Chi ha messo in crisi il Venezuela?

Chi ha messo in crisi il Venezuela?

Lorenzo Colantoni
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Il Paese sembra essere la prima e più eccellente vittima del protratto basso livello di prezzi. La situazione è però molto più complessa, e il settore petrolifero è solo un fattore e in parte anche una vittima

Supermercati completamente vuoti, blackout frequenti, uffici pubblici costretti a rimanere chiusi tranne che per 2 mezze giornate alla settimana per risparmiare energia, perfino lo stabilimento della Coca-Cola che ferma le sue attività perché rimasto senza zucchero. Il tutto nel Paese che ha le più grandi riserve di petrolio al mondo: il Venezuela sembra così essere la prima e più eccellente vittima del protratto basso livello di prezzi. La situazione è però molto più complessa, e il settore petrolifero solo un fattore e in parte anche una vittima.

Instabilità e grande incertezza: il quadro politico ed economico

Il Paese sta attraversando una delle crisi più dure che abbia mai affrontato, per il combinarsi di anni di cattiva amministrazione con una serie di eventi occasionali. Una siccità particolarmente forte ha decurtato la generazione di energia idroelettrica, che fornisce il 73% dell’elettricità nel Paese. Questo si è combinato con il basso prezzo del petrolio e una crisi dell’agricoltura e del manifatturiero particolarmente acuta negli ultimi 3 anni, gettando il Paese nel caos. Il Presidente Maduro ha dichiarato quest’anno lo stato di emergenza, che gli conferisce poteri significativi, e prendendo misure a tratti disperate: l’acqua e l’elettricità sono razionate, il governo ha chiesto la chiusura di oltre 100 centri commerciali per risparmiare energia, e il Presidente in persona ha addirittura caldamente suggerito alle donne di non usare asciugacapelli e altri elettrodomestici. La situazione è però forse aggravata dall’opera di Maduro stessa. A ottobre 2015 il Presidente insisteva ancora con l’agganciamento del bolívar, la valuta venezuelana, al dollaro, iniziato nel 2003. Otteneva come risultato un’iperinflazione galoppante, tanto da portare Lufthansa a sospendere i voli da giugno 2016, e un mercato nero altrettanto florido. Con un’inflazione del 159% media e una crescita al -10% stimati dall’Imf per il 2015, a ottobre beni come un biglietto del cinema costavano l’equivalente di 60 dollari ufficialmente, 54 centesimi sul mercato nero. Le colpe del governo venezuelano sono però molto più estese, e strutturali all’economia del Paese. E lo sfruttamento delle risorse petrolifere è stato il primo a soffrirne.

