Un futuro di incognite
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L'accordo OPEC viene accolto con favore dall'Iran. Ma gli effetti positivi di breve periodo sui prezzi e sulla capacità produttiva iraniana potrebbero essere ridimensionati con un inasprimento della politica estera USA

Per la prima volta dopo otto anni di negoziati, il 28 settembre 2016 è stato raggiunto ad Algeri l’accordo preliminare in sede OPEC per la riduzione delle quote di produzione di petrolio da 33,2 milioni di barili a 32,5 milioni di barili al giorno. L’Arabia Saudita diminuirà la sua produzione di circa 500mila barili mentre gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno visto ridursi la loro produzione totale di 150mila barili al giorno. L’intesa include l’ulteriore riduzione della produzione, per un totale di 1,2 milioni di barili al giorno, anche per paesi non-OPEC, come la Russia, che taglierà la sua produzione di petrolio di circa 300mila barili al giorno. L’annuncio dell’intesa preliminare aveva subito prodotto effetti significativi sul prezzo del petrolio che è passato dai 26 dollari al barile del febbraio 2016 ai 54 dollari del gennaio 2017. Tuttavia, questa diminuzione della produzione potrebbe non essere sufficiente per produrre effetti di lungo periodo significativi sui prezzi del petrolio. Le attese dell’OPEC sono di un possibile aumento del prezzo del petrolio nel primo quadrimestre del 2017 almeno vicino ai 60 dollari. L’intesa definitiva è stata formalizzata il 30 novembre 2016 in occasione della riunione di Vienna con i 14 Paesi produttori dell’OPEC. Questo taglio, inferiore all’1 percento della produzione globale, è arrivato dopo mesi di discussioni tra i maggiori Paesi produttori, in particolare tra Iran e Arabia Saudita. Tra settembre e novembre dello scorso anno si sono svolti incontri tecnici costanti tra delegati sauditi e iraniani per concretizzare l’intesa. Le autorità iraniane hanno tentato di ritardare il più possibile il taglio della produzione petrolifera. L’obiettivo di Teheran in fase negoziale era di tornare vicino ai livelli di produzione precedenti alle sanzioni internazionali, imposte nel 2003, prima di dare l’assenso a qualsiasi diminuzione della produzione. E così, la decisione presa a Vienna nella riunione OPEC di novembre non comporterà una riduzione della produzione petrolifera iraniana. L’Iran continuerà a perseguire i suoi obiettivi di aumento della produzione nel mercato petrolifero interno, compensando la diminuzione dei livelli produttivi di altri Paesi, in particolare Nigeria e Venezuela. Sono proseguiti, dopo il raggiungimento dell’intesa, gli incontri a Vienna per stabilire la creazione di un Comitato di controllo sui tagli alla produzione, composto da cinque paesi OPEC e non (Kuwait, Algeria, Venezuela, Oman e Russia). Secondo i dati forniti, i Paesi che si sono impegnati a tagliare la loro produzione stanno fin qui rispettando gli accordi di Vienna. Dal febbraio 2017, il Comitato presenterà un rapporto mensile sull’effettivo rispetto dell’intesa.

