Brexit, i cortocircuiti che attraversano la Manica
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Nel settore energetico sarà importante capire il destino della partecipazione del Regno Unito al progetto dell'Unione dell'energia e alla liberalizzazione del mercato energetico europeo

Prima che sia possibile valutare il reale impatto che la decisione della Gran Bretagna di uscire dall’Unione Europea avrà sull’economia del Regno Unito e in particolare su un settore di spicco, quello energetico è necessario che le acque si calmino ancora un po’ (e potrebbero servire altri mesi, se non anni). Una cosa è certa: l’enorme incertezza rispetto al futuro. Tutto dipenderà dalla capacità del nuovo governo Conservatore, guidato dal Primo Ministro Theresa May, di negoziare un accordo accettabile con il resto dell’Unione Europea, in seguito a una breve ma particolarmente aspra corsa alla leadership che ha lasciato cicatrici profonde all’interno del partito. Anche le agitazioni in corso tra i Laburisti all’opposizione rischiano di turbare ulteriormente la situazione, così come l’atteggiamento della Scozia, che vuole restare nell’UE e potrebbe chiedere un nuovo referendum per l’indipendenza dal Regno Unito. Chi ha votato per il "Leave" ci ripenserà quando l’economia inglese dovrà far fronte a pressioni sempre più forti con la possibilità di entrare in recessione? Finora il mercato azionario e l’economia hanno resistito piuttosto bene, nonostante la sterlina abbia inevitabilmente segnato un netto calo rispetto al dollaro e all’euro. La May sembra non avere alcuna fretta di invocare l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona, che darebbe inizio al procedimento di uscita della Gran Bretagna dall’UE della durata di due anni. In qualità di Home Secretary (l’equivalente del Ministro dell’Interno nei Paesi dell’UE), ha appoggiato l’infruttuosa campagna dell’ex Primo Ministro David Cameron per la permanenza in Europa. Ma è sempre stata cauta sulla questione UE. Nel suo governo ha persino chiamato in causa diversi influenti membri pro-Brexit del Partito Conservatore, non ultimo uno dei leader della campagna Brexit, l’ex Sindaco di Londra Boris Johnson, nominato Foreign Secretary (Ministro degli Esteri). Il nuovo Primo Ministro ha sottolineato il suo impegno per la Brexit e alcuni dei membri del suo governo hanno lasciato intendere che l’invocazione dell’Articolo 50 sia previsto per l’inizio del nuovo anno, in seguito a intense consultazioni con i governi europei. La May ha già avuto confronti abbastanza positivi con la Cancelliera tedesca Angela Merkel e un po’ più freddi con il Presidente francese Francois Hollande. Fino a questo momento Johnson ha mostrato capacità diplomatiche inaspettate ed evitato le polemiche che è solito alimentare. Dopotutto, è davvero felice di aver ricevuto un ruolo così importante nel nuovo governo, dopo il tradimento del suo più stretto alleato pro-Brexit, l’ex Ministro della Giustizia Michael Gove, durante la corsa alla leadership successiva alle dimissioni di Cameron. È per lui una straordinaria opportunità di mettersi in mostra per un eventuale futuro da Primo Ministro.

Una resa dei conti interna al partito

Ancora incerto l'effetto #Brexit sul comparto #energia: #TheresaMay dovrà negoziare un buon accordo con #EU

