Brexit, il bivio per il Regno Unito è tra un mese
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Le conseguenze, sia che resti o che abbandoni l'Unione europea, sono tante anche sul fronte energetico. Le compagnie petrolifere temono che un'uscita dall'Ue potrebbe compromettere gli investimenti nel settore energetico britannico

Tra poche settimane, e più precisamente il 23 giugno, il Regno Unito sarà chiamato a votare ad un referendum per decidere se rimanere o abbandonare l’Unione Europea. Si tratta probabilmente di una delle votazioni più importanti mai avvenute in Gran Bretagna negli ultimi anni e non solo per i britannici, considerate le ripercussioni internazionali che una fuoriuscita dall’Ue - cosiddetta "Brexit" - potrebbe esercitare sulla stessa Unione Europea, sui mercati finanziari e valutari di tutto il mondo, sugli scambi commerciali e sui flussi migratori. Il referendum sta dividendo anche il Partito Conservatore al governo del Paese, con i ministri del Gabinetto, i membri del parlamento e gli attivisti locali che si insultano apertamente gli uni gli altri, esprimendosi con fervore pro o contro l’abbandono dell’Ue. Anche una volta pubblicato l’esito finale - e sembrerebbe che la campagna per "rimanere" abbia superato quella rivale per "uscire", sebbene non vi sia nulla di certo in quello che promette di essere un referendum fortemente emotivo - il Partito Conservatore rimarrà spaccato e diviso per mesi o addirittura anni a venire.

