della Gran Bretagna, la Hive Energy Company, ha firmato un accordo con la statale Union Electrica de Cuba (UNE) per la costruzione di una centrale a pannelli fotovoltaici da 50 MW. La struttura sarà completata per il 2018 e produrrà annualmente più di 93 GW/h di energia elettrica. Sull’isola sono già presenti da tempo un parco solare nei pressi della città di Cienfuegos (14mila pannelli) e un impianto da 4,5 MW vicino alla base navale statunitense a Guantanamo.

Carlos St. James

Carlos St. James

Managing Director of Santiago & Sinclair, LLC

Carlos St. James è il Managing Director di Santiago & Sinclair, LLC che fornisce servizi di consulenza per investitori e fornitori di servizi tecnologici ad allargare le propria presenza in Sud America. È anche Presidente del Middle East-Americas Energy Council e membro del consiglio del Latin America and Caribbean Council on Renewable Energy. Ha ottenuto una laurea in economia internazionale dalla Fletcher School di Tufts University.

Gli investimenti

Secondo una stima ufficiale del governo, l’obiettivo energetico cubano richiede un investimento di ben 3,5 miliardi di dollari, ma il reperimento di fondi e la situazione bancaria non sono così semplici, né risolvibili in tempi brevissimi: "La politica della Repubblica in questo settore sta cambiando radicalmente – sottolinea St. James – ed è più disponibile alle fonti di capitale straniero. Ma non dimentichiamo che Cuba non fa parte di nessun organismo internazionale finanziario, come la World Bank, l’Inter-American Development Bank o il Caribbean Development Bank. È necessario quindi un lungo lavoro affinché gli investitori esteri ricevano proposte, incentivi e garanzie. Il governo anche per questo firmerà contratti di acquisto di energia (PPAs) per 25 anni, in dollari americani. All’Havana Investment Forum di fine ottobre, al quale parteciperà anche la Santiago & Sinclair, LLC, avremo aggiornamenti sulla situazione". Quello che serve è dunque un piano energetico chiaro e lungimirante. Un’opportunità per l’isola ma anche per i futuri partner commerciali, fra i quali potrebbero essere protagonisti numerosi Paesi dell’America Latina e gli stessi Stati Uniti, non appena le leggi restrittive di mercato verranno definitivamente modificate.