L'accordo che piace a Teheran
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I tagli decisi a Vienna per riportare in equilibrio le quotazioni del petrolio non dovrebbero incidere sui livelli di produzione dell'Iran, che invece teme le conseguenze che l'elezione di Trump alla Casa Bianca potrebbe avere sugli accordi per il nucleare del luglio 2015

Il 30 novembre 2016 è stato raggiunto a Vienna l’accordo tra i Paesi produttori di petrolio (Opec) per la riduzione delle quote di produzione da 33,2 milioni di barili al mese a 32,5 milioni di barili. Questo taglio, inferiore all'1% della produzione globale, arrivato dopo mesi di discussioni tra i maggiori Paesi produttori, in particolare tra Iran e Arabia Saudita, ha determinato un sensibile aumento dei prezzi del petrolio che hanno immediatamente superato i 50 dollari al barile. L'intesa tra Arabia Saudita e Iran era stata anticipata lo scorso 28 settembre nella riunione preliminare dei Paesi Opec che si è tenuta ad Algeri. Da allora e fino alla data del 30 novembre si sono svolti incontri tecnici costanti tra delegati sauditi e iraniani per concretizzare l’intesa. Le autorità iraniane hanno tentato di ritardare il più possibile una eventuale decisione. L’obiettivo di Teheran è stato fin qui di tornare vicino ai livelli di produzione precedenti alle sanzioni internazionali, imposte nel 2003, prima di dare l’assenso a qualsiasi diminuzione della produzione. La decisione presa a Vienna non dovrebbe tuttavia comportare una riduzione della produzione petrolifera iraniana. L’Iran potrebbe così perseguire i suoi obiettivi di aumento della produzione nel mercato petrolifero interno perché altri Paesi, in particolare Nigeria e Venezuela, vedono continuamente ridursi i loro livelli produttivi.

Le prime reazioni iraniane sono positive

Le autorità iraniane hanno salutato favorevolmente l’intesa. Teheran «non taglierà» la sua produzione di petrolio, ha ribadito, alla vigilia della riunione formale, il ministro del petrolio iraniano, Bijan Zanganeh. A preoccupare Teheran, a questo punto, sono soprattutto le decisioni che potrebbe prendere la presidenza Repubblicana negli Stati Uniti in seguito all’elezione di Donald Trump lo scorso 8 novembre in merito all’intesa sul nucleare. In particolare, le nomine di Michael Flynn a Consigliere alla Sicurezza nazionale e di Mike Pompeo a guida della Cia, entrambi contrari all’intesa raggiunta a Vienna da Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina, Stati Uniti e Germania (P5+1) nel luglio 2015, potrebbero mettere in discussione la fine delle sanzioni internazionali contro l’Iran. Per questo il direttore uscente della Cia, John Brennan, ha avvertito il presidente eletto Donald Trump che revocare l’intesa con Teheran sarebbe un «disastro» e «il massimo della follia». In particolare, Mosca potrebbe mediare con lo scopo di favorire la completa attuazione dell’intesa con l’obiettivo di raggiungere una soluzione condivisa con Washington per la crisi siriana. La possibilità che gli Stati Uniti facciano un passo indietro sull’accordo di Vienna ha subito provocato dure reazioni in Iran. In particolare la guida suprema Ali Khamenei ha duramente criticato il nuovo pacchetto di sanzioni approvate dal Congresso Usa contro l’Iran lo scorso 15 novembre. «Non ci sono differenze tra l'imposizione di un nuovo divieto o la continuazione di uno precedente. La seconda è una negazione esplicita di quello che è stato concordato con gli americani», ha dichiarato Khamenei. La guida suprema ha aggiunto che, in altre parole, le nuove misure sono una violazione dell'accordo sul nucleare.

Una nuova certezza per il mercato globale

L’Iran è rientrato a tutti gli effetti nel mercato globale come conseguenza dell’intesa di Vienna e del riavvicinamento tra l’amministrazione Obama e la presidenza moderata di Hassan Rouhani. Un possibile nuovo gelo tra i due Paesi sta già comportando la levata di scudi degli ultraconservatori iraniani che potrebbero ottenere un buon risultato elettorale alle presidenziali del marzo 2017, riportando il Paese verso un muro contro muro con la comunità internazionale, come nell’era dell’ex presidente Mahmud Ahmadinejad. Fin qui però, Francia, Italia e Germania non sembrano aver messo in discussione l’intenzione di riportare al centro della loro politica estera le relazioni bilaterali con Teheran. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che riconosce il diritto iraniano all’arricchimento dell’uranio a scopo civile dovrebbe assicurare la tenuta dell’impianto dell’intesa di Vienna. E così l’Iran è stato il Paese protagonista della Fiera di Roma dello scorso novembre. Tra il 22 e il 26 novembre scorsi, 11 accordi preliminari sono stati siglati, per un ammontare di centinaia di milioni di euro, secondo i dati forniti dal consulente per l'internazionalizzazione dell’Iran International Exhibition, Ashgar Firouzabadi. Sono state poi vendute 20mila tonnellate di zinco alle aziende iraniane. Di rilevante impatto economico è stato anche «l'accordo che consente di eliminare nel commercio dell’alluminio tra Italia e Iran l'intermediazione di Abu Dhabi», ha aggiunto Firouzabadi, con il conseguente risparmio di costi per le aziende italiane. L’accordo in sede Opec per la riduzione della produzione petrolifera potrebbe determinare un aumento di lungo periodo dei prezzi del petrolio, uno degli obiettivi centrali dei Paesi produttori. Non dovrebbe invece comportare una diminuzione della produzione petrolifera interna per l’Iran. Il Paese si trova tuttavia a dover fronteggiare un possibile cambiamento di rotta in politica estera in seguito alla vittoria Repubblica alle presidenziali statunitensi. Fin qui questa eventualità non ha frenato gli accordi commerciali e gli investimenti esteri, principalmente europei, nel Paese.