Shale contro sceicchi?
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Non sarà il tight oil statunitense a mettere a repentaglio i risultati dell'accordo OPEC. Un diffuso incremento della produzione richiederà quotazioni superiori a quelle attuali e per un periodo di tempo prolungato

L’autunno del 2014 ha visto l’inizio di un lungo periodo di depressione dei prezzi del petrolio, i cui fattori scatenanti erano da ricercare nelle tendenze di tipo macroeconomico, soprattutto il rallentamento della domanda cinese a seguito della politica di transizione economica di ampio raggio introdotta da Pechino. Ma è stata la politica consapevole adottata all'interno dell’OPEC in reazione al calo dei prezzi (o più precisamente, la politica saudita), a mantenerli bassi così a lungo. Riad ha infatti rifiutato di rispondere con un taglio alle forniture, aprendo un nuovo corso per le aspettative del mercato e inaugurando, potenzialmente, un’era di totale irrilevanza dell’OPEC. L’accordo raggiunto di recente tra i membri dell’Organizzazione ha rassicurato parte del mercato, dimostrando che l’OPEC continua a esistere e che la rinnovata propensione alla gestione del mercato fra i produttori poteva portare alla definizione di una soglia minima dei prezzi (price floor), obiettivo che si cerca di raggiungere con ogni mezzo da due anni. Anche le speranze dei produttori di petrolio statunitensi potevano ritenersi legittime, poiché tale scenario avrebbe posto fine ''all’attacco'' allo shale oil americano, portando a un’inversione di tendenza in termini di produzione. Occorre tuttavia non lasciarsi trascinare dal clima di speranza, che tende a offuscare le accurate aspettative del mercato e le tendenze macroeconomiche, che, al pari delle specifiche variabili nazionali, rischiano di compromettere un rialzo dei prezzi, basato su una sopravvalutazione dell’impatto reale dell’accordo.

Le ragioni del calo

L'accordo sul taglio alla #produzione petrolifera ha rassicurato parte del mercato, dimostrando che #OPEC continua a esistere

È utile cominciare da come si è arrivati a questo punto. Le ragioni che hanno portato alla decisione saudita del 2014 erano molteplici e, come molte decisioni politiche imposte dall’alto, erano probabilmente più campanilistiche di quanto gli analisti, in cerca di grandi narrazioni strategiche, tendano ad ammettere. In effetti, l’aumento della produzione di petrolio di shale oil americano (light-tight oil, LTO) era dovuto alla presenza di prezzi abbastanza elevati da compensare gli alti costi del processo di estrazione, e sin dal 2015 i produttori arabi avevano cominciato a guardare con attenzione alla resilienza sul mercato delle trivellazioni statunitensi. Ma più che la sfida ''shale contro sceicchi'', gli Stati Uniti (contrariamente a quanto probabilmente fossero inclini a pensare) non rappresentavano l’obiettivo primario del pensiero politico economico estero. In queste situazioni, infatti, spesso è utile (sebbene più banale) accogliere la risposta più miope e semplice riguardo alle motivazioni sottostanti ai cambiamenti politici. In questo caso Riad, guardando i suoi partner OPEC, ha semplicemente ricordato la situazione dei primi anni ’80. Per quale motivo l’Arabia Saudita avrebbe dovuto farsi carico della pesante perdita di entrate risultante da un taglio alla produzione, vista l’improbabilità che i suoi partner seguissero il suo esempio e considerato, per di più, che la strategia di 30 anni prima non era riuscita a sostenere la ripresa dei prezzi, lasciando al Paese prezzi al ribasso, quote di mercato perse e un pericoloso deficit di bilancio? Inoltre, il fatto che i prezzi bassi non avrebbero aiutato in alcun modo Teheran nel suo percorso di rilancio della produzione e delle sue vaste fortune fiscali era considerato da Riad una sorta di valore aggiunto. È stato così che i prezzi sono crollati. Nel 2015, i principali attori dei mercati di materie prime hanno dimostrato un’eccessiva impazienza nella definizione della soglia minima dei prezzi, facendo uso di dati relativamente irrilevanti o a breve termine per giustificare i rialzi che, come era prevedibile, hanno avuto vita breve. La produzione di shale oil ha subito una forte pressione, ma l’insieme estremamente eterogeneo dei produttori, spesso di dimensioni ridotte, ha continuato con tenacia a cercare opportunità di contenimento dei costi, per lo più pressando i fornitori di servizi ma in alcuni casi anche attraverso effettive innovazioni tecniche e migliorie apportate in termini di efficienza. Inoltre, l’insolita disponibilità di liquidità proveniente dai mercati finanziari ha permesso loro di resistere più a lungo, nella speranza che si verificasse un’inversione di tendenza (e la speranza è un mezzo davvero potente quando un paio di impianti di trivellazione sono alla base della sussistenza di un’intera rete di piccole imprese). Tuttavia, le misure adottate si sono dimostrate insufficienti e gli impianti di trivellazione sono stati chiusi. Nonostante il deficit di bilancio, l’Arabia Saudita sembrava comunque determinata a mantenere invariata la rotta. I venti di cambiamento che, dal punto di vista politico hanno investito Riad dopo la morte del re Abdullah, nel gennaio 2015, hanno rafforzato la volontà di perseguire questa strategia, in quanto il giovane entourage di Mohammed bin Salman (MbS, che sarebbe presto diventato Vice Principe ereditario) vedeva per il regno un futuro economico meno vincolato al petrolio. La pressione delle forze di mercato ha rappresentato un’eccellente giustificazione politica per la riforma dei sussidi e per il più ampio e successivo programma di trasformazione economica.

