La Cina taglia carbone, acciaio e posti di lavoro

La Cina taglia carbone, acciaio e posti di lavoro

Emilio Fabio Torsello
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L'economia del gigante asiatico sotto accusa: Europa e USA accusano Pechino di dumping nelle esportazioni di acciaio, mentre Moody's dà un outlook negativo su debito e 63 tra partecipate e istituzioni finanziarie

Pechino prevede di tagliare la capacità produttiva nel settore carbonifero di 500 milioni di tonnellate entro il 2020, di 150 milioni di tonnellate nel comparto dell’acciaio e di contenere il consumo di acqua. La riduzione - giunta a pochi mesi dalla conferenza sul clima di Parigi (Cop21) - è contenuta nel tredicesimo Piano quinquennale economico, presentato durante il Congresso nazionale del Popolo, iniziato il 5 marzo scorso.

Il Piano quinquennale è un documento fondamentale e organizza la programmazione dei sistemi politici comunisti. In Cina è stato stilato dopo un lavoro di mesi e quindi sottoposto al Congresso che di norma lo approva senza stravolgerlo.

Le politiche ambientali di Pechino e quasi 2 milioni di licenziamenti

Il contenimento della produzione, però, non sarà indolore. Considerando che proprio il carbone attualmente pesa per il 64% nel mix energetico cinese, il governo prevede licenziamenti per 1,8 milioni di posti proprio nei comparti dell’acciaio e del carbone (rispettivamente 1,3 milioni nel settore carbonifero e 500mila nel siderurgico). Entro il 2016, inoltre, potrebbero chiudere circa mille miniere e arrivare una stretta su tutte quelle società incapaci di restare sul mercato o non a norma con la legislazione per il contenimento delle emissioni inquinanti.

Per frenare il panico derivato da questa notizia, Pechino ha messo sul piatto circa 15.3 miliardi di dollari, pari a 100 miliardi di yuan, per “riconvertire” i lavoratori che perderanno il posto, attivare corsi di riqualificazione (si tratta infatti di un settore ad alta specializzazione) e attuare la rilocalizzazione.

L'acciaio e le accuse di dumping di USA ed Europa

La “svolta” di Pechino verso un minor consumo di risorse naturali rientra all’interno di uno scenario più complesso di ristrutturazione dell’economia, che sta andando sempre più verso un rafforzamento dei consumi interni, a fronte di un export di materie prime finito ultimamente sotto la lente dei Paesi occidentali. Europa e Stati Uniti, infatti, hanno accusato la Cina di dumping proprio sulle esportazioni di acciaio e nei giorni scorsi i 28 ministri competenti dei Paesi UE hanno chiesto di accelerare proprio i tempi di imposizione di dazi antidumping sull’acciaio cinese, facendoli passare da 9 a 7 mesi. Se infatti il consumo di acciaio sul mercato interno è diminuito nel 2015 del 5% anno su anno, secondo i dati di Moody’s l’export è invece cresciuto del 25,5%, una vera e propria “inondazione” dei mercati esterni - a fronte di un surplus di produzione che, secondo i dati della China Iron and Steel Association, è stimato attorno alle 400 milioni di tonnellate ogni anno.

Moody's boccia il debito cinese e 63 tra partecipate e istituzioni finanziarie

Se la Cina cerca di dare una vigorosa scossa alle politiche ambientali, prevedendo una serie di “ammortizzatori” che facilitino la ricollocazione degli operai, è però l’intera economia cinese ad essere finita sotto l’esame delle società di rating. Moody’s la scorsa settimana ha infatti decretato il “downgrade” di 25 istituzioni finanziarie del Paese, di 38 società partecipate dallo Stato (e relative sussidiarie), dando un outlook negativo al debito cinese ed esprimendo preoccupazione per le riforme annunciate dal governo. E la stessa crescita del Pil stimata dal governo in +6,5% anno su anno entro il 2020 (+6,7% solo nel 2016), è stata giudicata “ottimistica” da diversi analisti finanziari, tra cui Goldman Sachs.

A meno di vigorose riforme, sia di mercato sia legate a politiche di tutela ambientale ormai irrinunciabili, dunque, Pechino rischia che la frenata dell’economia nazionale - la seconda dagli anni 90 - mandi in tilt le principali produzioni interne e scateni proteste sociali difficilmente contenibili. Basti pensare che - rispetto al 2014 - le manifestazioni dei lavoratori lo scorso anno sono più che raddoppiate.