Le posizioni iraniane nella fase negoziale

In particolare, il ministro iraniano del Petrolio, Bijan Zanganeh, ha ammesso che l’Iran non avrebbe potuto che vedere con favore un accordo formale per il congelamento della produzione di petrolio. Le autorità iraniane, durante le riunioni tecniche, tra settembre e novembre 2016, hanno puntato su un accordo che prevedesse un tetto alla produzione del petrolio di Teheran il più vicino possibile ai 4 milioni di barili al giorno. Secondo alcuni analisti, le autorità iraniane hanno infine dato il loro assenso per un primo taglio della produzione, come auspicato dai sauditi, solo perché questo non avrebbe implicato necessariamente un ridimensionamento della capacità produttiva iraniana. In altre parole, nonostante il taglio stabilito dai paesi OPEC, l’Iran potrebbe anche perseguire i suoi obiettivi di aumento della produzione nel mercato petrolifero interno. Il tetto massimo a cui potrebbe aspirare il Paese, secondo gli analisti iraniani, è di 4,2 milioni di barili al giorno (circa il 13 percento della produzione OPEC): un livello di output molto alto tenendo in considerazione la qualità migliorabile della tecnologia iraniana in ambito petrolifero e la parziale cancellazione delle sanzioni internazionali contro Teheran, in seguito all’entrata in vigore dell’intesa di Vienna nel gennaio 2016. Per questi motivi, secondo il Financial Times, la capacità iraniana di aumentare la produzione, in tempi brevi, fino a 3,9 milioni di barili al giorno è ancora da verificarsi. E così, l’Arabia Saudita, ha voluto che venisse lasciata invariata la stima degli attuali 3,6 milioni di barili di petrolio prodotti ogni giorno in Iran. Le autorità saudite considerano pari a 3,7 milioni di barili di petrolio al giorno il livello massimo a cui potrebbe aspirare Teheran in questa fase. L’intesa di Vienna è arrivata in un contesto incoraggiante per l’economia iraniana. Secondo il ministero del Petrolio iraniano, il livello di produzione registrato alla fine del 2016 è di 3,8 milioni di barili al giorno, quindi vicino al livello precedente alle sanzioni, pari a 4,2 milioni di barili al giorno, quando l’Iran era il secondo Paese produttore di petrolio in ambito OPEC. Non solo: sono numerosi i contratti nel settore petrolifero siglati negli ultimi mesi dall’Iran. L’ultimo in ordine di tempo riguarda la compagnia Setad che ha siglato un accordo pari a 2,5 miliardi di dollari per lo sviluppo dei pozzi di petrolio di Yaran. Ma gli investimenti esteri hanno riguardato anche altri settori, in particolare l’industria automobilistica. Italia, Germania e Francia, i tre paesi europei che per primi hanno scongelato miliardi iraniani fermi nelle banche locali, sono in corsa per ottenere il primato negli scambi bilaterali con l’Iran.

Le reazioni all'intesa

E così le autorità iraniane hanno salutato favorevolmente l’intesa di Vienna. Dopo l’annuncio del raggiungimento dell’accordo, Teheran ha immediatamente confermato che ''non taglierà'' la sua produzione di petrolio. L’accordo permetterà invece all’Iran di continuare a invitare compagnie straniere ad investire nel suo settore energetico. Anche i livelli di esportazione di petrolio iraniano stanno lentamente tornando ai volumi pre-sanzioni. Se nel 2003 Teheran esportava 2,5 milioni di barili di greggio al giorno, nel 2015 i livelli di esportazioni erano scesi ad appena 1,3, per risalire a 2,6 milioni di barili al giorno nel settembre 2016, in seguito all’entrata in vigore dell’intesa di Vienna sul nucleare. Secondo dati Reuters, nel febbraio 2017, i volumi di esportazione del petrolio iraniano sono rimasti però inferiori ai dati di settembre 2016. Questo suggerirebbe che l’Iran sta riscontrando difficoltà a trovare nuovi acquirenti. L’esportazione di greggio dovrebbe essere di 2,2 milioni di barili di petrolio al giorno nel febbraio 2017, il livello più basso da luglio 2016. Tuttavia, il vice ministro del Petrolio, Abbas Kazemi, ha assicurato che le intenzioni iraniane sono di aumentare sensibilmente la produzione petrolifera e i volumi delle esportazioni nel 2017 grazie al miglioramento della tecnologia estrattiva. I principali clienti iraniani restano i Paesi asiatici, verso i quali affluiranno 1,5 miliardi di barili di petrolio entro febbraio (dati Reuters). Le esportazioni verso l’Europa sono state di 610 mila barili al giorno nel gennaio 2017: in diminuzione rispetto agli 800 mila barili di petrolio dello scorso dicembre. 70 mila barili di greggio sono diretti solo al mercato olandese. Qui un altro tabù imposto dalle sanzioni contro il programma nucleare iraniano è stato ormai superato. L’Iran sta intensificando la consegna di greggio a petroliere straniere, in questo caso operanti nel porto di Rotterdam, in seguito all’alleggerimento delle restrizioni sulle assicurazioni navali, approvato lo scorso aprile, come conseguenza dell’accordo di Vienna del 2015. Negli ultimi mesi grandi petroliere greche e croate hanno trasportato il greggio iraniano dall’isola di Kharg fino a Spagna, Italia e Thailandia. Trentaduemila barili di petrolio iraniano al giorno sono stati consegnati all’Italia nel gennaio 2016, 110 mila saranno esportati questo febbraio; mentre le esportazioni con la Spagna cresceranno da 30 mila a 70 mila barili al giorno. Secondo dati Reuters, ben 25 Paesi europei e asiatici stanno trasportando il petrolio iraniano all’estero. Questo ha permesso di superare i limiti imposti dalle sanzioni internazionali più velocemente del previsto. Fino all’aprile 2016, le autorità iraniane avevano trovato non pochi ostacoli per esportare il petrolio locale. Tuttavia, alcune compagnie internazionali restano scettiche sulla possibilità di fare affari con le autorità di Teheran, soprattutto per il perdurare delle restrizioni imposte dagli Stati Uniti. Per questo, il ministero del Petrolio iraniano ha promesso nuovi piani per l’esplorazione dei giacimenti petroliferi presenti nel Sud del Paese. Sarebbero almeno una dozzina le compagnie internazionali che potrebbero essere coinvolte nel rilancio del settore. Secondo Ali Kardor, direttore della National Iranian Oil Company (Nioc), le compagnie straniere coinvolte nel piano di rilancio saranno principalmente europee e asiatiche.