L'impatto reale dell'accordo

Facciamo un balzo in avanti fino al dicembre 2016 e all’accordo OPEC. Khaled al-Faleh è stato promosso da CEO di Saudi Aramco a ministro dell’Energia e dell’Industria (piuttosto che semplice ministro del Petrolio) e ha dovuto farsi carico dello sforzo riformatore saudita. La fiducia del mercato nei confronti del suo giudizio è la riprova di un approccio relativamente razionale e non ideologico alla gestione dell’economia, alla questione delle quotazioni petrolifere e al mercato stesso. In un contesto di crescente concorrenza tra le potenze rivali del Medio Oriente, al-Faleh ha avuto l’astuzia di aprirsi alla cooperazione con 11 produttori non-OPEC e, in particolare, con la Russia. L’ottica di unità tra i paesi membri dell’OPEC e i partner non appartenenti al Cartello avrebbe potuto rafforzare la fiducia nella continua influenza di Riad, con un impatto limitato sulle entrate dell’Arabia Saudita e sulla sua quota di mercato. Il precedente tentativo di congelare la produzione all’interno dell’OPEC era stato immediatamente visto nella sua reale natura di stratagemma: i produttori che ne avevano la possibilità stavano pompando a pieno ritmo e un congelamento avrebbe bloccato Iran e Iraq, le cui capacità di produzione ed esportazione si stavano riprendendo nonostante il calo dei prezzi. La natura più schietta del nuovo accordo è stata sin dall'inizio evidente, con le eccezioni per Iran e Iraq e l’adesione della Russia. Il mercato ha risposto di conseguenza e il rally dei prezzi si è dimostrato il più solido degli ultimi due anni. Tuttavia, per poter giudicare l’impatto sui prezzi a lungo termine, è necessario esaminare l’effetto dell’accordo sull’economia reale del petrolio, tenendo presenti due fattori principali. In primo luogo, in passato, tali accordi hanno influito solo marginalmente sui flussi reali di petrolio, a causa di violazioni ed eccezioni. Iran e Iraq (così come Nigeria e Libia) continuano ad incrementare la produzione. Per quanto riguarda gli altri Paesi, i primi dati ricevuti dagli osservatori del settore rivelavano che i volumi di esportazione dei produttori non appartenenti al Golfo saudita erano in realtà immutati, suggerendo l’ipotesi della consueta truffa. Analisi più recenti hanno però fornito dati che contrastano nettamente questa ipotesi: alla fine del mese di gennaio, un sondaggio condotto da Reuters ha registrato un 82 percento di conformità con l’impegno di ridurre la produzione, un dato ben al di sopra del 60 percento registrato nel 2009. I dati Reuters si basano sull’analisi dei dati riguardanti le spedizioni, ma anche su quelli forniti da fonti interessate, come le compagnie petrolifere e la stessa OPEC, motivo per cui devono essere presi in considerazione con la dovuta cautela. Indipendentemente dall’esatto tasso di conformità, Riad continua a far registrare una riduzione mai vista prima e al-Faleh ha dichiarato che le scorte petrolifere torneranno a raggiungere la loro media quinquennale entro la metà del 2017. Si tratta probabilmente di una previsione troppo ottimista, ma una tale aspettativa riguardo all'esaurimento delle riserve commerciali potrebbe portare a un rialzo dei prezzi a breve termine, con implicazioni sul secondo fattore: in che modo l’aumento dei prezzi influisce sulla produzione? L’impatto del rally del prezzo generato dall’accordo OPEC è di fondamentale importanza e dipende dalle dinamiche presenti all’interno del settore dello shale oil statunitense. Questo settore si è evoluto nel corso degli ultimi due anni e c’è motivo di ritenere che la produzione, una volta raggiunto un determinato punto di equilibrio, difficilmente tornerà al livello precedente. Il consolidamento del settore ha comportato la presenza di un minor numero di player, con una diversificazione delle tipologie di pozzi che presenta una vasta gamma di costi di produzione, all’interno e tra i diversi giacimenti petroliferi. Non appena il prezzo salirà, questi grandi attori riavvieranno le operazioni con maggior cautela, iniziando dagli obiettivi più facilmente conseguibili, in considerazione soprattutto dell’incertezza sull’andamento dei prezzi nel corso dell’anno. Nel mese di gennaio, in effetti, il numero degli impianti di trivellazione è aumentato negli USA e ora desta preoccupazione il fatto che la produzione statunitense possa vanificare le conquiste ottenute grazie all’accordo OPEC. Tuttavia, il robusto incremento del numero delle trivelle è circoscritto al Permian basin e i pozzi incompleti che potrebbero essere sviluppati rapidamente e a basso costo sono soltanto una parte di una realtà molto più variegata. Per arrivare a una nuova produzione significativa nei bacini di Bakken e Eagle Ford sarà necessario un aumento dei prezzi al di sopra dei 60 dollari. In breve, la rigidità e l’irregolarità della curva di elasticità dei prezzi renderanno la produzione statunitense poco costante e meno marcata di quanto i semplici numeri possano suggerire.