Le tensioni e le divisioni all’interno dei Conservatori hanno dimostrato chiaramente ciò che in fin dei conti era il referendum sulla Brexit: una resa dei conti interna al partito. La cosa triste è che una questione cruciale come l’Europa e la permanenza del Regno Unito nell’UE si riduca a una sporca disputa di politica interna sia nel Partito Conservatore che in quello Laburista che avrebbe dovuto sostenere la proposta di Cameron di restare nell’UE. Ma il controverso leader laburista Jeremy Corbyn non ha affatto mascherato la sua estrema riluttanza a sostenere l’ex Primo Ministro e non si è impegnato molto per convincere il suo Partito a votare per il "Remain". In effetti, la corsa alla leadership all’interno del Partito Conservatore e del Partito Laburista all’opposizione è stata da molti paragonata a una soap opera politica che ha tutte le carte in regola per diventare il perfetto sequel della serie televisiva "House of Cards". In realtà ce ne sono state due: la prima era ambientata a Londra, mentre l’adattamento americano, che ha riscosso un successo ancora maggiore, è ambientato a Washington DC. Sono delle avvincenti storie di tradimenti e ambizione personale e politica che sono diventate realtà in seguito all’inaspettato voto sulla Brexit. Sebbene alla fine Theresa May si sia aggiudicata la corsa alla leadership del Partito Conservatore con una maggioranza schiacciante e sia universalmente considerata "una persona di cui fidarsi" dotata di una notevole esperienza politica, le acque resteranno agitate, sia nel suo partito e nel suo Paese che in Europa. I sostenitori della linea dura sulla Brexit sono delusi del fatto che il nuovo Primo Ministro non sia un vero e proprio sostenitore della Brexit. Gli esclusi dal suo governo, invece, restano in attesa del suo primo passo falso. In casa laburista c’è un vero caos (e non è un’esagerazione). La maggior parte dei parlamentari laburisti e il governo ombra chiedono le dimissioni dell’attuale leader del partito Jeremy Corbyn, in seguito al suo debole sostegno alla permanenza nell’UE nel recente referendum. Ha perso il voto di fiducia dei suoi stessi parlamentari ma, in base alle arcane norme del Partito Laburista, ha potuto opporsi alle dimissioni e decidere di tenere duro. Questo breve quadro dimostra quanto siano profonde le spaccature nel Partito Laburista, nel Partito Conservatore attualmente impegnato in un’opera di riunificazione, in Inghilterra e nel Regno Unito in generale. Dopo la reazione istantanea conseguente alla vittoria del tutto inaspettata del "Leave", i mercati finanziari hanno evidenziato una certa ripresa e finora la Banca d’Inghilterra è riuscita a evitare un taglio immediato dei tassi di interesse. Persiste, tuttavia, una situazione di nervosismo e volatilità, dovuta principalmente all’incertezza derivante dalla decisione del Regno Unito di uscire dall’UE che rischia di creare una maggiore instabilità economica, indebolisce la posizione negoziale del Regno Unito e, almeno nel breve periodo, scoraggia gli investimenti. In sintesi, il referendum e il relativo esito hanno introdotto una gravosa fonte di nuove agitazioni e confusione sia per l’economia del Regno Unito sia per quella dell’Unione Europea e, non da ultimo, per il settore energetico.

Il referendum e il relativo esito hanno introdotto una gravosa fonte di nuove agitazioni e confusione sia per l'economia del Regno Unito sia per quella dell'Unione Europea, e, non da ultimo, per il settore energetico

