La sottile linea bianca

La sottile linea bianca

Giancarlo Strocchia
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L'area compresa tra le coste dell'Alaska e la zona canadese rimangono sotto la lente di osservazione dei rispettivi governi, dopo che alcune grandi compagnie Oil & Gas hanno deciso di interrompere le operazioni di trivellazione per gli alti costi produttivi, nonostante gli ingenti investimenti

La linea bianca orizzontale è inconfondibile. Una coltre candida e un mare gelido che nascondono un cuore "caldo" di idrocarburi che, a quanto pare, però, hanno perso la sua attrattiva. Tanto che Dutch-Shell, la grande compagnia anglo-olandese, ha deciso di abbandonare le estese terre artiche dopo aver investito una cospicua quantità di denaro. Ma, a quanto pare, il gioco non varrebbe la candela. Eppure le stime farebbero pensare l’esatto contrario, valutazioni che avevano indotto molte società dell’Oil & Gas a finanziare costose esplorazioni, scommettendo proprio sulla regione artica per garantire il futuro del settore. La storia energetica dell’Artico inizia in Russia. Ad aprire la grande corsa agli idrocarburi fu la scoperta del campo Tazovskoye13 nel 1962; fu poi la volta proprio dell’Alaska, con il campo Prudhoe Bay venuto alla luce nel 1967. Circa 61 grandi giacimenti di petrolio e gas naturale sono stati scoperti a partire da quella data all'interno del circolo polare artico in Russia, Alaska, Canada e Norvegia. Quindici di questi grandi campi non sono ancora entrati in produzione; 11 si trovano in Canada e nei Territori del Nordest, 2 in Russia, e 2 nell'Alaska artica.

Grandi investimenti fermi al palo

Oggi il crollo delle quotazioni del greggio ha provocato un evidente capovolgimento di prospettiva. Nonostante l’Energy Information Administration parli di riserve per 27 miliardi di barili di petrolio e 132 miliardi di piedi cubi di gas "intrappolati" nella profondità delle sconfinate terre artiche, grandi compagnie petrolifere, come appunto Royal Dutch Shell, ma anche ConoCoPhillips, hanno rinunciato a diritti di esplorazione nell'Artico statunitense per una valore complessivo pari a 2,5 miliardi di dollari. Shell, in particolare, ha concluso lo scorso anno un infruttuoso sforzo esplorativo costatole ben 8 miliardi di dollari nel mare di Chukchi. La compagnia ha stabilito che ad oggi i rischi non sono compensati dalle prospettive di guadagno, e altre grandi aziende del settore stanno via via giungendo alla stessa conclusione. Alla fine del 2015 la stessa amministrazione Obama aveva 'congelato' almeno fino alla fine del 2016 le trivellazioni alla ricerca di petrolio e gas al largo dell'Alaska revocando autorizzazioni già in essere (alla stessa Shell fino al 2020 nel mare di Chukchi e alla norvegese Statoil fino al 2017 nel mare di Beaufort). Sally Jewell, segretario di Stato per gli affari interni, che negli Usa si occupa anche di risorse minerarie, ha bloccato le 2 licenze e non ne concederà altre. L’ultimo atto di questa vicenda riguarda proprio la formalizzazione, da parte di Shell e ConocoPhillips, il primo maggio scorso, della decisione di abbandonare l'Artide, scadenza fissata per il pagamento di milioni di dollari al governo statunitense, locatario dei blocchi esplorativi a nord dell'Alaska. Intanto il 15 marzo scorso la stessa Jewell e il Bureau of Ocean Energy Management (BOEM) hanno presentato la proposta di piattaforma continentale 2017-2022 (Outer Continental Shelf - OCS) per il programma di licenze nel settore Oil & Gas. Un intero capitolo affronta il dibattito sull’opportunità di aprire ad un ulteriore programma di concessioni nella vasta area artica in corrispondenza dell’Alaska. Il "regolatore" manifesta apertamente la propria esitazione nel procedere al rilascio di ulteriori licenze anche dopo la scadenza della moratoria nel prossimo dicembre 2016, sempre nel Mare di Chukchi, nel Mare di Beaufort, e nelle aree del Cook Inlet. Le aree prese in esame, come recita il documento, "potrebbero essere oggetto di potenziali conflitti tra le attività di ricerca e estrazione petrolifera e del gas e le importanti risorse ecologiche e di sussistenza per le popolazioni locali". Il Boem ha dichiarato queste aree come "importanti per l'ambiente" mentre prosegue nell’opera di raccolta di nuove informazioni soprattutto da parte delle popolazioni locali. "Sappiamo che l'Artico è un luogo unico e di importanza fondamentale per molte popolazioni native che si basano sulle risorse che l’oceano fornisce per far fronte alle quotidiane esigenze di sussistenza", ha dichiarato la Jewell. "Procederemo alla redazione della proposta finale continuando a interpellare la popolazione in modo da capire se queste aree sono adeguate a sostenere nuove licenze, senza per questo influire negativamente sulle risorse ambientali".

