Albania, elezioni accessorie agli equilibri di potere

Albania, elezioni accessorie agli equilibri di potere

Geminello Alvi | Editorialista e scrittore
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La politica balcanica deve considerarsi per ora una risultante della diplomazia europea. Peraltro l'Unione Europea pare essersi rassegnata all'intricata geopolitica dei Balcani

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Gli ultimi sondaggi, divulgati proprio in questi giorni, che Ipr Marketing ha condotto in singoli collegi, confermerebbero i socialisti in rialzo di due punti percentuali e in testa. Il partito del premier Edi Rama, già nei sondaggi divulgati dallo stesso istituto il 29/30 maggio, precedeva del resto con il 43% dei voti il partito democratico di Lulzim Basha, al 36%. Ma a voler considerare le elezioni albanesi tenendo in conto solo i sondaggi o guardando agli scenari del risultato finale sarebbe fuorviante. Queste elezioni devono riconoscersi come ormai accessorie agli equilibri di potere definiti nell’accordo a sorpresa del 18 maggio tra i due leader, arrivato a sorpresa dopo tre mesi di manifestazioni, boicottaggi del parlamento, e autoesclusione annunciata dalle elezioni del partito di Basha.

L'accordo a sorpresa del 18 maggio

All’alba del 18 maggio i due leader hanno infatti annunciato di essere arrivati a un testo condiviso, che prevedeva il rinvio di una settimana delle elezioni, dal 18 al 25 giugno, e una nuova scadenza per la registrazione dei partiti presso la Commissione Elettorale Centrale, in maniera da consentire la partecipazione anche dei partiti di opposizione. Inoltre, Edi Rama è rimasto in carica come primo ministro, ma all’opposizione è stata affidata la nomina del vicepremier e la guida di sei ministeri cruciali, (Interno, Giustizia, Istruzione, Finanze, Sanità e Welfare) coperti però da tecnici, e non da figure di spicco della destra. All’opposizione è stata comunque concessa la presidenza, non tecnica stavolta, della Commissione Elettorale Centrale e la nomina del Difensore Civico nazionale. Nuovo presidente è stato nominato Klement Zguri, già rappresentante del Pd in seno alla Commissione, mentre il Difensore Civico è Erinda Ballanca, già avvocatessa di Lulzim Basha e dell’ex Premier democratico Sali Berisha. A forzare una soluzione della crisi era stata la visita del vicesegretario di Stato Usa per gli Affari europei ed euroasiatici, Hoyt Brian Yee, che nella due giorni a Tirana aveva dichiarato il suo sostegno alla precedente proposta dell’europarlamentare David McAllister. Si era così fatto intendere che la comunità internazionale avrebbe riconosciuto le elezioni albanesi anche in caso di mancata partecipazione dell’opposizione e ha dato un ultimatum di ventiquattro ore a Lulzim Basha per pronunciarsi sulla proposta. Può pertanto dirsi che la svolta inattesa e che ha rovesciato le posizioni, giudicate fino ad allora irrinunciabili dalle due parti politiche, ha pertanto confermato la precarietà della classe politica albanese. La politica in Albania dipende di fatto dai mediatori internazionali, e cerca nel loro sostegno, assai più che nel risultato del voto elettorale, la propria legittimazione.

La crisi dei rapporti interni alla coalizione PS-LSI

Un’altra conseguenza che può desumersi dall’accordo è la conclusiva crisi dei rapporti interni alla coalizione PS-LSI, vincitrice delle scorse politiche ma adesso dissolta. Siglato a poco più di un mese dalle elezioni, l’accordo Rama-Basha lascerebbe prevedere anzi una grande coalizione post-elettorale tra i due maggiori partiti. Se il governo uscito dal rimpasto vede dieci esponenti del PS, sette del Pd e quattro dell’LSI, quello uscito dalle urne potrebbe lasciare da parte l’LSI. E comunque il PS corre alle elezioni da solo. Questo disfarsi della coalizione avversaria può dirsi un primo risultato che Basha ha ottenuto ancor prima delle elezioni; il secondo è quello di aver notevolmente consolidato la sua leadership. A sua volta, Rama mantiene col suo partito una posizione di vantaggio elettorale dalla quale può ricontrattare gli assetti di potere. Varrà la pena comunque di rammentare come pochi giorni prima dell’accordo un articolo preoccupato del Financial Times facesse presente il rischio che l’Albania si stesse trasformando in un Narco-Stato. La politica balcanica, sia che si parli di Serbia, la quale si è confermata in fondo la nazione più stabile politicamente dell’area, o di Albania, deve insomma considerarsi per ora una risultante della diplomazia europea. Peraltro l’Unione Europea pare essersi rassegnata all’intricata geopolitica dei Balcani, e s’accontenta di evitare il precipitare delle crisi e la loro deriva nazionalistica, ma senza riuscire a risolverle in un quadro davvero stabile.