L'intesa sul nucleare e le relazioni tra Iran e Stati Uniti

L’Iran è rientrato a tutti gli effetti nel mercato globale come conseguenza dell’intesa di Vienna del luglio 2015 e del riavvicinamento tra l’amministrazione Obama e la presidenza moderata di Hassan Rouhani. Tuttavia, un possibile nuovo gelo tra i due Paesi, in seguito all’elezione del presidente Donald Trump negli Stati Uniti e dei suoi primi provvedimenti esecutivi, sta già comportando una levata di scudi degli ultraconservatori iraniani che potrebbero ottenere un buon risultato elettorale alle presidenziali del maggio 2017, riportando il Paese verso un muro contro muro con la comunità internazionale, come è avvenuto durante le presidenze di Mahmud Ahmadinejad (2005-2013). In particolare, le nomine di Michael Flynn a Consigliere alla Sicurezza nazionale e di Mike Pompeo a guida della Cia, entrambi contrari all’intesa raggiunta a Vienna da Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina, Stati Uniti e Germania (P5+1) nel luglio 2015, potrebbero mettere in discussione la fine delle sanzioni internazionali contro l’Iran. Per questo, il direttore uscente della Cia, John Brennan, ha avvertito il presidente Donald Trump che revocare l’intesa con Teheran sarebbe un ''disastro'' e ''il massimo della follia''. In particolare, Mosca potrebbe mediare con lo scopo di favorire la completa attuazione dell’intesa, con l’obiettivo di raggiungere con Washington una soluzione condivisa della crisi siriana. La risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che riconosce il diritto iraniano all’arricchimento dell’uranio a scopo civile, dovrebbe assicurare la tenuta dell’impianto dell’intesa di Vienna. Tuttavia, Michael Flynn ha avvertito le autorità iraniane che non saranno ulteriormente tollerate violazioni. In particolare in riferimento ai test di missili balistici, come il più recente, realizzato da Teheran il 29 gennaio scorso. Secondo Flynn, si tratterebbe di una violazione della risoluzione 2231 e dell’accordo sul nucleare, valutato come “debole e inefficace”. La reazione iraniana a queste dichiarazioni non si è fatta attendere. ''L’Iran rimarrà indifferente alle minacce di Washington'' e ''non cercherà il permesso di nessun Paese per difendersi'', ha ribadito Ali Akbar Velayati, Consigliere per gli affari internazionali della Guida suprema, in riferimento agli avvisi delle autorità statunitensi. Come se non bastasse, il 2 dicembre 2016, il Congresso USA ha approvato un’estensione di dieci anni dell’Iran and Libya Sanctions Act (ILSA). Le sanzioni degli Stati Uniti contro Libia e Iran erano state approvate per la prima volta nel 1996 e sarebbero andate verso la scadenza alla fine dello scorso anno. La possibilità che gli Stati Uniti facciano un passo indietro sull’accordo di Vienna ha subito provocato dure reazioni in Iran. In particolare la Guida suprema Ali Khamenei ha duramente criticato il nuovo pacchetto di sanzioni approvate dal Congresso USA contro l’Iran. ''Non ci sono differenze tra l’imposizione di un nuovo divieto o la continuazione di uno precedente. La seconda è una negazione esplicita di quello che è stato concordato con gli americani'', ha dichiarato Khamenei. La Guida suprema ha aggiunto che, in altre parole, le nuove misure sono una violazione dell’accordo sul nucleare. In risposta all’imposizione delle nuove sanzioni, Teheran ha subito annunciato l’avvio di un piano per la produzione di propulsori marittimi nucleari e di un’azione legale contro Washington per la mancata cancellazione delle misure internazionali contro l’Iran, come previsto dall’intesa di Vienna. L’annuncio è stato confermato dall’Organizzazione dell’Energia atomica iraniana (Aeoi), già accusata dall’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (Aiea) di aver ripreso l’arricchimento dell’uranio a livelli superiori ai limiti previsti dall’intesa di Vienna, a partire dallo scorso novembre. In una lettera di Hassan Rouhani al capo negoziatore e ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, il Presidente ha riferito di ''ritardi nell’attuazione dell’accordo sul nucleare'' e di una ''palese violazione'' dell’intesa di Vienna in relazione alle nuove sanzioni approvate da Washington. E così il governo iraniano continua a guardare verso la Russia e l’Europa per bilanciare il gelo nelle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti. Le autorità iraniane hanno firmato un memorandum d’intesa da 2,2 miliardi di dollari con la compagnia russa Gazprom e un altro accordo con la Royal Dutch Shell per lo sviluppo di due importanti giacimenti petroliferi del Paese: Azadegan Sud e Yadavaran. Accordi miliardari sono stati raggiunti anche con la francese Total, la tedesca Wintershall, l’olandese Schlumberger e la norvegese DNO.