Le cause della caduta della produzione petrolifera

La crisi energetica del Venezuela non è stata infatti principalmente dovuta al crollo del prezzo del petrolio, ma è la conseguenza di anni di gestione inadeguata. Gonzalo Escribano, direttore del programma clima ed energia al Real Instituto Elcano di Madrid, ha commentato incolpando soprattutto un mix di politiche che hanno devastato la produzione locale tramite grande politicizzazione, sussidi insostenibili, non solo nel settore energetico, e un eccessivo utilizzo politico del petrolio. Gli esempi presentati da Escribano sono molteplici, e hanno contribuito tutti all’incapacità di creare un ambiente favorevole agli investimenti. Si tratta ad esempio del prezzo del petrolio tenuto fermo per vent’anni, fatto che ha costretto il governo lo scorso febbraio ad un rialzo del 6.000% del costo del carburante. È il caso delle quantità significative di petrolio donate a Cuba ed altri Paesi caraibici o vendute a prezzi estremamente favorevoli per consolidare l’influenza venezuelana, sotto il cappello, tra gli altri, dell’iniziativa Petrocaribe del 2005. La politicizzazione di tutta la filiera dell’industria petrolifera, il significativo debito pubblico venezuelano e il deteriorarsi dell’economia hanno reso il Paese sempre meno attraente per gli investimenti esteri necessari tanto alla produzione e l’esplorazione, che alla manutenzione stessa. Si è così innescato un circolo vizioso: le raffinerie hanno iniziato a essere obsolete e a fermarsi frequentemente, come nel caso di El Palito, o non sono state semplicemente completate, come Santa Inés, che doveva entrare in funzione già nel 2012. Questo ha influito sullo sfruttamento di risorse abbondanti ma di qualità non elevata; il petrolio venezuelano è soprattutto di tipo ultra heavy oil, estremamente denso e che deve quindi essere mischiato con petrolio più leggero, che in diverse occasioni il Venezuela ha dovuto importare da Paesi come l’Algeria perché non era in grado di raffinarne abbastanza. Tutto questo senza dimenticare il gas, che il Paese ha spesso importato dalla Colombia non per mancanza di risorse, che abbondano sia tra le convenzionali che le non, ma per l’incapacità di sviluppare il settore. Una situazione che ha impedito la creazione di generazione elettrica tramite gas, portato alla grande dipendenza dall’idroelettrico e al rischio black-out per via della siccità, accaduto sia in questi mesi che già nel 2014 e in diverse altre occasioni. Sempre secondo Escribano, quando il prezzo del petrolio è collassato, il Venezuela non ha semplicemente potuto sostenere più la cattiva gestione del passato.

Un destino incerto e un declino difficile da fermare

Il futuro del Venezuela è tutt’altro che certo, con un presente marcato dai forti contrasti tra il parlamento, controllato dall’opposizione, e il governo di Maduro, e dalla crescente tensione nel Paese, dove l’ultima manifestazione per un referendum contro il presidente è terminata in forti scontri contro la polizia, così come altre in precedenza per la scarsità di generi alimentari, la cui disponibilità è ormai agli sgoccioli. In un Paese conosciuto per la brutalità delle sue operazioni di polizia, la guerra civile è al momento un pericolo reale. La soluzione dovrà essere un compromesso politico, se sarà possibile, che influenzerà e sarà influenzato dal settore petrolifero. L’incapacità di attirare investimenti ha portato infatti ad una produzione in declino, con, secondo l’Opec, 30.000 barili al giorno in meno di media dal 2014 al 2015 e un’ulteriore, critica diminuzione al marzo 2016, quasi 170.000 barili rispetto alla media del 2014 per un totale di 2,32 milioni di barili al giorno. Questo, unito ai prezzi bassi del petrolio, avrà ulteriori effetti sia a livello politico, che economico. Da una parte l’influenza del Venezuela nell’area caraibica, nei Paesi cosiddetti bolivariani, come Ecuador e Nicaragua, e in generale in tutta l’America Latina, è dipendente dalla disponibilità di petrolio del Venezuela. Una minore produzione, un maggiore consumo (per la scarsità di energia idroelettrica) e un crescente bisogno di denaro riducono l’importanza di un Paese che ha basato la sua politica esterna sul petrolio, risultando in una trasformazione degli equilibri geopolitici nella regione. Dal lato economico, una buona parte del debito venezuelano è stata finanziata in passato da prestiti da parte della Cina, da ripagare in petrolio. Furono però stabiliti quando il prezzo era oltre i 100 dollari al barile: sotto i 50, come adesso, la quantità di petrolio necessaria per ripagarli è più del doppio. La situazione attuale in Venezuela rende inoltre sempre più difficile ottenere ulteriori prestiti, vista tanto l’incapacità di aumentare la produzione, che una diversificazione dell’economia estremamente limitata. Il 95% delle esportazioni del Venezuela sono rappresentate infatti dal petrolio, che fornisce il 25% del Pil del Paese. Il petrolio non è quindi né la causa né la conseguenza principale della crisi attuale, ma un valido barometro dell’economia e della politica del Venezuela. Un indicatore che forse, se letto attentamente e con anticipo, avrebbe potuto aiutare a prevenire una crisi la cui soluzione sembra molto lontana.