L'UE punta a diversificare mix energetico e fonti
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La mancanza di infrastrutture interne per il trasporto del gas e il progressivo calo della produzione nazionale rendono l'Europa molto vulnerabile, in caso di interruzione prolungata delle forniture dalla Russia o dai paesi del Maghreb e, dunque, molto esposta al rischio geopolitico

I primi carichi di shale gas statunitense sono approdati in Europa – prima in Norvegia, poi in Portogallo e più di recente nel Regno Unito – e per molti esperti di politica estera ed energetica si tratta dell’inizio di una trasformazione potenzialmente decisiva per il mercato europeo dell’energia. L’Europa, del resto, è il maggiore importatore di gas naturale del mondo e il gas naturale è considerato dall’Unione europea come un fattore chiave per la transizione verso un mondo a basse emissioni di anidride carbonica nei prossimi due decenni. Il problema è che l’UE dipende per le sue forniture di gas da una fonte non del tutto affidabile. Oggi la Russia fornisce circa un terzo del gas utilizzato in Europa e si è già servita in più occasioni di questa posizione di forza sul mercato europeo per raggiungere obiettivi politici.

La dipendenza dalla Russia

Non esistono abbastanza reti interne per collegare i terminali di #GNL dell'Europa occidentale ai Paesi dell'Europa centrale e orientale

Non a caso gli stati membri dell’UE hanno cercato di diversificare non solo il loro mix energetico, ma soprattutto le loro fonti di approvvigionamento di gas per ridurre la loro dipendenza dal gas russo. D’altra parte oggi alcuni stati membri come la Lettonia, la Lituania, l’Estonia, la Finlandia e la Slovacchia dipendono completamente dalla Russia per il gas. Altri, tra cui la Bulgaria, l’Ungheria, la Slovenia e la Grecia dipendono dalla Russia per più di due terzi del proprio consumo di gas, mentre la Polonia riceve dalla Russia oltre la metà del proprio gas. Inoltre il gas russo copre il 46% del consumo di gas in Germania, paese che è il maggiore cliente di Mosca nell’UE, nonché il maggior consumatore di gas in termini assoluti con quasi un quinto della domanda complessiva annua dei 28 stati membri.

L’UE ha provato a lungo a liberarsi dalla dipendenza dalla Russia – con ancora maggior forza a seguito dell’escalation nelle tensioni tra Russia e Ucraina, paese attraverso il quale passa circa il 40% del gas russo diretto nell’Unione europea. La Russia si è servita del gas come arma politica in diverse occasioni, per esempio interrompendo le forniture all’Ucraina nel corso delle cosiddette guerre del gas del 2006 e 2009, quando la sospensione ha determinato due settimane d’interruzione delle forniture di tutto il gas russo in Europa, in pieno gennaio, costringendo così milioni di abitanti a sfidare il gelo. I governi europei sono stati costretti a proclamare lo stato di emergenza nazionale, a chiudere le fabbriche e a servirsi di carburanti alternativi. Dopo l’annessione russa della Crimea e al culmine della crisi ucraina del 2014, sono aumentati in Europa i timori di nuove interruzioni delle forniture di gas russo dovute a motivi di natura politica, in particolare per le forniture che passano attraverso l’Ucraina. Tutto ciò ha indotto la Commissione europea, e il suo presidente Jean-Claude Juncker, a mettere la sicurezza energetica al primo posto dell’agenda UE, dando il via al tentativo di creare un’unione energetica in Europa finalizzata a contrastare il rischio di un ricatto politico russo.
Nel 2014 sono anche stati effettuati degli stress test da 38 paesi europei, tra cui tutti i membri dell’UE, che simulavano due scenari di approvvigionamento energetico per un periodo di uno o sei mesi. Tali scenari comprendevano un’interruzione totale delle importazioni di gas russo nell’UE e una sospensione delle importazioni di gas che passano attraverso l’Ucraina. I test hanno dimostrato che una prolungata interruzione dell’approvvigionamento avrebbe un impatto importante sull’UE, dato che il gas rappresenta circa un quarto del mix energetico dell’UE e un terzo di tale gas viene importato dalla Russia. Ma i test hanno nello stesso tempo confermato che se tutti i paesi fossero in grado di cooperare tra loro, i consumatori sarebbero al sicuro anche nel caso di un’interruzione delle forniture di gas della durata di sei mesi. Per quanto riguarda l’approvvigionamento di gas, tuttavia, il problema è che, a differenza del petrolio o carbone, non è possibile trasportare grandi quantità di gas dove serve di più se non esistono le relative infrastrutture.

