Brexit, un racconto shakespeariano pieno di grida, strepiti e furori
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Il Regno Unito è profondamente diviso, in ansia riguardo a un futuro incerto e di fronte a una profonda crisi costituzionale. Le conseguenze potrebbero riguardare anche il settore del petrolio e del gas del Mare del Nord

Il Regno Unito è in preda al caos. Venerdì mattina si è svegliato con dei terribili postumi in seguito alla sua sorprendente decisione di voltare le spalle all’Unione Europea in un referendum che sin dall’inizio si è rivelato essere il risultato di faide interne, divisioni e ambizioni politiche personali all’interno del partito conservatore al governo. La sterlina è crollata ai livelli più bassi registrati negli ultimi trent’anni, il mercato azionario è colato a picco, la Scozia minaccia un nuovo referendum per l’indipendenza e il nuovo sindaco di Londra, preoccupato per le ripercussioni della Brexit, ha suggerito che la capitale potrebbe anch’essa distanziarsi dal Regno Unito e diventare una città Stato come Singapore. In poche parole, il Regno Unito è profondamente diviso, in ansia riguardo a un futuro incerto e di fronte a una profonda crisi costituzionale. Il primo ministro David Cameron ha indetto il referendum poiché credeva di poter vincere e mettere quindi a tacere i membri euroscettici del suo partito. Boris Johnson, ex sindaco di Londra e principale sostenitore della campagna pro-Brexit, ha utilizzato abbastanza chiaramente la campagna del referendum come uno schema tattico per destituire David Cameron e prendere il suo posto come primo ministro e leader del partito conservatore. Molti sospettano che il premier britannico ritenesse che il sostegno al ''Remain'' gli avrebbe garantito alla fine dei conti una vittoria di misura, la quale gli avrebbe permesso di contare sul supporto dei conservatori euroscettici nella futura corsa alla leadership del partito, pur mantenendo invariato l’equilibrio Regno Unito-Ue. Tuttavia, David Cameron pensava di avere il supporto dei laburisti all’opposizione. Sfortunatamente, il suo vecchio avversario laburista, Jeremy Corbyn, ha condotto una pessima e debole campagna con lo sgomento del suo stesso governo ombra. La tattica della campagna ''Remain'' volta a spaventare l’opinione pubblica dal punto di vista economico ha cominciato a perdere colpi a mano a mano che i fautori del ''Leave'' spostavano l’attenzione sull’immigrazione e sul controllo dei flussi migratori verso il Regno Unito. La campagna si è così inasprita e, come avrebbe detto Shakespeare, si è trasformata in una racconto ''pieno di grida, strepiti, furori, del tutto privi di significato'', con uno scambio da entrambe le parti di argomenti tangibilmente fasulli e propaganda sporca. Questa citazione shakespeariana è tratta dalla tragedia scozzese di Macbeth e proprio oggi il risultato del referendum ha un significato estremamente cruciale per la Scozia, il cui primo ministro Nicola Sturgeon ha già annunciato l’intenzione di mantenere la posizione della Scozia all’interno dell’UE e proporre quindi, qualora necessario, un nuovo voto per l’indipendenza.

Il riverbero sugli altri paesi, una minaccia per l'Ue

Le conseguenze di questo referendum perverso sono ben lontane dall’essere finite. Il caos e la corsa alla leadership dominano sia all’interno del partito conservatore che di quello laburista. D’altro canto, il rischio di contagio in altri Paesi europei diventa sempre più alto, con i partiti di destra francesi, olandesi e italiani che approfittano del sentimento di scontento popolare contro le cosiddette élites per aumentare il loro potere politico e danneggiare la struttura europea. Non c’è da meravigliarsi quindi se i leader dell’UE stanno cercando una soluzione rapida alla Brexit e fanno pressione sul governo britannico perché esso si appelli all’articolo 50 del Trattato di Lisbona al fine di iniziare il procedimento di uscita della durata di due anni. Dal canto suo, il Regno Unito non ha alcuna fretta e David Cameron ha passato la patata bollente al suo futuro successore, che sarà eletto fra tre mesi. I fautori del ''Leave'' stanno anch’essi procrastinando la decisione poiché vogliono assicurarsi che il Regno Unito negozi un accordo favorevole con l’Ue ora che fa ancora parte del mercato unico. La soluzione norvegese sembrerebbe essere quindi la via da seguire ma il problema al momento è che una soluzione simile consentirebbe l’accesso del Regno Unito al mercato unico ma imporrebbe anche la libertà di movimento dei cittadini dell’Ue; proprio uno dei punti salienti della campagna anti-immigrazione dei ''Leave''. Ad oggi, il risultato del referendum continua quindi a sollevare più dubbi che risposte, generando un clima di incertezza, totalmente negativo per gli operatori economici e i mercati finanziari.