Cosa succederebbe nel settore energetico

Una situazione assolutamente evidente nello stesso ministero per l’Energia. Amber Rudd, segretario di stato per l’energia e i cambiamenti climatici, si è espressa chiaramente a favore di una permanenza della Gran Bretagna nell’Ue, sostenendo il primo ministro David Cameron, e il cancelliere dello scacchiere George Osborne, che hanno lanciato un monito riguardo al grave e duraturo danno che un’eventuale uscita potrebbe causare all’economia britannica, ai redditi delle famiglie e ai prezzi immobiliari, compromettendo al contempo la posizione del Regno Unito nel contesto mondiale. Nel caso specifico dell’energia e del suo ruolo cruciale per l’economia britannica, la Rudd ha dichiarato che una Brexit potrebbe causare uno "shock elettrico" al mercato energetico nazionale, determinando un incremento delle bollette di £500 milioni l’anno. Ci è voluto poco perché la numero 2 del Dipartimento, il ministro per l’Energia Andrea Leadsom - favorevole ad un’uscita della Gran Bretagna dall’Ue e membro del comitato per la campagna "Vote Leave" - smentisse aspramente le parole della sua superiore. Secondo la Leadsom, rimanere nell’Ue comporta "forti rischi", mentre uscirne non comprometterebbe i principali obiettivi energetici del Paese. Al contrario, l’appartenenza all’Ue potrebbe minare la sicurezza energetica del Regno Unito. "Abbandonare l’Ue ci garantirà la libertà di mantenere bassi i costi in bolletta, raggiungere i nostri target sul fronte dei cambiamenti climatici con la minor spesa possibile e, ovviamente, ‘tenere accese le luci’," ha affermato in un recente discorso a Londra. Per contro, rimanere fra i membri dell’Ue rappresenterebbe una "minaccia reale" alla sicurezza energetica della Gran Bretagna, soprattutto alla luce delle cosiddette proposte del "Pacchetto invernale" della Commissione Europea. Criticando aspramente queste nuove idee di Bruxelles, la Leadsom ha dichiarato: "Innanzitutto, in futuro ci troveremmo costretti a chiedere l’approvazione alla Commissione prima di poter negoziare nuovi accordi sulla fornitura di gas con i partner internazionali e questo finirebbe col renderci dipendenti da un gruppo di Eurocrati non eletti, riducendo ulteriormente la nostra libertà di agire nel miglior interesse del Paese e rallentando senza dubbio la nostra capacità di reagire alle emergenze ". Ha proseguito, "in secondo luogo mi preoccupa particolarmente la proposta specifica della Commissione che chiede agli Stati Membri di assumersi la responsabilità legale per la sicurezza reciproca delle forniture di gas. Usando le parole della stessa relazione della Commissione: ai sensi del cosiddetto principio di solidarietà, in un Paese dell’UE in difficoltà le forniture di gas alle famiglie e ai servizi essenziali sarebbero garantite dagli Stati Membri confinanti. " In altre parole, gli Stati membri dovrebbero garantire forniture di gas agli altri 28 Paesi dell’Ue, qualora uno di essi subisse una riduzione delle forniture a causa, ad esempio, di una disputa politica con un grande produttore di gas, come la Russia, o per la scadenza di un contratto. La Leadsom ha spiegato che il Regno Unito gode di una posizione molto sicura per quanto riguarda le forniture di gas, dal momento che il 40% proviene dalle riserve del Mare del Nord e il resto soprattutto da Norvegia e Medio Oriente. A differenza degli altri Stati Membri dell’Ue, il Regno Unito non dipende dal gas russo. Al contempo - ha sottolineato - la Gran Bretagna è sempre stata un leader mondiale nello sviluppo di nuove tecnologie a basso contenuto di CO2 e le sue ambizioni di riduzione delle emissioni hanno ispirato il resto del mondo. Ryan Bourne, responsabile della politica all’Institute of Economic Affairs, concorda su questo punto, sostenendo che una Brexit consentirebbe a Regno Unito di rivedere alcuni dei principali ambiti normativi, non da ultimo quello sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica. A suo avviso, questo aspetto è fonte di molti controsensi e addirittura la stessa Ue cercherebbe di ridurre le emissioni di anidride carbonica in un modo alquanto inefficiente. "Abbandonando l’Ue, potremmo rivedere questi punti (target di energie rinnovabili e altre direttive dell’Ue) e sostituirli con delle soluzioni economicamente sensibili con la stessa finalità." Il ministro per l’Energia pro-Brexit ha dichiarato anche che abbandonare l’Ue aiuterebbe il Regno Unito a liberarsi delle "severe restrizioni" delle regole di sostegno agli Stati membri e del bisogno di riceverne la relativa approvazione ogniqualvolta il Paese desidera apportare un cambiamento di natura politica al proprio mix energetico.