A gennaio il numero degli impianti di trivellazione è aumentato negli USA e ora desta preoccupazione il fatto che la produzione statunitense possa vanificare le conquiste ottenute in termini di prezzi del petrolio

Trump e le altre incognite del mercato

In ogni caso, i prezzi del petrolio nel 2017 e negli anni a seguire dipenderanno da fattori ben più influenti dell’accordo OPEC e dei suoi effetti immediati: in questi giorni risulta impossibile, al di là di ogni ragionevole sforzo, evitare di menzionare Donald Trump. L’agenda politica perennemente vaga del nuovo governo americano non si presta a un’analisi chiara e, quanto al tema dell’energia, si sa talmente poco che qualsiasi ipotesi al di là di una lettura superficiale resterebbe un puro esercizio speculativo. Ciò nonostante, l’orientamento generale lascia prevedere uno smantellamento delle regole e l’introduzione di incentivi fiscali volti ad abbassare i prezzi del petrolio, al fine di favorire la produzione negli Stati Uniti. Tuttavia la nuova produzione mediante sistemi convenzionali (su terreni federali) sta subendo un ritardo di diversi anni e non è ancora chiaro se nuovi megaprogetti situati in terreni difficili (come l’Artico) susciteranno interesse in un contesto di forte incertezza dei prezzi. Più in generale, la produzione statunitense dovrebbe conservare la propria solidità grazie al rallentamento dei tassi di declino dei giacimenti esistenti e ai nuovi pozzi del Texas occidentale. Tali fattori potrebbero far presagire un mercato più equilibrato nel corso della seconda metà dell’anno e contenere i prezzi del petrolio anche nel 2018. È probabile che reali impennate dei prezzi possano verificarsi più tardi, forse nel 2019. Gli investimenti nell’upstream non sono stati infatti sufficienti a mantenere il passo con il declino dei giacimenti convenzionali e lo shale oil non sarà in grado di compensare tale declino a breve termine. Dal punto di vista della domanda, il calo dei prezzi che ha caratterizzato gli ultimi due anni non ha contribuito ad aumentare la domanda o a stimolare la crescita economica. La Cina continua a sperimentare notevoli sbalzi per quanto concerne la propria capacità di produzione, lasciando presagire una diminuzione dei tassi di crescita, e gli sforzi del governo per la riduzione dello smog eserciteranno di sicuro enormi pressioni sulla domanda cinese. Anche la forza del dollaro continua a esercitare una certa pressione al ribasso nella domanda globale di petrolio. Nel 2017 la forza del dollaro e le aspettative di crescita dell’economia statunitense dipendono dal modo in cui i mercati risponderanno all’imprevedibile governo di Donald Trump e una guerra commerciale potrebbe metterle entrambe a rischio, insieme alla domanda di petrolio negli USA. Infine, sebbene i fondamentali rappresentino la chiave della direzione delle quotazioni petrolifere, anche il posizionamento nel mercato può giocare un ruolo importante. Al momento, operatori e fondi istituzionali dimostrano di avere una pronunciata tendenza a preferire posizioni lunghe, e con tanti acquirenti in queste posizioni, qualsiasi inizio di inversione provocherà di certo una rapida corsa per uscirne. Tale dinamica di ''commercio affollato'' è stata confermata in passato e sembra presagire una correzione dei prezzi nei prossimi mesi.