Il calo della produzione UE e la mancanza di reti interne

Il fatto più curioso è che l’Europa ha già sviluppato e ingrandito le proprie infrastrutture per l’importazione e lo stoccaggio nel corso degli ultimi decenni per prepararsi a far fronte a una domanda di gas che si è poi rivelata sovrastimata. Il cosiddetto "Piano decennale di sviluppo della rete" dell’UE prevedeva un aumento dell’8% della domanda di gas tra il 2010 e il 2013. La domanda, però, è diminuita del 14%. Una notevole incertezza resta anche sui livelli futuri della domanda, con proiezioni che vanno da un aumento del 38% dei consumi entro il 2035 nello "scenario base" di Eurogas, fino ad un ulteriore calo del 25% dei consumi di gas in scenari della Commissione europea in cui vengono centrati tutti gli obiettivi di efficienza energetica, sviluppo delle rinnovabili e riduzione delle emissioni. Gli studi hanno inoltre dimostrato che la capacità di importazione dei gasdotti provenienti da Russia, Norvegia, Algeria e Libia (422 miliardi di metri cubi) sarebbe più che sufficiente a soddisfare le attuali esigenze di importazione di gas dell’UE (255 miliardi di metri cubi). Inoltre diversi stati membri hanno già installato infrastrutture per l’importazione di 183 miliardi di metri cubi di gas naturale liquefatto (GNL). A causa delle eccessive dimensioni delle infrastrutture per il gas rispetto alla domanda effettiva dell’UE, il tasso di utilizzo dei gasdotti riservati alle importazioni è pari soltanto al 58%, e al 32% per i terminali del GNL.
È evidente quindi che il problema non è un livello insufficiente di infrastrutture, ma di reti interne all’UE. In effetti, il 95% delle infrastrutture per l’importazione di GNL nell’UE si trova in Europa occidentale e non esistono sufficienti infrastrutture interne in grado di collegare i terminali di GNL ai paesi dell’Europa centrale e orientale, molti dei quali, non avendo accesso al GNL, sono ancora più dipendenti dalla Russia. Nello stesso tempo, anche ipotizzando una crescita debole o addirittura un calo della domanda di gas nell’UE, la vulnerabilità dell’UE rispetto alle interruzioni della catena di approvvigionamento è destinata a permanere per diverse ragioni.
La produzione di gas in Europa sta diminuendo rapidamente. Il volume relativo alla produzione di gas del Regno Unito è in costante diminuzione a partire dal 2010, in gran parte a causa del rapido esaurimento delle risorse nel Mare del Nord. Anche la Norvegia, un fornitore di gas storico, affidabile e importante per l’UE, deve fronteggiare la diminuzione delle risorse del Mare del Nord, e analogamente i Paesi Bassi hanno registrato un forte calo della produzione di gas.