L'asse Washington-Ottawa

Contestualmente alla presentazione del programma, in una dichiarazione congiunta con il primo ministro canadese Trudeau, il presidente Obama ha annunciato il varo di un decalogo di regole per la gestione dell’area artica, la principale delle quali riguarda l'impegno a verificare e garantire che tutte le attività commerciali che si dovessero svolgere nell'Artico rispettino i più alti standard di sicurezza e ambientali, in riferimento soprattutto agli obiettivi nazionali in tema di tutela ambientale e cambiamenti climatici. Per questo il Bureau of Ocean Energy Management, nel processo di pianificazione delle attività petrolifere offshore, collaborerà con il Canada affinché la regolamentazione globale per la gestione della zona artica, fissato dalle 2 nazioni, venga rispettata. Da parte sua, Ottawa ha stimato che sepolti sotto il Mar di Beaufort, nell'Oceano Artico, potrebbe risiedere circa 1,36 miliardi di barili di petrolio. Ma anche sul versante canadese non mancano le difficoltà. Grandi società Oil & Gas come Imperial Oil, Exxon Mobil, BP e Chevron potrebbero vedersi costrette ad abbandonare i propri progetti di ricerca ed estrazione dal momento che non sono state in grado di convincere le autorità federali che possono proseguire nelle attività di perforazione - prima che le loro licenze scadono - senza scongiurare del tutto il rischio ambientale.

Un futuro ancora incerto, in attesa del nuovo presidente

Ma cosa succederà dopo l’imminente avvicendamento presidenziale alla Casa Bianca? Michael Livermore, professore di diritto ambientale presso l'Università della Virginia, ha recentemente sostenuto che per il futuro presidente potrebbe rivelarsi difficile modificare quello che adesso si profila come un vero cambio di rotta nella possibilità di sfruttamento energetico dell’Artico, anche se non impossibile.  "Se nel programma di concessioni alcune zone oggi verranno escluse, sarà improbabile che in futuro si possano essere nuovamente considerate sfruttabili, quindi nessuna licenza potrà essere offerta, anche da parte della prossima amministrazione", ha affermato Livermore, "ma i nuovi vertici potrebbero decidere di avviare un nuovo processo di programmazione, e attraverso di questo concedere nuove aree di licenza". Da questo punto di vista è stato sin da subito chiaro il messaggio di Hillary Clinton, candidato democratico alla presidenza statunitense, "l'Artico è un tesoro unico, e non possiamo correre il rischio di esporlo a nuove trivellazioni". La posizione della Clinton soddisfa le attese degli ambientalisti che chiedono ai candidati alla Casa Bianca di adottare una linea più dura in merito allo sviluppo dei combustibili fossili rispetto a quanto fatto nei due mandati dall’attuale presidente Obama.