Lo scenario mercantilista dei nuovi Stati Uniti

Lo scenario mercantilista dei nuovi Stati Uniti

Geminello Alvi | Editorialista e scrittore
Condividi
Le idee economiche di Trump confliggono con quelle dell'era globalizzante, iniziate da Bush padre e fatte trionfare da Clinton, ma non sono affatto un episodio nella storia americana che, anzi, ne abbonda. Il mercantilismo deve considerarsi, accanto al liberismo, una fase ricorrente di tutta l'economia internazionale

La sorpresa e l’odio dedicato a Donald Trump hanno fatto dimenticare che durante l’Ottocento gli Stati Uniti sono stati una nazione pervicacemente protezionista. Ma lo sono stati anche nel momento più delicato del Novecento, aggravando la crisi dell’economia mondiale, quando Roosevelt richiamò oro dall’economia internazionale e avviò una politica di reflazione che però riuscì a generare crescita e inflazione solo con la seconda guerra mondiale. In altri termini, le idee economiche di Trump confliggono con quelle dell’era globalizzante, iniziate da Bush padre e fatte trionfare da Clinton, ma non sono affatto un episodio nella storia americana che, anzi, ne abbonda. Il mercantilismo deve considerarsi, accanto al liberismo, una fase ricorrente di tutta l’economia internazionale: così fu sia nel Seicento, sia nel Settecento, sia nel Novecento dopo gli anni Trenta e almeno fino agli anni Settanta. Gli scenari delle politiche economiche del presidente Trump, nel caso in cui rimarrà fedele agli intenti della sua campagna elettorale, devono perciò inquadrarsi in una gamma di scelte che è assai più complicata di quelle consuete nella politica fiscale o monetaria di questi anni. E con implicazioni che saranno, temo, assai potenti sul prezzo delle materie prime e delle fonti di energia. Una politica massiccia di infrastrutture, di rialzo dei dazi fino al 45 percento sulle importazioni cinesi, e l’effetto inflazionistico che ne consegue sovvertono tutto il quadro consueto. Basti pensare che l’anno scorso i conti esteri americani sono stati in deficit con altre cento nazioni, e che la pressione cinese sui lavoratori americani è generata dagli squilibri dell’economia americana e non è trattabile a parte.

Il difetto USA: vivere oltre i propri mezzi

Il futuro #USA è ancora da definire, sulla #politicaenergetica #Trump potrebbe andare più d'accordo con Cina e Russia che non con l'Europa

Da decenni, e ancor più dall’epoca di Clinton, a nutrire il deficit dei conti esteri americani è stato il difetto di risparmio degli Stati Uniti, in altri termini il vivere degli americani oltre i loro mezzi. Nel quarto trimestre dell’anno trascorso, il risparmio totale statunitense, compreso il settore statale, è ammontato ad un misero 2,6 percento del prodotto lordo, una cifra dimezzata rispetto alla media già non alta degli ultimi tre decenni del secolo trascorso. Il ricatto cinese non ha molta credibilità, vendere il debito americano ne farebbe crollare il valore e indebolirebbe per primo chi lo detiene. Invece più complicato è aumentare il tasso di risparmio e, comunque, la scelta implicherebbe tassi di interesse più alti. I quali, per logica, sono richiesti anche da un enorme aumento della spesa in infrastrutture, come quella promessa da Trump.

Un tasso di cambio più debole e la sostituzione di beni importati implicherebbero poi inflazione. L’economia USA è cresciuta a un tasso medio annuo del 3 percento nei decenni dopo il ’45, ma non ha avuto anche solo tre trimestri consecutivi di crescita al 3 percento negli ultimi dieci anni. E non si dimentichi tuttavia che essa è assai meno dipendente dal commercio estero dell’economia europea o di quella cinese, e dunque meglio adatta alle intenzioni protezioniste e inflazioniste di Trump. Ma in questo scenario mercantilista, tutto il panorama dei prezzi delle materie prime muterebbe, e si diversificherebbe.

L'economia USA è cresciuta a un tasso medio annuo del 3 percento nei decenni dopo il '45, ma non ha avuto anche solo tre trimestri consecutivi di crescita al 3 percento negli ultimi dieci anni

Un futuro ancora tutto da definire

Risulta quindi difficile pensare a un boom generale come quello degli anni Settanta o a un crollo come quello degli anni Trenta. Gli andamenti dei prezzi, compresi quelli dell’energia, sarebbero anzi il risultato di una contrattazione tra aree geopolitiche aprendo scenari d’instabilità e oscillazioni notevoli prima di trovare un nuovo equilibrio, che avrebbe i suoi paradossi. Sulla politica energetica Trump potrebbe andare più d’accordo con i cinesi e con i russi che non con gli europei. Per non dire dei temi del riscaldamento globale. Ma solo nei prossimi mesi potremmo intendere meglio quanto e come lo scenario d’inflazione, investimenti e crescita interna degli USA promesso da Trump, sia efficace e possa indurre un qualche livello di tenuta o di crescita dei prezzi dell’energia. Tra l’altro, negli anni di Roosevelt, a far lievitare i prezzi di tutte le materie prime fu la seconda guerra mondiale, e ancora ai tempi della guerra d’indipendenza americana Adam Smith fu dichiarato nemico del popolo. E comunque le guerre sono la variante meno decidibile di uno scenario mercantilista.