Inoltre, è improbabile che la continua e feroce opposizione dell’opinione pubblica al fracking in Europa permetta lo sviluppo di risorse di gas potenzialmente enormi, diversamente da quanto è successo negli Stati Uniti dove il fracking ha rivoluzionato l’industria del petrolio e del gas.  Nello stesso tempo, l’opposizione pubblica e politica allo sviluppo dell’energia nucleare nell’UE rende il gas naturale la fonte energetica più adatta per la transizione dell’Europa verso un futuro a basse emissioni di anidride carbonica; ciò avviene nonostante l’opposizione degli ambientalisti e dei partiti verdi, per i quali la Commissione europea dovrebbe concentrarsi meno sul gas e di più sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica al fine di raggiungere i propri obiettivi climatici di lungo periodo e ridurre la dipendenza dalle forniture estere.
Ma come ha sottolineato Miguel Arias Cañete, commissario europeo per l’azione per il clima e l’energia, al momento di svelare l’ultimo pacchetto per la sicurezza energetica sostenibile della Commissione europea: "Siamo ancora troppo vulnerabili a importanti interruzioni delle forniture di gas. E le tensioni politiche ai nostri confini ci ricordano con forza che questo problema non sparirà da solo". In effetti l’Unione europea rimane vulnerabile non solo rispetto alla Russia, ma anche nei confronti di altri fornitori chiave che potrebbero interrompere l’approvvigionamento di gas per motivi politici o tecnici. L’ Algeria, per esempio, che si è dimostrata un fornitore affidabile e sicuro, potrebbe sospendere le forniture in caso di imprevedibili disordini politici a livello regionale. Si prevede che anche il Maghreb diventi un importatore netto di energia entro il 2030 a causa della crescente domanda interna sostenuta da un incremento demografico, e ciò potrebbe ulteriormente ridurre le forniture di gas verso l’Europa. Per quanto riguarda altri paesi, l’Azerbaijian ha dovuto fronteggiare un crescente malcontento interno, mentre il Turkmenistan deve guardarsi dai talebani lungo i suoi 750 km di confine con l’Afghanistan. In Medio Oriente, i terroristi e gli estremisti hanno preso di mira le infrastrutture del gas e del petrolio, determinando così delle inevitabili interruzioni delle forniture.
L’UE deve quindi adattarsi ad una situazione mutevole e sempre più preoccupante, dominata dal rischio geopolitico. Nel caso delle forniture di gas, comunque, gli aspetti più problematici restano legati alla Russia non solo a causa dell’entità delle sue esportazioni verso l’UE, ma anche a causa delle accresciute tensioni in Ucraina, e ora anche a causa dell’intervento di Mosca nel conflitto siriano. Tutto questo sottolinea il grande valore simbolico e geopolitico collegato al recente arrivo dei primi carichi di GNL statunitense sulle coste europee, risultato della notevole crescita della produzione di petrolio e gas di scisto statunitense che ha spinto Washington a revocare il quarantennale divieto sulle importazioni di petrolio e gas statunitensi.

