Un'amicizia fondata sul petrolio? | Oil 34

Un'amicizia fondata sul petrolio? | Oil 34

Geminello Alvi | Editorialista e scrittore
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Con l'amministrazione Trump, aumentano le probabilità di uno scenario sovvertito in tutta l'area, con un ricombinarsi degli interessi russi e americani, di cui di certo beneficerà Israele

È improbabile che l’approvazione di Donald Trump per Putin prescinda dal tornaconto che  potrebbero ricavarne gli Stati Uniti. Raramente le simpatie di un riccone prescindono dal calcolo, da qualche vantaggio economico, che potrebbe essere rappresentato proprio dal petrolio. NATO e Ucraina, minaccia dell’ISIS, avversione per il politicamente corretto, sono tutti argomenti seri d’intesa tra i due, ma di non univoca soluzione, dunque monchi, troppo complicati. Il petrolio potrebbe essere perciò il nodo cruciale di un accordo. Come lascia sospettare pure la nomina a segretario di stato di Rex Tillerson che ha più esperienza dell’industria petrolifera russa di ogni altro, avendo negoziato una joint venture di 500 miliardi di dollari con il Cremlino per Rosneft nel 2011. E si è verificato dall’inizio di questa presidenza: dietro Trump non ci sono le multinazionali d’internet, piuttosto è l’industria tutta, compresa quella petrolifera, a sostenerlo. Dunque, per dare concretezza al desiderio di amicizia con Putin, cosa ci sarebbe di meglio di una stabilizzazione dei prezzi? Un prezzo tra i 60 e gli 80 dollari al barile potrebbe servire al Cremlino per sanare il suo bilancio pubblico e il difetto di crescita e, però, servirebbe anche ai frackers degli Stati Uniti per investire in altri progetti; il tutto senza che gli automobilisti americani ne sentano troppo danno.

Tutto nacque dall'industria petrolifera

E del resto anche a George W. Bush, nei primi anni duemila, quando aveva deciso che le relazioni con la Russia dovevano diventare  più strette, era sembrato che il terreno migliore per iniziare a farlo fosse quello dell’industria petrolifera. Ma nel 2004, le nazionalizzazioni russe del settore energetico e lo sviluppo delle tecniche di fracking da parte degli americani mutarono il quadro. Gli Stati Uniti diventarono più diffidenti e persero intenzioni e interesse a dividere la loro tecnologia e i loro investimenti con i russi. Certo, nel prossimo decennio, gli Stati Uniti si avvieranno a divenire esportatori netti, e dunque a dare al mercato del petrolio un impulso alla lunga deflattivo. Ma per ora prezzi migliori servono sia ai russi e sia agli americani: ecco un argomento che potrebbe evitare di ripetere il fallimento seguito all’Energy Summit di Houston nel 2002. Se proseguiamo nel ragionamento va, inoltre, constatato che entrambe le potenze si sono bilanciate finora nell’area più cruciale per il petrolio, il Medio Oriente, sostenendo un alleato locale: l’Arabia Saudita, da decenni strategica per gli interessi degli Stati Uniti, e l’Iran, evoluta ad alleanza tattica totale con la Russia di Putin. Ma se davvero le relazioni russe americane si dessero il petrolio come riferimento centrale, questa dialettica mediorientale potrebbe mutare e di molto. S’indebolirebbe il ruolo giocato dai due alleati per entrambe le potenze, le quali potrebbero, meglio di qualunque accordo OPEC e non-OPEC, ostacolare la politica di calmieramento al ribasso dell’Arabia Saudita. E inoltre, per mantenere equilibrato il gioco, isolare e complicare la vita all’Iran.

Le recenti posizioni americane

A fine gennaio Trump, nella visita alla CIA, si è rammaricato che gli americani non si siano presi il petrolio dell’Iraq nel 2003, aggiungendo che forse ci sarà un’altra possibilità. Ma è dalla campagna elettorale che Trump biasima l’influenza dell’Iran in Iraq. Ai primi di febbraio, quindi, è arrivato il generale Flynn che ha condannato il test balistico iraniano e inoltre l’attacco dei ribelli Houti, sostenuti dall’Iran, al naviglio saudita; facendo guadagnare tra l’altro a Trump una volta tanto il consenso del partito repubblicano. Insomma, la questione di una risalita del prezzo del petrolio si contorce in una partita geopolitica tra Russia e Stati Uniti non poco complicata. Vi rientra per esempio la spartizione della Siria, né potrebbe escludersi la destabilizzazione dell’Iran. Ed è difficile pensare che a vincere sarebbe alla fine l’Arabia Saudita.

Alla fine si può parlare di accordo storico

In conclusione l’accordo di Vienna deve essere visto come un sintomo che la percezione del pericolo dei prezzi troppo bassi per i bilanci pubblici e la stabilità politica degli stati produttori, è diventata unanime. Con l’amministrazione Trump, aumentano le probabilità di uno scenario sovvertito in tutta l’area, con un ricombinarsi degli interessi russi e americani, di cui di certo beneficerà Israele. Ma non può dirsi altrettanto per l’Arabia Saudita e gli altri Stati sunniti del Golfo. Le difficoltà dell’Iran e i prezzi più alti del petrolio renderebbero superflua e meno strategica l’Arabia Saudita. Tanto più che nel nostro breve scenario abbiamo trascurato che la partita non sarà giocata solo da Trump, ma anche e con non minore abilità da Putin.


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