Cosa ne pensano le grandi compagnie petrolifere

Perciò chi ha ragione e chi ha torto? Un’eventuale Brexit avrebbe o meno ripercussioni sul settore e sul mercato energetico della Gran Bretagna? Se sì, l’impatto sarebbe positivo o negativo? Partendo dall’inizio, le grandi compagnie petrolifere sostengono la campagna del primo ministro Cameron a favore dell’appartenenza all’Ue. Il Ceo di BP, Bob Dudley, ritiene che un’uscita del Regno Unito dall’Ue potrebbe compromettere gli investimenti nel settore energetico britannico. Lo scorso gennaio, Dudley aveva spiegato come l’abbandono dell’Ue avrebbe "peggiorato" la situazione, perché molte delle regole vigenti continuerebbero ad essere applicate e la Gran Bretagna rischierebbe di perdere la propria influenza nel contesto mondiale. "Ci sono molti motivi fiscali e tecnici, flussi commerciali, regolamenti che faciliterebbero le cose nel nostro Paese e nel settore energetico in generale e in quello gas-petrolifero in particolare, se la Gran Bretagna continuasse a far parte dell’Europa," ha spiegato alla BBC. La sua controparte in Royal Dutch Shell, il Ceo Ben van Beurden, ha espresso preoccupazioni simili riguardo a un’eventuale Brexit. "La nostra società vanta un profondo retaggio nel Regno Unito e nel Continente. Una Brexit causerebbe una vera e propria spaccatura tra le 2 parti, che comprometterebbe la libertà di movimento del personale e delle merci e anche noi ne saremmo interessati. Il percorso diventerebbe sempre più divergente e causerebbe ogni tipo di inefficienza. Questo scenario non è affatto auspicabile per società come la nostra, che prosperano grazie all’assenza di barriere. Questo è un aspetto economico fondamentale della situazione." Insieme ad altri leader di settore, Van Beurden ha firmato una lettera pro-Ue, nella quale si legge come un’uscita dall’Unione "penalizzerebbe gli investimenti e metterebbe a rischio i posti di lavoro." Abbandonare l’Ue renderebbe infatti più difficoltosi gli spostamenti dei cittadini non britannici verso il Mare del Nord oltre che il trasferimento di lavoratori britannici verso il continente europeo. Ciò causerebbe a sua volta un incremento dei costi amministrativi e di manodopera e complicherebbe la pianificazione dei progetti. Inoltre, le barriere commerciali potrebbero far lievitare i costi di importazione nel Regno Unito delle attrezzature di perforazione e di altre attrezzature, anche se Aberdeen è ben equipaggiata e consolidata come importante hub petrolifero. Un altro rischio riguarda le ripercussioni di una Brexit sul valore della moneta britannica. Gli analisti delle principali banche temono che un voto a favore dell’uscita dall’Ue possa esercitare l’impatto maggiore sulla sterlina. E questa sarebbe sicuramente un’arma a doppio taglio per il settore petrolifero. "Se questo scenario si concretizzasse, gli operatori upstream nel Mare del Nord potrebbero beneficiare di un calo della base di costo rispetto ai prezzi di petrolio e gas denominati in dollari", ha spiegato Wood Mackenzie del gruppo di ricerca sull’energia. Al contempo, le società indebitate in dollari Usa vedrebbero aumentare i propri rimborsi se i ricavi fossero espressi in sterline. D’altro canto, però, il settore energetico - e nella fattispecie quello gas -petrolifero - non sembrano particolarmente allarmati dal referendum, nonostante il polverone sollevato dalle varie campagne. Molti suggeriscono che il petrolio e il gas, così come le rinnovabili e lo scisto, potrebbero beneficiare della Brexit, dal momento che la futura gestione interna spingerebbe il Regno Unito a sviluppare le proprie risorse nazionali, anche quelle apparentemente costose nell’attuale contesto dei prezzi petroliferi, per garantire al Paese una sicurezza energetica a lungo termine. Anche se il Regno Unito decidesse di abbandonare l’Ue, il regime normativo del settore petrolifero del Mare del Nord rimarrebbe praticamente invariato e comunque sotto il controllo britannico. Infatti, una Brexit non comporterebbe alcuna variazione del regime fiscale chiave per il Mare del Nord e Londra gode già della sovranità sulle imposte societarie, sulle licenze, sui permessi e su altre normative che difficilmente cambieranno a breve termine. E come hanno fatto presente alcuni avvocati e consulenti del settore energetico britannico, sono già in atto numerose operazioni commerciali nel Mare del Nord, che dimostrano come il settore non sia poi così turbato