Gli effetti reali non sono ancora percepibili

In questa fase il reale impatto su di esso non è ancora chiaro. Tuttavia, come ha sostenuto lo studio legale Herbert Smith Freehills in una recente nota: "Una cosa è certa: è molto improbabile che nell’immediato vedremo cambiamenti importanti agli attuali sistemi e alle attuali normative. La negoziazione e la pianificazione dell’uscita richiederanno molto tempo e l’UE e il Regno Unito dovranno stabilire il futuro dell’accesso ai rispettivi mercati energetici, laddove ce ne sia uno". La questione principale riguarda la possibilità che il Regno Unito mantenga l’accesso al mercato unico senza dover assolvere l’obbligo di libera circolazione dei cittadini Ue. Sin dall’inizio l’immigrazione è stata una delle questioni di spicco del referendum e per chiunque salirà al potere a Londra il prossimo autunno resterà in cima alla lista delle priorità nelle negoziazioni con l’UE. Il che non significa, come ha lasciato intendere la May, che il nuovo governo invocherà immediatamente l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona. Tutto fa pensare che il nuovo Primo Ministro proverà a rimandare ogni decisione alla fine dell’anno per sondare il terreno delle negoziazioni e analizzare il contesto economico. Attualmente gli altri Paesi UE suggeriscono di non riservare alcun trattamento di favore al Regno Unito ("nessuna scelta selettiva dei privilegi" ha detto la Merkel alla May) e che, se vorrà preservare l’accesso al mercato unico, dovrà attenersi al quid pro quo di libera circolazione di capitale, merci e servizi. Ciò sarebbe possibile con una soluzione sul modello norvegese con il Regno Unito che continuerebbe a far parte dello Spazio economico europeo. Tuttavia le posizioni negoziali possono evolvere, soprattutto perché molti altri Paesi UE hanno le medesime preoccupazioni e pressioni interne riguardo al controllo dei flussi migratori, che potrebbero dar luogo a un’ampia rivalutazione delle politiche UE in materia di immigrazione. Eventuali nuove politiche potrebbero aprire la strada verso un compromesso con il Regno Unito, che potrebbe adottare quella che alcuni cronisti chiamano già opzione "soft Brexit" o "Brexit lite", grazie alla quale il Regno Unito avrebbe un certo controllo sull’immigrazione, ad esempio con un sistema di quote, e continuerebbe ad avere accesso al mercato unico. Siamo ancora nei primissimi giorni, ma cominciano già a circolare delle idee che avranno importanti ripercussioni sul settore energetico del Regno Unito e dell’UE, poiché in ultima istanza determineranno il destino della partecipazione (o non partecipazione) del Regno Unito al progetto dell’Unione dell’energia e alla liberalizzazione del mercato energetico europeo. La Gran Bretagna dispone di numerose stazioni di interconnessione per il gas e l’elettricità con l’Europa continentale e ne stanno nascendo altre, pertanto non potrà prescindere da una cooperazione con il mercato energetico interno dell’UE, qualsiasi sia il destino della Brexit. Inoltre, è probabile che il Regno Unito continui a mettere in atto e a sostenere molte delle disposizioni del Terzo pacchetto energia dell’UE, considerato l’impegno e i precedenti del Paese nella liberalizzazione dell’energia.