L'Europa è il maggiore importatore di gas del mondo e il gas è considerato dall'UE come un fattore chiave per la transizione verso un mondo a basse emissioni di anidride carbonica

Lo sbarco dello shale USA e la risposta di Gazprom

A livello generale, questi primi carichi giunti alle raffinerie europee di Ineos, la multinazionale del settore chimico con sede in Svizzera, non faranno alcuna differenza per quanto riguarda la domanda di gas in Europa, almeno in questa fase iniziale. Tuttavia, come sostiene Jim Ratcliffe, fondatore e presidente di Ineos, questi primi carichi rappresentano uno sviluppo strategicamente importante sia per la sua azienda che per l’Europa. Quando il primo carico è approdato in Norvegia alla fine di marzo 2016, Ratcliffe ha osservato che "il petrolio e il gas di scisto hanno rivitalizzato il settore manifatturiero degli Stati Uniti e per la prima volta anche l’Europa ha la possibilità di accedere a questa essenziale fonte di energia e materia prima". La sua azienda ha impiegato una flotta di navi appositamente costruite, in grado, dice Ratcliffe, di creare "un gasdotto virtuale attraverso l’Atlantico".
C’è ancora un dibattito in corso sull’impatto che le esportazioni di gas dagli Stati Uniti verso l’Europa avranno nel modificare l’attuale equilibrio delle transazioni energetiche fra UE e Russia. Alcune stime suggeriscono che gli Stati Uniti potrebbero raggiungere i livelli delle esportazioni russe verso l’Europa entro 10 anni. Wood Mackenzie, società di consulenza energetica, ha previsto che entro il 2020 il 55% del GNL statunitense, pari a circa 32 milioni di tonnellate l’anno, sarà spedito in Europa. Altri sono meno ottimisti, e ritengono che l’impatto sull’Europa si farà sentire molto gradualmente poiché il GNL statunitense verrà inizialmente diretto verso mercati di maggiore valore in Asia e in America Latina, dove i prezzi spot del GNL tendono ad essere più elevati, rendendo così le esportazioni verso tali destinazioni più redditizie. Tuttavia la maggior parte degli esperti tende a concordare sul fatto che il GNL proveniente dagli Stati Uniti rappresenterà probabilmente uno dei più importanti, se non il più importante, passo verso la trasformazione del mercato GNL in un mercato veramente globale. In questo modo, e rappresentando un fattore di competizione sul mercato del gas, le esportazioni di GNL dagli Stati Uniti verso l’UE e altrove dovrebbero rendere i prezzi del gas molto più competitivi e spingere Gazprom, il monopolista russo di proprietà statale nel settore del gas, ad adattarsi e ad abbassare i prezzi che impone ai propri clienti europei se intende mantenere la propria quota di mercato.
Gazprom però non è certo intenzionata a restare passiva mentre i suoi migliori clienti diminuiscono la loro dipendenza dal suo gas. Ha già raccolto il guanto di sfida lanciato dal GNL degli Stati Uniti, annunciando pochi mesi fa l’intenzione di aumentare le esportazioni di gas verso l’Europa fino a livelli record. La strategia del gruppo russo consiste nel mantenere in Europa una quota di mercato di almeno il 30% da qui al 2035. Il vice presidente di Gazprom Alexander Medvedev ha anche dichiarato circa 12 mesi fa, durante una visita a New York, che le esportazioni di gas dal Nord America verso l’Europa saranno "limitate", dal momento che il costo del GNL dovrebbe risultare più elevato nei prossimi cinque anni rispetto ai prezzi forward vigenti all’hub National Balancing Point (NBP) del Regno Unito, il mercato spot per il gas naturale più consolidato d’Europa.
Il gruppo russo ha sicuramente un notevole potere ed è in grado di reagire agli sviluppi del mercato e di indebolire i concorrenti al fine di preservare la sua quota di mercato, in particolare perché il suo gas è stato in precedenza relativamente più conveniente rispetto al GNL importato, anche se i prezzi si sono avviati verso una convergenza. La Russia ha inoltre cercato di espandere i suoi gasdotti in Europa per garantirsi più acquirenti con contratti a lungo termine e, sostengono i critici, per continuare a controllare e a manipolare il mercato più per motivi politici che per ragioni puramente economiche.