Un programma di distensione nelle controversie internazionali

Le autorità iraniane sono impegnate, dal 2013 e per i prossimi anni, a seguire la linea politica di riavvicinamento alla comunità internazionale, tracciata dall’ex presidente, uno dei leader del fronte moderato, Hashemi Rafsanjani, scomparso l’8 gennaio scorso. Questa linea politica prevede la distensione nelle principali controversie internazionali, a partire dal programma nucleare fino al ridimensionamento delle tensioni bilaterali con l’Arabia Saudita. Nel primo caso, l’accordo di Vienna del luglio 2015 ha sancito il ritorno di Teheran nel mercato globale; nel secondo caso, le intese di Algeri e Vienna di settembre e novembre 2016, per la riduzione della produzione petrolifera in sede OPEC, hanno ribadito il diritto iraniano a tornare a livelli produttivi e di esportazioni del petrolio, pari al periodo pre-sanzioni internazionali. Quest’ultima decisione potrebbe segnare una distensione nelle relazioni bilaterali tra Iran e Arabia Saudita, estremamente tese, in particolare a causa dei conflitti in Yemen e Siria. A frenare gli entusiasmi dei negoziatori iraniani, da una parte, c’è lo scetticismo delle élite conservatrici e radicali iraniane che non hanno mai creduto in un concreto riavvicinamento di lungo periodo con gli Stati Uniti e, dall’altra, ci sono le nuove politiche statunitensi in Medio Oriente, abbozzate nei primi giorni di presidenza Trump. In particolare, il bando temporaneo all’ingresso negli Stati Uniti di cittadini provenienti da sette Paesi a maggioranza islamica, incluso l’Iran, ha determinato l’approvazione di misure di reciprocità non retroattiva da parte delle autorità iraniane, e non pochi malumori per il ritardato rispetto degli impegni internazionali USA - assunti dall’amministrazione uscente di Barack Obama - con le autorità iraniane in materia di fine delle sanzioni bancarie contro Teheran. Infine, nonostante il significativo incremento delle esportazioni petrolifere verso Europa e Asia, il ritorno degli investimenti esteri nel Paese, soprattutto europei, e il raggiungimento di uno dei principali obiettivi dell’OPEC, cioè l’aumento di lungo periodo dei prezzi del petrolio grazie ad una riduzione della produzione, non stanno impedendo un’escalation nelle relazioni bilaterali tra Iran e Stati Uniti che potrebbero riportare l’asse dello scontro alla fase di tensioni continue tra autorità iraniane e amministrazione USA della presidenza Repubblicana di George Bush. Una nuova fase di rafforzamento degli ultra-conservatori iraniani, come conseguenza di un inasprimento della politica estera USA, potrebbe determinare molti passi indietro sia sul dossier nucleare sia in merito alla fine delle sanzioni internazionali. Questo, in ultima analisi, potrebbe ridimensionare gli effetti positivi di breve periodo che il taglio alla produzione petrolifera ha determinato, sia sui prezzi del petrolio sia sulla capacità iraniana di tornare a buoni livelli di produzione ed esportazione di greggio, vicini ai volumi pre sanzioni.