Una prospettiva a lungo termine

In assenza di un efficace swing producer – lo shale oil non sarà in grado di ricoprire effettivamente tale ruolo – è probabile che il futuro sarà all’insegna della volatilità dei prezzi. Basandoci sull’esperienza passata, risulta evidente che l’industria è impostata in modo da sperimentare cicli fortemente altalenanti in brevi periodi di tempo. Nonostante la rivoluzione dello shale statunitense, la produzione è destinata a concentrarsi sempre di più nelle mani di pochi produttori OPEC. La crescita della produzione all’interno del cartello è guidata da Iraq e Iran, ma entrambi i Paesi devono far fronte a una sfida ben più grande: da una parte il rischio di instabilità in Iraq a cui si aggiunge la debolezza delle infrastrutture e delle istituzioni e dall’altra la necessità dell’Iran di garantire la tecnologia e gli investimenti su larga scala richiesti. L’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) stima che per compensare il calo della produzione nei giacimenti esistenti e mantenere la produzione futura ai livelli attuali sarebbe necessario un investimento annuale nell’upstream di 630 miliardi di dollari statunitensi (circa l’importo totale che in media il settore ha speso ogni anno negli ultimi cinque anni). L’attuale eccesso di offerta non dovrebbe rassicurare gli animi riguardo alla sicurezza del mercato del petrolio. La possibilità di un’impennata dei prezzi entro la fine del decennio è stata prevista sulla base dei fondamentali della produzione di petrolio convenzionale e dei tassi di investimento. Il dovere delle compagnie petrolifere è quello di sviluppare una gestione flessibile dei progetti, che consenta una maggiore reattività di fronte all’andamento dei prezzi. La volatilità di questi ultimi, di per sé, potrebbe influire sul comportamento dei consumatori, incentivando la diffusione di un atteggiamento più protezionista tra gli industriali e spingendo i singoli individui a prendere in considerazione mezzi di trasporto alternativi, con la diffusione di veicoli elettrici e autonomi. Ad ogni modo, un ''picco di domanda'' è una prospettiva assai lontana.

Un segnale di cambiamento

L’accordo OPEC è stato un segnale di cambiamento: i produttori sono tornati a esprimere il proprio impegno a gestire nuovamente il mercato. Tuttavia, l’intesa e la sua attuazione non rappresentano di per sé una vera e propria svolta. Il rispetto dei termini sembra maggiore del previsto, ma resta da scoprire per quanto tempo ancora durerà. Lo scenario dello shale oil statunitense è estremamente variegato e un diffuso incremento della produzione richiederà prezzi superiori a quelli attuali e per un periodo di tempo prolungato. Complessivamente, le tendenze della domanda e dell’offerta lasciano prevedere un mercato ancora debole nel 2017, nonostante l’accordo OPEC. Sebbene quest’ultimo avrebbe potuto rafforzare il mercato del petrolio, i fattori ribassisti persistono. La vera crisi si farà sentire più tardi nel corso di questo decennio.