La partita dei gasdotti

È difficile dire se la maggior parte dei grandi progetti relativi ai gasdotti che Mosca ha lanciato negli ultimi anni abbiano senso dal punto di vista commerciale, dato che il consumo di gas nell’UE è probabilmente destinato a rimanere sugli stessi livelli o addirittura a diminuire da qui al 2030 a causa del passaggio ad un’economia a basse emissioni di anidride carbonica. Ma le ragioni commerciali non hanno mai pesato più di tanto nella geopolitica del gas russo. Mosca, per esempio, sta ora dando nuovo slancio insieme ad Ankara al progetto relativo al gasdotto TurkStream, che è destinato a sostituire il gasdotto South Stream verso la Bulgaria e a portare il gas russo lungo il percorso – oggi cancellato – del South Stream e poi attraverso il Mar Nero in Turchia fino alla frontiera con l’UE. Tale gasdotto permetterebbe alla Russia di competere direttamente sul mercato europeo sud-orientale con il cosiddetto Southern Gas Corridor, uno dei progetti di punta dell’UE per quanto riguarda i gasdotti, che si calcola arriverà a costare circa 45 miliardi di dollari USA e sarà progettato per portare il gas del Caspio verso l’Europa e per ridurre la dipendenza dalla Russia. Significativamente, TurkStream contribuirebbe non solo ad aumentare la capacità di esportazione del gas russo, ma anche a scavalcare l’Ucraina privando così Kiev di uno dei suoi punti di forza a livello diplomatico nel suo ininterrotto conflitto con Mosca.
Un esempio ancora più eloquente dei tentativi fin troppo evidenti di Mosca di utilizzare il gas come strumento politico volto a manipolare il mercato europeo dell’energia e più in generale a destabilizzare l’UE, è il controverso progetto del gasdotto Nord Stream 2. Un consorzio di aziende occidentali, tra cui Eon, Engie, OMV, Shell e Wintershall ha ora deciso di non partecipare a questo progetto destinato a raddoppiare la capacità dell’attuale gasdotto sottomarino Nord Stream e destinato a portare il gas russo verso la Germania scavalcando l’Ucraina. Ma Gazprom e Mosca hanno comunque intenzione di portare avanti il progetto, anche se il gasdotto esistente sta operando al 50% della sua capacità. Il governo polacco si oppone con forza al progetto, così come altri paesi dell’Europa centrale e orientale che fanno parte dell’UE come la Repubblica ceca, l’Estonia, la Croazia, l’Ungheria, la Lituania, la Lettonia, la Romania e la Slovacchia.
Scrivendo di recente sul Financial Times, Konrad Szymanski, ministro polacco per gli Affari Europei, ha osservato che gli argomenti economici a sostegno del Nord Stream 2 sono sempre stati poco validi, soprattutto se si considera l’eccesso di capacità delle infrastrutture esistenti che vanno dalla Russia verso l’UE. "Considerati la notevole dipendenza dell’Europa dal gas russo e il danno che il progetto causerebbe all’economia ucraina (che è sovvenzionata dall’UE), le motivazioni politiche alla base appaiono ovvie”, ha dichiarato Szymanski, aggiungendo che il progetto assomiglia sempre più ad un cavallo di Troia, progettato per destabilizzare l’economia e avvelenare le relazioni politiche all’interno dell’UE. Szymanski ha anche criticato la posizione ambigua e contraddittoria della Commissione europea che non si è opposta in maniera ferma al progetto, nonostante le sanzioni dell’UE contro la Russia a seguito dell’annessione della Crimea. "L’UE non può continuare ad offrire un sostegno finanziario all’Ucraina, a mantenere le sanzioni contro la Russia e ad invitare ad un’unione energetica solida, mentre allo stesso tempo collabora con Gazprom alla realizzazione di Nord Stream 2", ha scritto.
Nord Stream 2 si è così trasformato in un ulteriore banco di prova per l’unità europea e la credibilità delle istituzioni dell’UE. Il gasdotto ha ancora una volta messo in luce le debolezze fondamentali del sistema dell’UE, che è diventato sempre più un sistema caotico con priorità diverse e contrastanti fra stati membri che minano l’unione più generale. La Brexit è forse il sintomo più drammatico della crisi più vasta che sta inghiottendo l’UE. Ma d’altra parte, l’Unione europea in questi anni non sembra in grado di concludere neanche un semplice accordo commerciale con un paese come il Canada senza infiniti dibattiti.
Nel caso dell’energia e del progetto per un’Unione dell’energia, le diverse priorità e gli interessi acquisiti hanno reso ancora più difficile il compito dell’UE di garantire quella sicurezza energetica che va di pari passo con il passaggio al gas naturale per un minore impatto ambientale.
Come ha fatto notare Konrad Szymanski: "Promuovere gli interessi economici di alcuni paesi a scapito della sicurezza e della stabilità degli altri non è un buon modo per sfuggire alla crisi in cui si trova l’UE. E non è neppure un buon modo per dare ai cittadini disillusi una rinnovata fiducia nelle istituzioni europee".