per una Brexit. Nonostante le preoccupazioni del suo Ceo, BP ha appena raddoppiato la sua partecipazione nello sviluppo del giacimento Culzean nel Mare del Nord centrale britannico, a seguito dell’acquisizione di un altro interesse del 16% da parte di JX Nippon. Secondo BP, lo sviluppo del giacimento Culzean, gestito da Maersk, dovrebbe assicurare una quantità di gas sufficiente a soddisfare il 5% del fabbisogno totale britannico nel picco di produzione del 2020-2021. Scoperto nel 2008, il giacimento di condensato di gas ha risorse stimate per circa 250-300 milioni di barili di petrolio equivalente. La produzione dovrebbe cominciare nel 2019 e proseguire nel decennio del 2030, con un plateau di 60.000-90.000 barili di petrolio equivalente al giorno. Al contempo, Total ha inaugurato ufficialmente il suo impianto di lavorazione di gas Shetland del valore di 800 milioni di sterline, che sarà rifornito dagli enormi giacimenti di gas e condensato di Laggan e Tormore a ovest delle omonime Isole. Anche questi giacimenti dovrebbero fruttare in media 90.000 barili di petrolio equivalente al giorno durante il picco produttivo. Patrick Pouyanne, Ceo di Total, ha dichiarato che lo sviluppo dell’impianto Shetland dimostra "l’impegno costante a favore del Regno Unito" da parte della società francese. Pouyanne ha aggiunto anche che "aprendo il terzo hub produttivo offshore nelle acque di frontiera a ovest delle Shetland, Total sta contribuendo a migliorare la sicurezza energetica a lungo termine del Regno Unito".  Pouyanne ha anche sottolineato che "non ci sono dubbi" riguardo al futuro del Mare del Nord e alle attività di Total in questa regione. Pur non facendo accenno al referendum, il messaggio è piuttosto chiaro. Pouyanne ha lodato il governo britannico per i cambiamenti apportati al regime fiscale nel Mare del Nord, affermando che "francamente ciò che è accaduto negli ultimi 2 anni è stato alquanto impressionante". Ha inoltre enfatizzato la necessità del settore di essere "smart" per massimizzare il persistente potenziale offshore del Regno Unito. Su altri fronti, la costruzione dell’impianto eolico galleggiante più grande al mondo al largo delle coste dell’Aberdeenshire è quasi terminata, dopo il via libera di Crown Estate, che ha garantito il finanziamento necessario alla società gas-petrolifera norvegese Statoil. Royal Dutch Shell ha avviato anche il processo di vendita degli asset di BG nel Mare del Nord, in linea con i suoi sforzi di riduzione del debito dopo l’acquisizione di BG a inizio anno. E a confermare ulteriormente l’immutato interesse per il settore energetico britannico, nonostante le incertezze sul referendum del 23 giugno, è stata anche la recente decisione del gruppo di servizi petroliferi francese Technip e del suo nuovo partner texano FMC Technologies di stabilire la propria sede congiunta nel territorio neutrale di Londra. Se le società fossero state preoccupate per l’esito del referendum, avrebbero sicuramente aspettato ad annunciare questa mossa fin dopo la votazione. Sembra che il settore gas-petrolifero sia stato di gran lunga più allarmato per il voto sull’indipendenza della Scozia nel settembre 2014 che per l’imminente referendum sulla Brexit.

L'indipendenza scozzese, questione ancora aperta

Due anni fa, il settore aveva condotto campagne molto più accese e incisive contro l’indipendenza scozzese rispetto all’approccio pacato al referendum del 23 giugno. Per il settore petrolifero, il voto della Scozia rappresentava una minaccia molto più grave: se gli scozzesi avessero votato a favore di una scissione dal Regno Unito, la sovranità sui giacimenti petroliferi del Mare del Nord sarebbe cambiata, così come il regime fiscale e, probabilmente, anche quello normativo. La questione dell’indipendenza scozzese non è del tutto scomparsa. Ironia della sorte, continua a rappresentare la principale preoccupazione del settore anche in vista del prossimo referendum sulla Brexit. Infatti, se i britannici dovessero votare a favore di un’uscita dall’Ue, gli scozzesi potrebbero a loro volta indire una nuova votazione per l’indipendenza, dal momento che la Scozia desidera rimanere nell’Ue. Se avessero dovuto scegliere fra Regno Unito e Ue, molti scozzesi avrebbero probabilmente optato per l’Europa. Ecco perché il settore tende a schierarsi in ultima analisi nel campo del "rimanere": l’ultima cosa che vorrebbe è un secondo referendum per l’indipendenza della Scozia.