Cosa resta da capire: tempi, modalità di uscita, strategia europea

Ecco qui una lista dei punti chiave che restano ancora da chiarire. In primo luogo: quando il Regno Unito lascerà l’Ue? Alcuni ritengono addirittura che questo scenario non si verificherà mai poiché il successore di David Cameron, a cui è stata lasciata la decisione se appellarsi o meno all’articolo 50 del Trattato di Lisbona, potrebbe scegliere di non farlo per non dover affrontare un probabile periodo di recessione e una possibile dissoluzione del Regno Unito, qualora la Scozia e l’Irlanda del Nord continuino sulla strada della secessione. Una tale decisione andrebbe contro la volontà del 52% della popolazione che si è dichiarato a favore della Brexit, ma è anche probabile che vi siano delle elezioni legislative nei prossimi 12 mesi con alcune parti a favore di un nuovo referendum per invertire il risultato della settimana scorsa. Uno scenario possibile visto che il voto di protesta popolare fondamentale per la vittoria di misura dei “Leave‘ potrebbe molto facilmente far pendere l’ago della bilancia dall’altra parte una volta arrivata la dolorosa recessione, con i prezzi di benzina, sigarette e birra alle stelle a causa del crollo della sterlina, per non parlare di un possibile aumento delle tasse. La seconda domanda è: quale tipo di uscita vuole intraprendere il Regno Unito qualora decidesse di fare appello all’articolo 50? Sono già emerse delle spaccature tra i sostenitori del ''Leave'' che possono essere così riassunte: da una parte vi sono i fautori di una visione orientata al commercio internazionale, globale e libero e dall’altra coloro che hanno una visione isolazionistica. Al momento è ancora totalmente incerto se il prossimo governo britannico sarebbe pronto ad accettare la libertà di movimento in cambio dell’appartenenza allo Spazio economico europeo. Ancora una volta, la risposta verrà rivelata solo dopo le elezioni legislative.  La terza domanda è: quale sarà la strategia dell’Ue nei confronti del Regno Unito per salvaguardare l’unione dell’Ue stessa? Prevarrà l’approccio duro nelle negoziazioni degli avvoltoi o quello più conciliatorio e costruttivo di Angela Merkel? Nel frattempo, l’incertezza generale continuerà a farla da padrone, influenzando negativamente i mercati e l’industria. Tale influenza si rifletterà anche sul settore del petrolio e del gas che, ad ogni modo, verrà travolto dall’onda della Brexit in maniera più moderata rispetto a qualsiasi altro settore industriale, finanziario e terziario. Anche il settore del petrolio e del gas del Mare del Nord vorrebbe infatti sapere che tipo di libertà di movimento e commercio negozierà un Regno Unito al di fuori dell’Ue con l’Unione, nonché le implicazioni di un eventuale referendum per l’indipendenza scozzese. Un simile clima di incertezza potrebbe portare a ritardi o addirittura all’annullamento di importanti progetti nel Mare del Nord anche se in fin dei conti il futuro in materia di petrolio e gas, come quello della Continental Shelf britannica, dipenderà dal prezzo del greggio. Di certo, il continuo rafforzamento del dollaro statunitense, porto sicuro nei confronti della sterlina e dell’euro in balia del tumulto causato dalla Brexit, non sarà d’aiuto.