Impatti su bollette, energia verde e progetti nucleari

La UK National Grid (la rete elettrica nazionale del Regno Unito) ha già messo in guardia circa i possibili aumenti delle bollette energetiche nazionali e il crollo della sicurezza energetica nel caso in cui il Paese non preservi l’accesso al Mercato interno dell’energia (IEM) nelle negoziazioni sulla Brexit. In una dichiarazione successiva al voto del referendum, la Società ha affermato: "È fondamentale che il Regno Unito mantenga l’accesso allo IEM che offre stabilità alle compagnie energetiche e mantiene a livelli accettabili le bollette di casa. La sicurezza energetica del Regno Unito dipende dal gas e dall’elettricità dello IEM ed è fondamentale non assumersi rischi a tal proposito. La questione dell’energia deve essere affrontata con la massima attenzione dal governo non appena inizieranno le negoziazioni sull’uscita della Gran Bretagna". Secondo il gruppo di ricerca Vivid Economics, i costi derivanti dalla minore collaborazione con l’Europa sarebbero significativi. "Il potenziale impatto derivante dallo IEM potrebbe toccare i 500 milioni di sterline l’anno già all’inizio del terzo decennio del 2000", hanno affermato gli analisti del gruppo, aggiungendo che ulteriori costi deriverebbero dalla richiesta di maggiori rendimenti da parte degli investitori, in ragione dell’aumento dei rischi dei nuovi progetti. Secondo la Commissione nazionale per le infrastrutture, con la chiusura degli impianti elettrici sempre più vecchi, il Regno Unito dovrà investire circa 20 miliardi di sterline l’anno nei prossimi cinque anni. Questa somma costituirà circa il 60% di tutte le spese pianificate per le infrastrutture nel Regno Unito. In realtà, la Brexit potrebbe rendere ancora più complessa la sfida in cui il Regno Unito è impegnato per l’istituzione di un sistema energetico pulito, sicuro ed economicamente accessibile. In caso di Brexit, la Gran Bretagna non sarebbe più vincolata dalla UE a produrre circa il 30% dell’elettricità da fonti rinnovabili. Darebbe anche al Regno Unito maggiore libertà di portare avanti progetti nucleari, come la controversa centrale nucleare Hinkley Point C da 18 miliardi di sterline diretta dalla società pubblica francese EDF. In seguito al referendum, i leader politici francesi hanno confermato il loro sostegno a questo progetto importante per entrambi i Paesi. L’impianto offrirebbe elettricità a basse emissioni di carbonio per soddisfare il 7% del fabbisogno energetico totale del Regno Unito dal 2025 in avanti e sosterrebbe l’industria nucleare francese che negli ultimi tempi ha affrontato momenti sempre più difficili e si trova nel bel mezzo di un’imponente ristrutturazione. D’altro canto, la Brexit potrebbe rendere più difficile per il settore energetico del Regno Unito l’accesso ai prestiti della Banca europea per gli investimenti e del Fondo europeo per gli investimenti strategici per finanziare i tanto necessari investimenti in nuove infrastrutture energetiche. Inoltre, la comunità scientifica è preoccupata per le ripercussioni sul finanziamento di programmi di ricerca e sulla collaborazione del Regno Unito in progetti paneuropei. In un’intervista alla BBC, il Professor Steve Cowley, Direttore dell’Autorità per l’energia atomica del Regno Unito, ha affermato che i ricercatori temono il ritiro dei finanziamenti annuali della Commissione europea. Una situazione simile rischia di influire anche sull’industria petrolifera e del gas, che ha tratto vantaggio dalla stretta collaborazione con gli istituti di ricerca del Regno Unito e dell’UE. Questo ha consentito alle società attive nel Mare del Nord di preservare la propria competitività negli anni e acquisire una posizione di leadership nel settore delle nuove tecnologie offshore. Secondo gli analisti e i manager del settore, rispetto alle utility elettriche, l’industria del petrolio e del gas sembra essere in una posizione migliore per sopravvivere all’uragano Brexit. Ciò nonostante, la questione di un eventuale secondo referendum per l’indipendenza della Scozia sta dando luogo a un clima di ulteriore incertezza per il settore petrolifero e potrebbe spingere le società a procrastinare o annullare progetti fino a quando non disporranno di informazioni esaurienti sulle conseguenze delle negoziazioni per l’uscita della Gran Bretagna. Ma una delle preoccupazioni più vive delle multinazionali di petrolio e gas è l’eventuale perdita degli accordi relativi alla libertà di circolazione attraverso il Canale della Manica tra l’UE e il Regno Unito. Molti lavoratori del Regno Unito impiegati da società petrolifere europee lavorano nei Paesi UE e viceversa. La loro non appartenenza all’UE potrebbe incrementare gli oneri burocratici e quindi i costi per i datori di lavoro. Shell ha dato voce a tale questione, preannunciando che barriere commerciali e limitazioni della circolazione influirebbero negativamente sulle attività nel Regno Unito. Naturalmente tali limitazioni influirebbero anche sulla capacità del Regno Unito di attirare sulle proprie coste lavoratori qualificati del settore petrolifero e del gas. E questo sarebbe un altro duro colpo per le mature industrie del Regno Unito nel Mare del Nord che dal 2014 hanno già perso 8000 posti di lavoro a causa del crollo del prezzo del petrolio ed evidenziato, di conseguenza, un netto aumento delle tensioni occupazionali e degli scioperi.

La questione principale riguarda la possibilità che il Regno Unito mantenga l'accesso al mercato unico senza dover assolvere l'obbligo di libera circolazione dei cittadini UE

Il futuro, guardando anche agli USA

Finora la May e il suo nuovo governo hanno preso una posizione cauta, costruttiva e pragmatica rispetto all’impegno per l’uscita della Gran Bretagna dall’UE. Il punto è se il nuovo governo sarà in grado di mantenere questo approccio di fronte alle inevitabili turbolenze politiche ed economiche che ne conseguiranno. La May spera inoltre che anche i suoi omologhi in Europa adottino un approccio costruttivo e pragmatico alle trattative sull’uscita in seguito all’invocazione dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona da parte del Regno Unito. In fondo è nell’interesse a lungo termine del Regno Unito e dell’UE raggiungere un accordo accettabile, indipendentemente dal tempo che sarà necessario. Inoltre, l’esito delle prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti potrebbe accrescere ancora di più la necessità di tale accordo.