Le ambizioni militari di Riyad

Le ambizioni militari di Riyad

Simone Cantarini
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Con gli ultimi investimenti in fatto di armamenti, L'Arabia Saudita punta a consolidare il ruolo di leadership e controllo dell'area mediorientale, anche attraverso il supporto della neonata Alleanza militare dei Paesi islamici, a scanso soprattutto di possibili intemperanze iraniane

Nel 2015 l’Arabia Saudita ha superato la Russia nella spesa militare, con oltre 87 miliardi di dollari destinati al comparto - il doppio rispetto al 2006 - piazzandosi al terzo posto dopo Stati Uniti e Cina, rispettivamente con 560 miliardi e 215 miliardi di dollari di spesa. I dati confermano quanto già emerso nel 2014, quando il regno saudita è divenuto il primo Paese al mondo per acquisto di armi, superando l’India. La volontà di Riyad di aumentare i fondi per difesa e sicurezza, che nel 2015 hanno rappresentato il 13,7% del bilancio statale, è tanto più significativa in quanto coincide con una stagione di bassi prezzi petroliferi che, l’anno scorso, ha causato all'economia saudita un deficit pari a 97 miliardi di dollari. Nel periodo compreso fra 2011 e 2015 le importazioni di armi dell'Arabia Saudita sono aumentate del 275% rispetto al periodo 2006-10, secondo quanto emerge da un rapporto pubblicato recentemente dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Nei prossimi 5 anni il regno riceverà ingenti quantitativi di armamenti e mezzi, frutto dei contratti firmati fra il 2014 e il 2015, tra cui figurano i circa 150 aerei da combattimento, soprattutto F-15, e migliaia di missili aria-terra e anticarro dagli Stati Uniti; ed altri 14 caccia, soprattutto Eurofighter, frutto di un contratto da 4 miliardi di dollari firmato con il Regno Unito. Nuovi accordi potrebbero essere firmati il prossimo 21 aprile in occasione della visita del Presidente statunitense Barack Obama, che giungerà a Riyad per partecipare alla riunione del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg). Uno degli accordi attesi dovrebbe riguardare il piano per realizzare un sistema di difesa missilistico comune fra i paesi del Golfo, divenuto sempre più urgente a causa dei continui test missilistici da parte dell’Iran.

Chi ha paura di Teheran?

La principale ragione che ha spinto il governo di Riyad ad aumentare in un solo anno la spesa militare del 17%, rispetto al 2014, è infatti il ritorno dello storico nemico iraniano nel novero delle potenze regionali, dopo la cancellazione delle sanzioni economiche sancita dalla firma dell’accordo sul nucleare iraniano nel luglio 2015. Il passo più importante fatto da Riyad, per bloccare sul nascere i tentativi di Teheran di allargare la sua influenza nella regione, è stato il coinvolgimento diretto nel conflitto in Yemen, dove dal 2014 è in corso lo scontro fra ribelli sciiti Houthi, appoggiati dall’Iran, e le forze sunnite fedeli al presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, sostenute dal Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg). Nell’operazione, in corso dal marzo 2015, Riyad ha impiegato almeno 100 aerei, oltre 10 mila fra istruttori militari e forze speciali, oltre a 30 elicotteri Apache, carri armati e blindati, con un costo mensile di diverse centinaia di milioni di dollari. La decisione di Riyad di destinare sempre più risorse nel campo della difesa non si limita però alla guerra in Yemen e al sostegno finanziario di vari Paesi alleati, in particolare l’Egitto, ma rientra in un progetto di ampio respiro geopolitico volto a fare del regno la principale potenza militare e politica del mondo musulmano sunnita. Già nei mesi scorsi i funzionari sauditi hanno dichiarato in più occasioni di essere disposti ad intervenire anche nella guerra in Siria con forze di terra. L'obiettivo dichiarato da Riad è affiancare i ribelli moderati nella lotta contro lo Stato islamico, ma anche bilanciare il rafforzamento del Presidente siriano Bashar al Assad, avvenuto a partire dal settembre 2015, con l'intervento diretto della Russia nel conflitto. Finora il regno saudita si è limitato ad aumentare la sua presenza militare nel quadro della Coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, inviando alcuni aerei da guerra presso la base turca di Incirlik.

L'Alleanza militare dei Paesi islamici

Il principale esempio della volontà della monarchia saudita di ergersi a faro dei Paesi non solo del Medio Oriente ma, in generale, di tutta la galassia dell’Islam sunnita, è la creazione dell’Alleanza militare dei Paesi islamici. L'organizzazione è stata formalmente fondata lo scorso dicembre 2015 per consentire ai Paesi musulmani di rispondere in modo unito alla minaccia dello Stato islamico e del terrorismo. In verità, la nuova Alleanza rappresenta la risposta di Riyad e dei Paesi sunniti alla minaccia rappresentata dall’Iran. Per ora i membri che hanno aderito alla proposta dei sauditi sono Giordania, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Bahrein, Bangladesh, Benin, Turchia, Ciad, Togo, Tunisia, Gibuti, Senegal, Sudan, Sierra Leone, Somalia, Gabon, Guinea, Palestina, Comore, Qatar, Costa d'Avorio, Kuwait, Libano, Libia, Maldive, Mali, Malesia, Egitto, Marocco, Mauritania, Niger, Nigeria e Yemen. Il battesimo sul campo della nuova Alleanza è avvenuto a partire dal 14 febbraio, con le esercitazioni "Raad al Shamal" (Tuono del nord), terminate ai primi di marzo e organizzate sempre da Riyad. Alle manovre hanno preso parte oltre 20 paesi per un totale di 150 mila militari, 20 mila carri armati, 2.540 aerei da guerra e 460 elicotteri. Le operazioni sono state definite come le più importanti manovre tenute nella regione dalla guerra del Golfo del 1991. Secondo gli analisti, anche in questo caso l'Arabia Saudita ha scelto con cura il luogo - la cittadella militare re Khaled (Hafr al Batin), situata a soli 80 chilometri dal confine l’Iraq - e le tempistiche, molto vicine alla cancellazione delle sanzioni economiche della comunità internazionale contro l’Iran, le cui procedure sono iniziate lo scorso 16 gennaio.