Trump e il suo sguardo alle Americhe

Trump e il suo sguardo alle Americhe

Geminello Alvi | Editorialista e scrittore
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Malgrado l'appello al popolo, il distinguersi continuo del presidente USA dalle istituzioni, il suo stile spericolato, tuttavia le istituzioni degli Stati Uniti restano del tutto diverse, molto più solide e efficienti

Le posizioni di Trump nei confronti del Messico e del North American Free Trade Agreement vengono giudicate spesso sintomi paradossali del decadere degli Stati Uniti a un populismo da America Latina. Malgrado l’appello al popolo, il distinguersi continuo di Trump dalle istituzioni, il suo stile spericolato, tuttavia le istituzioni degli Stati Uniti restano del tutto diverse, molto più solide e efficienti. E soprattutto gli eventi recenti andrebbero giudicati con un respiro più lento, e riconnesse alle svolte del passato. La svolta definitiva degli Stati Uniti verso la globalizzazione inizia infatti proprio dalla grave crisi messicana del 1994/95. Per evitare che la crisi dei cambi contagiasse gli Stati Uniti, allora Clinton promise 40 miliardi di dollari per salvare i fondi statunitensi che avevano investito in pesobonds. Ma non riuscì a ottenerli dal Congresso, e Greenspan dovette ricorrere al fondo per la stabilizzazione dei cambi e impegnare 20 miliardi di dollari. Le banche centrali estere appresero dai giornali che la Banca dei regolamenti internazionali (BRI) e il Fondo monetario internazionale (FMI) avrebbero concorso per la cifra restante. Morale: gli Stati Uniti non erano riusciti a gestire e stroncare da soli la crisi di una loro periferia. Fu la presa d’atto finanziaria che occorreva cambiare il quadro degli scambi, e puntare sulla Cina per pareggiare la bilancia dei pagamenti, sovvertendo i nessi di dipendenza consueta di tutta l’America Latina.

L'indifferenza USA per gli eventi politici latinoamericani

L’indifferenza statunitense per gli eventi politici anche estremi del resto delle Americhe e l’approvazione di una sempre maggiore integrazione nel commercio mondiale di quest’area hanno questa origine. Con Clinton viene meno il nesso consueto che era stata una delle costanti della politica estera statunitense. Roosevelt, durante la Depressione, considerava le materie prime dell’America Latina ancora parte indispensabile del circuito di autosufficienza degli Stati Uniti, evolute invece a elemento non cruciale per via della globalizzazione. Insomma Trump non può tornare in Messico al passato, concluso da Clinton. Ma neppure può limitarsi alla questione del muro: la sua politica riguarderà i vari mutamenti indotti dalla svolta clintoniana. E va ricordato, allora, che le idee di Trump riflettono anche quelle del libro pubblicato nel 2004 da Samuel Huntington “Who are we, The Challenges to America’s" National Identity. Libro non meno importante di “The Clash of Civilizations”, almeno negli Stati Uniti. In esso, appunto, si sosteneva che la cultura bianca, inglese e protestante, era stata la creatrice della civiltà del nord America e continuava ad esserlo. Huntington si compiaceva di citare la demografia secondo cui, ancora nel 1990, il 49 percento degli americani discendeva dai coloni e dagli schiavi del 1790. E si preoccupava molto degli effetti delle emigrazioni e di una globalizzazione alla Clinton sulla natura essenziale degli Stati Uniti. Ed è questo il paradosso: per non finire come l’America latina, Trump, con dei modi da America Latina, si è scagliato contro le élite che negli Stati Uniti vogliono insistere in una globalizzazione alla Clinton, e che non comprendono solo i democratici. Basti pensare che Bush padre, dal 1974 al 1975, visse rinchiuso in un angusto ufficio di rappresentanza statunitense a Pechino, persuaso, come poi scriverà, che “era inevitabile che la Cina sarebbe evoluta a power broker nel Pacifico e nel mondo. La Cina era abbastanza semplicemente il posto dove bisognava essere”. Ed ecco così il discorso ritornato alla Cina, che ha perseguito nelle Americhe una sua geopolitica non solo commerciale di rottura dell’accerchiamento, sostenendo, tra gli altri, regimi comunistoidi. Ma le importazioni cinesi dall’area si sono ormai ridimensionate; le rivoluzioni non sono in buona salute; degli stati che riconoscono Taiwan, buona parte appartiene ancora ad America Latina e Caraibi; gli Stati Uniti acquistano nell’area i beni che hanno maggior valore aggiunto di quelli comprati dai cinesi; i loro scambi commerciali nell’area restano di molto superiori. Fatti potenti, e al pragmatismo di Trump non può sfuggire l’interdipendenza tra questione cinese e quella delle Americhe.

Una politica USA riformulata e inattesa

In conclusione, il muro col Messico e il Nafta devono forse giudicarsi semplicemente episodi di quella che sarà la riformulazione inevitabile dei nessi con quest’area, generati dalla crescita demografica dei latini e dagli interessi del settore industriale tradizionale degli Stati Uniti, che sta con Trump. La forma e l’intensità di questa riformulazione risponde, del resto, agli esiti indesiderati della globalizzazione avviata nell’area da Clinton, che va riplasmata. Emigrazioni, accordi tariffari, la questione cinese, le crisi degli esperimenti socialisti, saranno argomenti di una politica degli Stati Uniti riformulata, che potrebbe risultare inattesa.